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Luz Long

Posted on 9 Maggio 2025 by sikeloi

«Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore»
(Luz Long, da una lettera alla nonna, 1932)


Luz Long e Jesse Owens sul prato dell’Olympiastadion di Berlino, 1936.
Autore: Smith Archive.
Licenza individuale Alamy, https://www.alamy.it/image-license-details/.
Fonte: foto acquistata su Alamy, https://www.alamy.it/1936-olimpiadi-berlino-luz-long-e-jesse-owens-chiacchierano-un-po-in-una-pausa-durante-il-salto-lungo-luz-long-und-jesse-owens-plausdern-ein-wenig-in-der-rubepause-beim-weitsprung-topfoto-image441337613.html

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Che la guerra, qualsiasi guerra, sia il vero inferno in Terra, non ne dubito.
Ugualmente, ritengo che qualsiasi soldato caduto in guerra, a qualsiasi schieramento possa egli essere appartenuto, vada rispettato e onorato. Molte, troppe volte del resto, i soldati sono soltanto pedine, spesso inconsapevoli, di una scacchiera con cui altri giocano. Comunque la si pensi e qualunque cosa dica la Storia, alla cui scrittura soltanto i vincitori hanno accesso!

Un paio di anni orsono, in una delle nostre gite nei borghi siciliani, ci trovammo davanti al Cimitero Militare Canadese di Agira. Posteggiata l’auto, entrammo e camminammo lungo la collinetta nella quale più file di lapidi poggiate a terra ricordano i circa 500 soldati caduti nella campagna di Sicilia, nel corso della Seconda guerra mondiale. La gran parte di loro poco più che ventenni!
Le parole, le espressioni che meglio riescono a dare un’idea delle sensazioni, dei sentimenti provati in quei momenti? Pelle d’oca e riconoscenza!

In territorio di Motta Sant’Anastasia, in realtà appena fuori Misterbianco, la città di mia moglie, un paio di chilometri appena a nord-ovest della casa dei suoi genitori, si trova il Cimitero Mausoleo Militare Germanico di Motta Sant’Anastasia, aperto per la prima volta al pubblico il 25 settembre del 1965 e una seconda volta, dopo importanti lavori di ristrutturazione durati poco più di un anno, il 29 aprile del 2011.
È uno degli oltre 830 Sacrari di Guerra in 45 Stati, tra Europa e Africa, curati dal Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge e.V., un’organizzazione umanitaria che, su incarico del Governo Federale, si dedica al rinvenimento e al recupero dei caduti in guerra all’estero, alla loro degna sepoltura e alla cura delle tombe. Vi riposano 4.561 caduti tedeschi, di cui 451 rimasti senza nome.

IN DIESER
KRIEGSGRÄBERSTÄTTE
RUHEN 4561
DEUTSCHE GEFALLENE
VON IHNEN BLIEBEN
451 UNBEKANNT
1939 – 1945
IN QUESTO MAUSOLEO
RIPOSANO 4561
CADUTI GERMANICI
451 SONO RIMASTI
SCONOSCIUTI

Il nome sicuramente più noto è quello di Carl Ludwig Hermann “Luz” Long, medaglia d’argento nel salto in lungo ai giochi olimpici di Berlino del 1936, sconfitto da James Cleveland “Jesse” Owens. Ma, prima ancora che uno dei più grandi atleti della sua generazione, Luz Long fu un grande sportivo, nell’accezione più pura del termine, una gran bella persona che rimase legata fino all’ultimo da profonda amicizia proprio a Jesse Owens, che alla sua sportività e ai suoi consigli dovette quella vittoria, una delle quattro a quei giochi.
«Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino»
(Jesse Owens)

