Storia “minima” di Sicilia

Una Storia minima, per l’appunto, in cui è si volutamente dato risalto alla storia di Euno, lo schiavo che si fece Re; a Federico III d’Aragona, un Re da leggenda, come ebbe a definirlo, nel 1951, lo storico spagnolo Rafael Olivar Bertrand; alla variegata storia del Regno di Sicilia e ai 686 anni di indipendenza dell’isola, ahimé cancellati o storpiati dalla storiografia ufficiale; alla Costituzione del 1812, l’unica, vera costituzione di uno stato preunitario, con un impianto che ricalcava il modello inglese, estremamente moderna e liberale per i tempi, e a quella del 1848, la più moderna e democratica dell’Europa dell’epoca, che all’articolo 2 recita «La Sicilia sarà sempre Stato indipendente …»; alle rivoluzioni del 1820, del 1837, del 1848; a Ruggero Settimo, l’Inviolabile; alle vicende dal 1860 al primo dopoguerra, i fatti di Bronte, Castellammare del Golfo, la Rivoluzione del Sette e mezzo, la strage del pane, Andrea Finocchiaro Aprile, Antonio Canepa.
Un cenno appena è stato riservato ai fatti più recenti che oggi, per la gran parte, sono ancora e soltanto cronaca.
Buona lettura!

INDICE

Sicilia preistorica
Testimonianze del Paleolitico in Sicilia
Testimonianze del Neolitico in Sicilia
L’età del bronzo in Sicilia

Sicilia preellenica (XIII secolo a.C. – V secolo a.C.)
Sicani
Elimi
Siculi
Fenici
Morgeti

Sicilia greca (735 a.C. – 212 a.C.)
Ducezio

Sicilia fenicia (VIII secolo a.C. – 241 a.C.)

Segesta e Selinunte

Sicilia romana (241 a.C. – 440 d.C.)
Euno

Sicilia vandala (440 – 493)

Sicilia erulo-ostrogota (493 – 555)

Sicilia bizantina (535 – 963)

Sicilia araba (827 – 1091)
Jawhar al-Siqilli

Sicilia normanna (1061 – 1198)
Ruggero II d’Altavilla
Guglielmo II il Buono

Sicilia sveva (1194 – 1266)
Federico II di Svevia

Sicilia angioina (1266 – 1282)
La Rivoluzione del Vespro

Sicilia aragonese (1282 – 1516)
Federico III di Sicilia, “un re da leggenda”

Sicilia spagnola (1516 – 1713)
Carlo V d’Asburgo

Sicilia piemontese (1713 – 1720)

Sicilia austriaca (1720 – 1734)

Sicilia borbonica (1734 – 1860)
La Costituzione Siciliana del 1812
La Rivoluzione del 1820: ‘u fistinu di Santa Rosalia!
La Rivolta del 1837
La Rivoluzione del 1848
La Costituzione Siciliana del 1848
Le rivolte del 1853 e del 1856
Ruggero Settimo
Le condizioni economiche e sociali
La fine del periodo borbonico

Sicilia dall’unità d’Italia (1860 – 1946)
Il massacro di Bronte del 10 agosto 1860
Il plebiscito del 21 ottobre 1860
La resa della “Cittadella” di Messina del 13 marzo 1861
La strage di Castellammare del Golfo del 3 gennaio 1862
La Rivoluzione del “sette e mezzo” del 15-22 settembre 1866
Il crollo economico e sociale
I Fasci siciliani del 1891-1894
La Sicilia nella prima guerra mondiale
La Sicilia del primo dopoguerra
La Sicilia e il fascismo
La Sicilia nella seconda guerra mondiale
La strage di Via Maqueda del 19 ottobre del 1944
Andrea Finocchiaro Aprile
Antonio Canepa
Lo Statuto Speciale di Autonomia Siciliana

Sicilia contemporanea
La strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947
Le speculazioni degli anni sessanta e settanta
Il terremoto del Belice del 15 gennaio del 1968
La trattativa tra Stato italiano e cosa nostra

Sicilia preistorica

Classicamente, la Preistoria viene suddivisa in:

Età della pietra
Paleolitico (2,5 milioni – 10.000 a.C.)
Mesolitico (10.000 – 8.000 a.C.)
Neolitico (8.000 – 3.000 a.C.)

