‘i cariènnili, ‘u lannàru e ‘u jùrici pòhuru!

Il mio collega Alessandro, conosciuto da pochi mesi ma con il quale è sorta un’immediata e istintiva sintonia, mi ha fatto dono della lettura de La fiera del Nigrò. Viaggio nella Sicilia linguistica, di Salvatore C. Trovato, suo professore di Linguistica generale ai tempi dell’università, edito da Sellerio nel 2006.
Cinquanta brani che riescono a offrire, anche al lettore profano, un viaggio nei luoghi reconditi della Sicilia attraverso la sua lingua e le sue parlate, in maniera certamente specialistica, ma resa divulgativa, gradevole alla lettura e persino vivace.

Tra le tante, … ‘a rutta, la grotta, a indicare il presepe in Sicilia. Non sapevo, però, che nell’agrigentino il presepe è chiamato anche ‘a nuvèna, la novena, con una chiara derivazione dalla Novena di Natale, l’insieme delle celebrazioni popolari nei nove giorni che precedono il Natale.
Nel cuore della Valle dei Templi di Agrigento si trova il Giardino della Kolymbethra, sito archeologico di grande valenza naturalistica, con agrumeti, mandorleti, uliveti, aree di macchia mediterranea e quant’altro, dal 1999 affidato alla gestione del FAI, Fondo Ambiente Italiano. Dalla vigilia di Natale all’Epifania, esso ospita proprio La Novena dei contadini, un presepe rurale decorato con agrumi e altri frutti della campagna agrigentina e realizzato all’interno di una grotta che, in epoca paleocristiana, fu un santuario rupestre.

Poi, la stessa fiera del Nigrò che dà il titolo al libro, la leggendaria fiera magica che, ogni 7 anni, inizierebbe a mezzanotte in punto ai piedi della Grotta del Nigrò, la grotta del morto, lungo la scarpata a ridosso del ponte del Castello Normanno di Nicosia, oggi abbandonato a se stesso, in cui si narra sia nascosto uno dei più importanti truvatùri della Sicilia, i tesori nascosti dagli isolani durante la dominazione islamica, iniziata nell’827 con lo sbarco a Capo Granitola, vicino Mazara del Vallo, e terminata nel 1091 con la caduta di Noto.
Chi dovesse acquistare frutta di ogni genere dai mercanti farebbe la sua fortuna, non di vera frutta trattandosi, ma di frutta che, appena rientrati a casa, si trasformerebbe in oro massiccio, a patto però che il compratore nulla sappia della magia della fiera.

La tradizione popolare delle mie parti, dalle radici profondamente agricole, vuole che, dal 14 dicembre, il giorno successivo a Santa Lucia, fino al Natale, ogni giorno rappresenti un mese dell’anno entrante e che il susseguirsi e l’alternarsi delle condizioni meteo dia indicazioni chiare per l’intera annata. Per intenderci, ‘i cariènnili!
A dicembre del 2011, nel vecchio blog Sikeloi, volli quindi cimentarmi con le previsioni per il 2012. Ogni mattina, appena alzato, … aprire il portoncino e cogliere la provenienza del freddo vento di tramontana o ponentino, … prendere appunti quotidiani, …! Un lavoro certosino, insomma.
Nella sostanza, … nun tuppiàu nenti, non vi fu alcuna clamorosa corrispondenza!
Nella lettura donatami da Alessandro, ho scoperto che in un piccolo paesino del messinese, Casalvecchio Siculo, ‘i cariènnili vengono addirittura replicate dal 26 dicembre all’Epifania. In pratica, una sorta di prova del nove delle previsioni meteo!

Nella lingua siciliana, lanna indica latta, lamiera. Avrei ritenuto ovvio, quindi, che il termine lannàru indicasse il lattoniere, lo stagnaio e questa è, del resto, l’accezione più comune.
Basandosi su semplici espressioni popolari, sulle grida tipiche dei banditori d’un tempo, pare invece che lannàru indicasse piuttosto il venditore ambulante di tessuti, di stoffe.

Espressione assai comune in Sicilia è … parràri quantu un jùdici pòviru … o, nel Siciliano che anche io, nel mio piccolissimo, provo a recuperare, … parràri quantu ‘n jùrici pòhuru …, ossia … parlare quanto un giudice povero …, con riferimento a coloro i quali parlano molto, troppo, a volte anche a sproposito.
Come tanti, mi sono spesso chiesto quale sia l’origine di questo motto, di questo modo di dire.
Secondo un’interpretazione, al tempo di Re Federico III di Sicilia, il mio Re!, “un re da leggenda” come lo avrebbe definito, nel 1951, lo storico spagnolo Rafael Olivar Bertrand, alla guida del popolo siciliano in “una delle epopee più gloriose della storia umana”, non tutti i giudici avevano un mandato a vita. Vi erano, infatti, anche giudici il cui incarico era limitato a singoli processi, ovvero che venivano retribuiti a singola prestazione. Giudici “poveri” che, per ambire a nuovi o più remunerativi incarichi, dovevano perennemente sforzarsi di mostrare le loro qualità e capacità, anche oratorie!
Dall’amena lettura donatami da Alessandro, invece, parrebbe che l’espressione parràri quantu ‘n jùrici pòhuru possa derivare da quest’altra … parràri quantu ‘n jùric’ ‘i pòpulu …, parlare quanto un giudice di popolo, che poi, per progressive reinterpretazioni e storpiature, tipiche delle tradizioni orali, si sia trasformata nella versione attuale. Del resto, tanti sono gli esempi di storpiature clamorose, non ultima ‘u Renti, il Dente di Modica, l’antico quartiere ebraico, ‘u Cartiddùni, che deriva banalissimamente da quartiere d’Oriente come tramandato, di generazione in generazione, in forma principalmente orale, diventando dapprima d’Uriènti, poi … du Riènti, … du Renti, infine … ‘u Renti!

Ad ogni modo, jùrici pòviru o jùric’ ‘i pòpulu che sia, … mègghiu sempri parràri picca, meglio sempre parlare poco, … parràri picca e vèstir’ ‘i pannu, nun hana fattu mai dannu!