Nato a Lipsia il 27 aprile del 1913 da Carl Hermann Long, farmacista, e Johanna Hesse, ebbe una vita sostanzialmente agiata per l’epoca, andò regolarmente a scuola, studiò lingue e musica e ricevette un’istruzione e un’educazione rigorose, parallelamente dedicandosi ai suoi molteplici interessi sportivi.
Nel 1933, vinse il suo primo campionato studentesco nel salto in lungo. L’anno successivo, a 21 anni, arrivò terzo ai Campionati europei di Torino.
Nel 1934, a un ballo in maschera, conobbe Gisela Behrens di Amburgo, sua futura moglie nel 1941, che gli diede due figli, Kai-Heinrich, nato quello stesso anno e che avrà in seguito l’opportunità di incontrare Jesse Owens, e Wolfgang Matthias, nato il 30 maggio 1943, che Luz non riuscirà a vedere.
Laureatosi in Legge all’Università di Lipsia, nel 1939 intraprese ad Amburgo la carriera di avvocato, che poté portare avanti solo per pochi anni.

I Giochi di Berlino del 1936, dunque, la sua sportività, l’amicizia con Jesse Owens, quasi una sfida non cercata al rigore nazista che aleggiava su quell’evento.
Alto, biondo, carnagione chiara, per il regime Luz incarnava lo stereotipo dell’uomo ariano.
Nella gara di salto in lungo, nulli i primi due tentativi, a Jesse Owens, distratto dalle contemporanee batterie dei 200 metri, rimaneva un’ultima possibilità per qualificarsi alla finale. Nello stupore generale, Luz gli si avvicinò suggerendogli di staccare un po’ prima della linea di battuta e, per indicargli il punto esatto, appoggiò a terra un fazzoletto.
Tra i due, in realtà, era già nata una sincera amicizia, fondata innanzitutto sul rispetto reciproco e che sarebbe durata per il resto della loro vita, come testimoniato da un’ininterrotta corrispondenza epistolare. Le foto di loro due, distesi, sorridenti, sull’erba dell’Olympiastadion furono scattate da Heinrich Hoffmann, il fotografo personale di Adolf Hitler.
Owens seguì il consiglio e al terzo salto riuscì a qualificarsi per la finale, che avrebbe poi vinto con la straordinaria misura di 8 metri e 6 centimetri. Luz, arrivato secondo con un ottimo 7 e 87, fu il primo a congratularsi con Owens abbracciandolo, per poi camminare insieme, a braccetto, alla cerimonia di premiazione, sotto gli sguardi gelidi e impietriti dei gerarchi nazisti. Si narra che in un colloquio privato, forse nel corso di una telefonata, Rudolf Hesse, il numero due del regime, abbia ammonito Luz di «non abbracciare mai più un negro»!
Luz, in seguito, commentò il suo comportamento dicendo che «a volte fai solo quello che il tuo cuore ti dice di fare»!


Luz Long e Jesse Owens a braccetto all’Olympiastadion di Berlino, 1936.
Autore: sconosciuto.
Licenza Creative Commons CC0 1.0 (pubblico dominio), https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/deed.it.
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Luz_Long_and_Jesse_Owens.png