Età dei metalli
Età del rame (6.000 – 3.000 a.C.)
Età del bronzo (3.000 – 1.200 a.C.)
Età del ferro (a partire dal 1.200 a.C.)

La preistoria della Sicilia va dalla comparsa dell’uomo sull’isola, nel Paelolitico, all’introduzione della scrittura da parte dei Greci, che arrivarono nel 756 a.C..

Testimonianze del Paleolitico in Sicilia

La Grotta dell’Addaura, sul fianco nord-orientale del Monte Pellegrino, a Palermo, è in realtà un complesso di tre grotte naturali, nelle quali sono state ritrovate ossa, strumenti utilizzati per la caccia e incisioni rupestri che ornano le pareti. Il ritrovamento dei graffiti dell’Addaura è recente ed è stato del tutto casuale: dopo lo sbarco in Sicilia e l’arrivo a Palermo nel 1943, gli Alleati avevano destinato le grotte a deposito di munizioni ed esplosivi. Lo scoppio accidentale dell’arsenale, a fine guerra, provocò lo sgretolamento delle pareti della grotta principale e il crollo di un diaframma di roccia, portando alla luce i graffiti. Dal 1997 le grotte dell’Addaura non sono più visitabili, in quanto il sito è stato chiuso per il pericolo di caduta massi.

Testimonianze del Neolitico in Sicilia

In Sicilia sono state ritrovate alcune delle principali testimonianze di ceramica impressa o cardiale, decorata con impressioni a crudo, ottenute in prevalenza con la conchiglia del genere Cardium, da cui il nome.

L’età del bronzo in Sicilia

L’arrivo dei Sicani in Sicilia, dalla penisola iberica, viene fatta risalire al 3000 a.C.. In seguito, vennero allontanati dalla parte orientale dai Siculi, installandosi nella sola parte occidentale.
I Siculi, invece, giunsero in Sicilia intorno al XV secolo a.C..
Nel 1100 a.C., edificarono le città fortificate di Motyche, l’odierna Modica, Hybla Heraia, oggi Ragusa, Sicli, l’attuale Scicli e Geretanum, l’attuale comune di Giarratana.
Fra le più importanti espressioni culturali, sono da segnalare:
la Cultura di Castelluccio, datata tra il 2200 e il 1800 a.C., da altri tra il 1800 e il 1400 a.C., individuata dall’omonima località tra Noto e Siracusa; le sepolture avvenivano in grotte arrotondate scavate nella roccia, con porte scolpite in rilievo con simboli a spirale; è presente nei villaggi della Sicilia sud-orientale, Cava d’Ispica, Pachino, nei pressi di Noto e di Rosolini; nei dintorni di Ragusa sono state trovate tracce di attività mineraria, gallerie scavate con l’uso di mazze di basalto che permettevano l’estrazione e la produzione delle richiestissime selci;
la Cultura di Thapsos, testimoniata dai ritrovamenti di un grande centro abitato nella penisola di Magnisi, tra Augusta e Siracusa, dai Greci chiamata Thapsos; fiorì tra il 1500 e il 1200 a.C. in tutta la Sicilia, sebbene i principali centri, talora cinti da mura di fortificazione, si trovassero lungo la costa; nelle necropoli, le sepolture sono caratterizzate da ampie tombe scavate nella roccia; le abitazioni, in piccolo numero, erano costituite da capanne, per lo più circolari, delimitate da muri in pietra; l’economia si fondava su agricoltura, pastorizia, caccia e pesca.

Sicilia preellenica (XIII secolo a.C. – V secolo a.C.)

La Sicilia, prima dell’arrivo dei colonizzatori greci nel 756 a.C., fu abitata da antichi popoli, Sicani, Elimi e Siculi. Controversa è invece la presenza, nell’isola, di una popolazione denominata Morgeti.

Sicani

I Sicani arrivarono in Sicilia intorno al 3000 a.C. e si stanziarono su gran parte dell’isola. In seguito, l’area a est del fiume Salso venne occupata dai Siculi, che li soppiantarono.
Le poche e frammentarie notizie storiche giunte fino a noi sui Sicani provengono dai Greci. Al loro arrivo in Sicilia, trovarono i Sicani a occidente, i Siculi nella parte orientale e gli Elimi in quella nord-occidentale.
Quasi tutti gli storici greci e latini concordano sull’origine iberica dei Sicani.

Elimi

Intorno al XII secolo a.C., una mescolanza di esuli egei e, forse, liguri, certamente non greci, si fuse con gli insediamenti sicani, dando origine al popolo degli Elimi.
Tucidide e Plutarco riferiscono che gli Elimi erano fuggiti da Troia, dopo la distruzione della città.
Altre fonti parlano, comunque, di una possibile origine anatolica. Le città principali fondate dagli Elimi furono Erix, Erice, che ospitava il centro religioso sul Monte Erice; Entella, situata nell’entroterra palermitano; Iaitias, su un promontorio che domina l’odierna San Giuseppe Iato; Egesta, l’odierna Segesta, la città dalla storia più rilevante e tumultuosa.

Siculi

I Siculi, appartenenti a un popolo indoeuropeo di origine italica, raggiunsero la Sicilia attorno al XV secolo a.C..
Intorno al 1000 a.C., spinsero le popolazioni Sicane verso la parte sud-occidentale dell’isola.
Diodoro Siculo riporta che le aree abbandonate dai Sicani, a seguito di un’eruzione dell’Etna, furono occupate dai Siculi provenienti dalla penisola italiana. Dopo una serie di conflitti, si giunse alla definizione di un confine territoriale, il fiume Salso, che rimase tale fino all’arrivo dei Greci.
Fondarono le città di Menai, Morgantina, Palikè, Pantalica.
Sikelòs (o Siculos) fu il presunto re siculo che diede il nome al popolo Siculo, Sikeloi, e alla stessa Sicilia, Sikelia.

Fenici

Su tutta la costa occidentale, erano stanziati i Fenici, che si riservarono i promontori sul mare e le isolette adiacenti per il loro commercio con i Siculi.
Successivamente all’approdo degli Elleni, abbandonate quasi tutte le coste e raccoltisi in vicinanza degli alleati Elimi, mantennero Mtw (Mozia), Kfr (Solunto) e Zyz (Panormo). In seguito, fondarono Lilibeo. Solunto, distrutta dai Greci, venne rifondata con un impianto ellenistico, in un sito distante dall’originario. I Fenici sceglievano i siti per le loro città in funzione sia della vicinanza degli alleati Elimi, sia della brevità della traversata tra Cartagine e la Sicilia.

Morgeti

Oltre ai Fenici, ai Sicani, ai Siculi e agli Elimi, la tradizione storica ricorda la popolazione dei Morgeti. L’unica città importante di questa popolazione sarebbe quella di Morgantion il cui fondatore sarebbe stato l’eroe eponimo Morgete.

Sicilia greca (735 a.C. – 212 a.C.)

La storia della Sicilia greca si fa risalire convenzionalmente alla fondazione della prima colonia, Zancle, fondata dai calcidesi nel 756 a.C..
Al 735 a.C. risale, invece, la fondazione di Naxos. Da questo momento, la Sicilia entrò a pieno titolo nella storia del Mediterraneo greco. Negli anni seguenti si susseguirono gli insediamenti di coloni che posero le basi della storia della Sicilia dei secoli successivi, determinandone la lingua, la cultura, l’arte.
Le poleis della Sicilia si svilupparono rompendo progressivamente il cordone ombelicale con le città d’origine.
Le prime colonie sorsero nella Sicilia orientale: nell’VIII secolo a.C., i greci calcidesi fondarono Zancle, Naxos, Leontinoi, Katane; nella parte sud-orientale, i corinzi e i megaresi fondarono, rispettivamente, Syrakousai e Megara Hyblaea; nella costa meridionale, nel 688 a.C., cretesi e rodii fondarono Ghelas, con cui si concluse la prima fase della colonizzazione greca in Sicilia.
La seconda fase vide protagoniste le stesse poleis siciliane, che fondarono varie sub-colonie: nacquero così, tra il VII secolo e la prima metà del VI secolo a.C., le città di Akrai, Casmene, Himera, Selinunte, Camarina e Akragas.
I rapporti con le altre popolazioni, Sicani, Siculi, Elimi e, soprattutto, Cartaginesi, furono spesso conflittuali, sebbene, almeno inizialmente, si presume siano stati pacifici. I greci erano soliti inserire loro nuclei nelle città sicule e in quelle fenice, in modo da controllare gli scambi commerciali.
Anche a Occhiolà, a un paio di chilometri dall’odierna Grammichele, e a Morgantina, nei pressi dell’attuale Aidone, pare si siano insediati nuclei greci.
Ben presto, però, sotto la pressione dei nuovi colonizzatori, le popolazioni di Siculi e di Sicani furono spinte sempre più all’interno dell’isola, in condizioni di crescente subalternità.
Il VI secolo a.C. fu un periodo di prosperità e di sviluppo demografico, ma anche di conflitti sociali tra popolazioni locali e Sicelioti, termine con cui i greci della madrepatria indicavano i connazionali delle colonie fondate in Sicilia. Fu così che alcuni tiranni assunsero il potere con metodi dispotici: nel 570 a.C., Falaride ad Akragas; nel 505 a.C., Cleandro a Gela, seguito dal fratello Ippocrate.
Alla sua morte, gli succedette Gelone, che trasferì la sua capitale a Siracusa. Con una serie di campagne militari contro le popolazioni Sicule e Sicane, egli rafforzò la presenza grecofona in Sicilia, trasformando Siracusa in una città potente e popolosa. In soli dieci anni, grazie anche all’alleanza con Terone di Agrigento, Gelone divenne l’uomo più ricco e potente del mondo greco.
A dominare la scena, nel periodo che va dal 405 a.C. fino alla conquista romana, furono figure di sovrani siracusani. Su tutte, quella di Dionisio il vecchio, che estese progressivamente la sua influenza fin quasi in territorio etrusco.
Diodoro Siculo parla degli ultimi tiranni, definendoli “violenti e assassini”.