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Desidero qui aprire una parentesi, che non è affatto apologetica, ci mancherebbe, ma vuole semplicemente dare il giusto spazio alla verità storica dei fatti.
Si è a lungo tramandato, in maniera non meno falsa o colpevole per il solo fatto che provenisse … dalla parte “giusta”, che Adolf Hitler, il Führer, irritato per l’epilogo della gara in cui un atleta americano e di colore per giunta aveva battuto l’atleta di razza ariana, avrebbe abbandonato lo stadio prima della cerimonia di premiazione per evitare di congratularsi col vincitore.
Versione falsa, per l’appunto, e smentita da più di una fonte.
Innanzitutto, la testimonianza dell’atleta italiano Arturo Maffei, quarto in quella gara per un solo centimetro, secondo cui Hitler scese dalla tribuna e si congratulò personalmente con lui e con Owens, all’interno del tunnel.
Poi, soprattutto, la testimonianza dello stesso Owens, «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto» (Jesse Owens, The Jesse Owens Story, 1970).
Infine, la testimonianza del giornalista Siegfried Mischner, che avrebbe assistito alla stretta di mano fra Hitler e Owens. Lo stesso Owens ne avrebbe gelosamente custodito una foto che, negli anni Sessanta, avrebbe mostrato invano a Mischner e ad altri giornalisti, a che lo aiutassero a ristabilire la verità storica dei fatti.
«Owens era deluso, scuoteva la testa in segno di disapprovazione. La stampa allora era molto allineata. Non posso trovare scuse, ma nessuno voleva passare per colui che aveva fatto apparire buono Hitler, il mostro. Tutti i miei colleghi sono morti, Owens è morto. Pensavo che questa fosse l’ultima occasione per mettere le cose in chiaro. Non ho idea di dove sia la foto o se esista ancora.»
Al contrario, si è altrettanto a lungo narrato che Jesse Owens avrebbe ricevuto grandi onori al ritorno negli Stati Uniti, addirittura da parte dello stesso presidente Franklin Delano Roosevelt e, successivamente, del suo successore Harry Spencer Truman.
Anche in questo caso, niente di più falso!
Rientrati in patria, Owens e gli altri atleti afroamericani, a cui era stato permesso in Germania di alloggiare negli stessi alberghi degli atleti bianchi, non furono mai invitati alla Casa Bianca dal presidente Roosevelt, impegnato in campagna elettorale a non inimicarsi gli Stati del sud. Addirittura, dopo la sfilata in onore degli olimpionici, a New York, a Owens non fu consentito di accedere al Waldorf Astoria dall’ingresso principale, bensì tramite un montacarichi!
«Hitler non mi snobbò affatto, fu piuttosto Franklin Delano Roosevelt che evitò di incontrami. Il presidente non mi inviò nemmeno un telegramma», tanto da indurlo successivamente a iscriversi al Partito Repubblicano, lui afroamericano dell’Alabama, diventandone persino attivista.
Chiudo la parentesi!

Alla fine del 1942, con le operazioni militare che iniziavano ad assumere, per il Reich, contorni drammatici, Luz Long venne arruolato col grado di Obergefreiter (caporal maggiore) nello Heer, la forza armata di terra della Wehrmacht, e destinato all’unità di fanteria corazzata Fallschirm-Panzer-Division 1 “Hermann Göring”, con la mansione di addetto alle batterie antiaeree.
Nel maggio del 1943, fu inviato in Sicilia.

Il 10 luglio di quello stesso anno, le forze alleate sbarcarono in Sicilia, in quella che è passata alla Storia come Operazione Husky, programmata per alleggerire la pressione sul fronte orientale e, allo stesso tempo, per aprire un fronte meridionale. In totale, 160 mila uomini sotto la responsabilità del generale britannico Harold Alexander, provenienti dalla Seventh United States Army del generale George Smith Patton e dalla British Eighth Army del generale Bernard Law Montgomery.
Come da successive testimonianze processuali, a Orano, in Algeria, il generale Patton avrebbe ammonito i suoi ufficiali prima dell’avvio delle operazioni, dicendo testualmente: «Se si arrendono quando tu sei a due, trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!».
In effetti, le operazioni militari in Sicilia furono caratterizzate da violenti combattimenti e atrocità inaudite. Da entrambe le parti, è giusto dirlo. E se dei crimini commessi soprattutto dai tedeschi si è scritto tanto e si sa praticamente tutto, … finte rese con soldati che, d’improvviso, aprivano il fuoco dalle retrovie, … fucilazioni sommarie, … reazioni furiose in risposta ai festeggiamenti della popolazione all’ingresso nelle città delle truppe alleate …, anche da parte alleata vi furono episodi gravissimi e di una crudeltà oggi forse inimmaginabile, rimaste per la gran parte impunite e che, solo in parte, si è iniziato a conoscere grazie all’impegno e alla passione per la verità storica di alcuni, innanzitutto il senatore Andrea Augello, scomparso un paio d’anni fa (Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata, Ugo Mursia Editore, 2012); alle testimonianze, anche processuali, di alcuni reduci o di loro familiari, tra cui quelle di Joseph S. Salemi, professore di Lettere presso il Dipartimento di Scienze Umane della New York University, il cui padre, il caporale italoamericano Salvatore Joseph Salemi, aveva assistito all’eccidio di Canicattì del 14 luglio 1943, in cui, al rifiuto da parte dei soldati di sparare, il tenente colonnello George Herbert McCaffrey avrebbe aperto personalmente il fuoco su una quarantina di persone, fermate per avere in precedenza saccheggiato una fabbrica di sapone artigianale sventrata dai bombardamenti, le Saponerie riunite Narbone-Garilli, uccidendo sette civili, tra cui una bambina di undici anni, e ferendone molti altri; o le parole della scrittrice Anne McCaffrey che, conoscendo il carattere da “uomo burbero e chiuso, con valori rigidi che richiedono eccellenza ed obbedienza”, nonché la sua abilità di tiratore, con grande onestà convenne sulla possibilità che davvero suo padre fosse stato il responsabile dell’eccidio; e molte altre.