Ducezio

Nel 452 a.C., Ducezio, un siculo ellenizzato nato intorno al 488 a. C. presso l’attuale Mineo, riuscì, col suo carisma, a coinvolgere le popolazioni sicule nella ribellione contro la dominazione greca e, per oltre una decina di anni, dominò la scena militare dell’intera regione.
La sua prima grande impresa, intorno al 460 a.C., fu la conquista di Aitna, ai piedi dell’Etna, da tempo sotto Siracusa. Nel 459 a.C., ricostruì Mene, l’attuale Mineo, e distrusse Morgantina, fiorente città greca che, da allora, rimase pressoché abbandonata. Nel 453 a.C., fondò Palikè, l’odierna Palagonia, proclamandola sua capitale. Sconfitto, nel 450 a.C., da Syrakos e Akragas, alleate con i greci, fu esiliato a Corinto. Rientrato in Sicilia nel 444 a.C., fondò Kalè Aktè, nei pressi di quella che è, oggi, Caronia. Ammalatosi, vi morirà nel 440 a.C., a 48 anni.

Sicilia fenicia (VIII secolo a.C. – 241 a.C.)

I Fenici arrivarono in Sicilia già prima dell’VIII secolo a.C., impiantando alcune colonie nella sua parte occidentale. La loro presenza svanì il 241 a.C., con la vittoria dei Romani nella prima Guerra Punica. Il periodo in cui l’isola è stata governata da Cartagine è definito, per l’appunto, “punico”.
Erano un popolo semita che, dall’odierno Libano, stabilì un gran numero di colonie in tutto il mar Mediterraneo. Cartagine, fondata nell’814 a.C. nel nord dell’odierna Tunisia, fu di gran lunga la più importante e potente.
Gli insediamenti, tipicamente commerciali, erano inizialmente diffusi lungo la costa, fino all’arrivo e al sopravvento dei Greci.
Nel 734 a.C. i Fenici avevano fondato Mabbonath, l’odierna Palermo, già abitata dai Sicani.
Dello stesso periodo è la fondazione di Mtw, Mozia.
Kfr, Solunto, fondata intorno al 700 a.C., fu la terza colonia fenicia in Sicilia.
Tutte e tre le città furono importanti centri commerciali e porti per le navi degli alleati Elimi.

Segesta e Selinunte

Segesta, fondata dagli Elimi, e Selinunte, d’origine greca, furono in perenne guerra tra di loro, per questioni di confini legate alla politica espansionistica di quest’ultima.
Nel 580 a.C., Segesta ne uscì vittoriosa.
Nel 415 a.C., chiese aiuto ad Atene per contrastare l’accresciuta intraprendenza di Selinunte, nel frattempo alleatasi con Siracusa. Per gli ateniesi si trattò di un pretesto per stringere d’assedio Siracusa, tentativo che, tuttavia, fallì.
Lo scontro finale si ebbe nel 409 a.C., con Selinunte assediata di sorpresa, saccheggiata e distrutta dai cartaginesi, alleati di Segesta, prima dell’intervento in suo aiuto Siracusa e Agrigento.
L’anno successivo, Selinunte venne ricostruita e ripopolata dal generale siracusano Ermocrate. Perduta definitivamente, però, la sua importanza politica e strategica, venne presto riconquistata dai cartaginesi.
Nel 307 a.C., fu la volta di Segesta a essere occupata dal tiranno siracusano Agàtocle, con molti segestani uccisi o venduti come schiavi.
Nel 276 a.C., Segesta si consegnò all’armata greca di Pirro, sovrano dell’Epiro, ritornando sotto l’influenza punica alla sua morte, nel 272 a.C..
Selinunte, caduta anch’essa nelle mani di Pirro nel 276 a.C., venne invece definitivamente evacuata intorno al 250 a.C., durante la prima guerra punica.

Sicilia romana (241 a.C. – 440 d.C.)

La dominazione romana iniziò il 10 marzo 241 a.C., con la vittoria nella prima Guerra Punica e si concluse nel 440, con la conquista dell’isola da parte del vandalo Genserico.
La Provincia Sicilia, con capitale Syracusae, comprendeva la Sicilia e Malta.
Le principali città romane furono:
Catana o Catina (Catania), conquistata nel 263 a.C., all’inizio della prima guerra punica;
Centuripe, che si sottomise spontaneamente nel 263 a.C., fu dichiarata città libera ed esente da qualsiasi tassa;
Messana (Messina), consegnata ai Romani dai Mamertini nel 264 a.C.;
Panormo (Palermo), sotto ai cartaginesi fino alla prima guerra punica (264-241 a.C.);
Syracusae (Siracusa), capitale della nuova provincia romana dal 212 a.C.;
Tauromenion o Tauromenium (Taormina), sotto il dominio di Siracusa fino al 212 a.C., anno in cui tutta la Sicilia fu dichiarata provincia romana;
Thermai Himeraìai (Termini Imerese);
Tindari, già base navale cartaginese.

Euno

La Sicilia fu una delle province romane più prospere e tranquille.
Uno dei granai di Roma, era caratterizzata da grandi latifondi in cui veniva impiegata manodopera in condizioni di schiavitù e non erano insolite rivolte da parte degli schiavi.
La più importante fu la cosiddetta prima guerra servile, che ebbe inizio nel 136 a.C.. Messosi a capo, inizialmente, di poche centinaia di altri schiavi, Euno guidò la rivolta e fu acclamato re col nome di Antioco, assai diffuso nella sua terra d’origine, la Siria.
A lui si unì Cleone, che aveva guidato la rivolta di altre migliaia di schiavi, nell’agrigentino.
Insieme, diedero vita a un esercito che arrivò a contare duecentomila uomini e fu in grado di resistere e di sconfiggere a più riprese l’esercito romano, fino alla discesa, nel 132 a.C., delle legioni del console Publio Rupilio. Ventimila cittadini furono trucidati nella sola Enna, in una delle più grandi stragi che la Sicilia abbia mai conosciuto!
Euno fu catturato e rinchiuso nelle carceri di Morgantina, dove morirà in prigionia!
Nonostante la tragica vittoria, Publio Rupilio riconobbe, almeno in parte, le ragioni per le quali un intero popolo si era ribellato. Diede il via, infatti, a una profonda riforma amministrativa della Sicilia: non essendovi mai stato uno stato siciliano unitario ma, di fatto, singole città-stato, con la promulgazione della lex rupilia se ne fissava, per ciascuna, lo stato giuridico in base ai pregressi rapporti con Roma. Messina, Taormina e Noto, che avevano stipulato trattati bilaterali, furono dichiarate libere e indipendenti, con proprie istituzioni e proprie leggi, senza essere soggette a tributi e tasse. Segesta, Salemi, Tusa, Centuripe e Palermo furono invece dichiarate libere e indipendenti per unilaterale atto di Roma. La gran parte delle città furono dichiarate soggette alla decima, essendosi sottomesse a Roma solo dopo iniziale resistenza. Altre sei città, che erano state conquistate con la forza, videro confiscato il loro patrimonio e i terreni agricoli adatti alla coltivazione o al pascolo diventarono territorio di Roma che, con asta pubblica, lo dava in affitto.