Luz, di stanza a Niscemi, fu coinvolto nei combattimenti per la difesa dell’aeroporto militare di Santo Pietro, frazione di Caltagirone, in realtà una semplice pista in terra battuta approntata, all’inizio del 1941, dalla Regia Aeronautica come alternativa agli aeroporti di Comiso e Gela-Ponte Olivo, utilizzati soprattutto per gli attacchi alle postazioni britanniche sulle isole maltesi. Sulle mappe americane era indicato come Biscari airfield, dal nome della vicina Acate, in provincia di Ragusa, originariamente Biscari, come da indicazione sul Registro Angioino del 1299 della concessione, a titolo di feudo, del Casale Biscari a Gualtiero Pantaleone da parte di re Carlo II d’Angiò. Ancora oggi, in linguaggio locale, Acate è chiamata Vìschiri e i suoi abitanti Vischiràni o Viscaràni!

Si è comunemente ritenuto che Luz sia stato una delle vittime del cosiddetto massacro di Biscari, in realtà, due distinti episodi criminali accaduti il 14 luglio del 1943 e di cui si resero responsabili il sergente statunitense Horace T. West e il capitano John T. Compton, suo connazionale.
Il primo fu accusato dell’esecuzione sommaria di una quarantina di prigionieri lungo il torrente Ficuzza. La testimonianza dell’aviere Giuseppe Giannola, unico sopravvissuto, rilasciata anche ai vertici militari americani, rimase inascoltata!
Il secondo si macchiò dell’esecuzione di altrettanti soldati nemici a presidio di una postazione, che si erano arresi uscendo con le mani alzate e sventolando fazzoletti bianchi. Tra di loro vi sarebbe stato, per l’appunto, Luz Long.
Per l’insistenza del cappellano militare, il tenente colonnello William E. King, che aveva ritrovato i corpi riversi lungo la strada, sia il sergente West che il capitano Compton vennero deferiti alla corte marziale.
West, inizialmente condannato all’ergastolo, in realtà non lasciò mai il Mediterraneo, né fu congedato con disonore. Successivamente, grazie a una perizia medica compiacente che avanzò “l’ipotesi di una sua temporanea infermità mentale quando commise l’atto di uccidere 37 prigionieri perché stressato”, venne definitivamente assolto!
Il capitano Compton, invece, fu assolto già in prima istanza. Morirà l’8 novembre 1943 a Montecassino. È sepolto al Sicily-Rome American Cemetery di Nettuno.

Una diversa ipotesi, più recente e molto meglio documentata, si fonda sulle ricerche del senatore Andrea Augello, in precedenza citate, e su documenti dallo stesso ritrovati presso gli archivi militari tedeschi. Luz Long sarebbe caduto in combattimento il 14 luglio del 1943 all’interno del perimetro dell’aeroporto, insieme al suo capitano, Wolfang Hartmann, e a un altro artigliere, Heinrich Zingsheim. Rimasero gravemente feriti, invece, due sottufficiali e sette soldati semplici.

I corpi dei caduti italiani e tedeschi sarebbero stati inizialmente sepolti dagli americani, anonimamente, in una fossa comune nel cimitero dell’attuale Acate. Un mese dopo, il 13 agosto, vennero traslati nel cimitero di Ponte Olivo, vicino Gela, il cui smantellamento inizierà alla fine degli anni Cinquanta.
Nel 1961, i resti furono definitivamente traslati nel Cimitero Mausoleo Militare Germanico di Motta Sant’Anastasia, che pochi anni dopo sarà aperto al pubblico. A partire dal 2012, una serie di complessive quarantaquattro lastre d’ardesia ne ricordano i nomi. Il nome di Luz Long è inciso, insieme alle date di nascita (27 IV 13) e di morte (14 VII 43), sulla piastra E della fossa comune 2.
Fu proprio grazie a questa iscrizione che una giornalista tedesca riconobbe, casualmente, il suo luogo di sepoltura, rimasto fino ad allora anonimo.


Piastra E, fossa comune 2, Cimitero Mausoleo Militare Germanico di Motta Sant’Anastasia (CT).
Autore: Designhalde.
Licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.it.
Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Grabplatte_Luz_Long.jpg

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Nella sua ultima lettera all’amico Jesse Owens, datata 1942 e inviata dalla Polonia, dove era stato inizialmente destinato, o forse dalla Tunisia, Luz scriveva: «Dove mi trovo sembra che ci non sia altro che sabbia e sangue. Io non ho paura per me, ma per mia moglie e il mio bambino, che non ha mai realmente conosciuto suo padre. Il mio cuore mi dice che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. Se così dovesse essere, ti chiedo questo: quando la guerra sarà finita, vai in Germania a trovare mio figlio e raccontagli anche che neppure la guerra è riuscita a rompere la nostra amicizia. Tuo fratello Luz».
La lettera fu recapitata solamente tre anni dopo, a fine estate del 1945! Alcuni anni dopo, nell’estate del 1951 ad Amburgo, Owens tenne fede al desiderio dell’amico e presenziò addirittura alle nozze di Kai-Heinrich, nel 1964.
Nel 2000, l’amicizia tra i due e il gesto di Owens furono presi a esempio di pace e fratellanza tra i popoli nella campagna Celebrate Humanity del CIO, il Comitato Olimpico Internazionale.

Sebbene si sia trovato suo malgrado dalla “parte sbagliata”, Luz Long è stato un esempio come atleta e ha insegnato, come uomo e come sportivo, cosa vogliano dire rispetto e fair play, amicizia e coraggio civile. Per questo, nel 2021 è stato insignito di un premio postumo, il Trofeo del Presidente del CIO, la più alta onorificenza assegnata dal Comitato Olimpico Internazionale.
Due anni prima, il 14 marzo del 2019, Gariwo Onlus, acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide, organizzazione impegnata a «far conoscere i Giusti educando alla responsabilità personale: pensiamo che la memoria del Bene sia un potente strumento educativo e serva a prevenire genocidi e crimini contro l’Umanità», aveva inserito Ludwig “Luz” Long nel Giardino Virtuale “Giusti del Monte Stella”. La motivazione recita: «Atleta tedesco che incarnava lo stereotipo della razza ariana, non esitò, malgrado la competizione sportiva, a suggerire la strategia vincente a Jesse Owens durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, abbracciando l’atleta statunitense dopo la sua vittoria. Per tale gesto Hitler inviò Long al fronte in Sicilia dove morì nel 1943. Chiaro esempio di sportività e fratellanza.».

Questo mio pezzo vuole essere innanzitutto il tributo, dovuto e personalmente sentito, a un grande uomo.
Nello stesso tempo, un atto d’onore e di rispetto verso tutti i caduti di ogni guerra, da qualsiasi parte la si combatta. Tra di loro, tanti di loro, senza alcuna ombra di dubbio, erano certamente uomini e donne migliori di noi!

Categoria: Blog

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