Sicilia vandala (440 – 493)

A partire dal 337 d.C., i Vandali, popolazione germanica orientale, dopo aver occupato quella che era stata la provincia romana d’Africa, cominciarono a razziare le coste siciliane, decretando la fine del predominio romano in Sicilia.
La Sicilia fu conquistata nel 440 dal re dei Vandali, Genserico, che vi sbarcò dopo aver sottomesso tutto il Nordafrica ed essersi alleato con i Berberi.
I Vandali razziarono l’isola e distrussero Palermo.
Nel 476 Odoacre, re degli Eruli, iniziò una sanguinosa guerra contro di loro, riuscendo però a riscattare l’isola, con l’unica eccezione di Lilibeo, solamente versando un tributo.
Tra il 484 e il 496, comunque, l’intera Sicilia fu conquistata dagli Ostrogoti, che si limitarono a depredarla.

Sicilia erulo-ostrogota (493 – 555)

La presenza degli Eruli in Sicilia ha origine, come detto, nel 476, allorché Genserico, re dei Vandali, cedette l’isola al re erulo Odoacre, in cambio di un tributo, trattenendo solamente la città di Lilibeo, vicino all’odierna Marsala.
La dominazione ostrogota iniziò nel 493, con l’uccisione di Odoacre da parte di Teodorico il Grande. Il suo regno rappresentò il momento più alto del potere ostrogoto, che si protrasse fino alla guerra gotica (535 – 553), lungo conflitto che vide contrapposti Impero bizantino e Ostrogoti.
La dominazione ostrogota si concluse nel 555, con la definitiva annessione all’impero di Giustiniano.

Sicilia bizantina (535 – 963)

Risale al 535, durante la guerra gotica, la prima occupazione dell’isola e la sua annessione all’Impero bizantino, da parte di Belisario, ma la definitiva conquista si ebbe nel 555.
Le massime autorità civiche erano il defensor civitatis, col compito di difendere i diritti della plebe dalle iniquità dei potenti, e il curator civitatis, con funzioni di controllo sull’amministrazione e sulle finanze. Spesso i candidati compravano la loro elezione con i suffragia e, per rifarsi della spesa, erano soliti estorcere somme di denaro alla popolazione. Sebbene resa illegale dallo stesso imperatore Giustiniano, la pratica dei suffragia non fu mai completamente abbandonata. Un pesante livello di tassazione, inoltre, contribuì a impoverire ulteriormente la popolazione.
Il malcontento popolare, in un’area da sempre più vicina a Roma, piuttosto che a Costantinopoli, contribuì, quindi, all’indebolimento del potere bizantino.
Nell’823, a Siracusa, il turmarca della flotta bizantina, Eufemio di Messina, si autoproclamò imperatore, indipendente da Costantinopoli. In possesso di grande carisma e assai rispettato, fu tuttavia sconfitto da due suoi governatori ribelli e fuggì nell’odierna Tunisia, ove cercò l’appoggio degli Arabi, probabilmente già pronti all’invasione della Sicilia. Abbandonato anche dagli Arabi al suo rientro in Sicilia, nell’827, l’anno successivo venne ucciso dagli stessi abitanti di Castrogiovanni, l’odierna Enna, coi quali aveva cercato di riallacciare i rapporti.
Caddero progressivamente in mano araba Mazara del Vallo e Marsala (Marsa ‘Ali, il porto di ‘Ali, o Marsa Allah, il porto di Dio), nell’827; Girgenti (Agrigento), nell’830; Palermo (che fu eletta capitale), nell’831; Modica, nell’844; Messina, nell’845; Ragusa, nell’848; Castrogiovanni (Enna), nell’859; Catania, nell’877, e Siracusa, il 21 maggio dell’878, per mano del generale Giafar Ibn Muhammed. Tauromenium (Taormina) fu l’ultima importante roccaforte della resistenza siciliana a cadere, il 1 agosto del 902. Con la capitolazione di Rometta, nel 963, l’intera Sicilia passò in mano arabe.

Sicilia araba (827 – 1091)

Il dominio islamico iniziò con lo sbarco a Mazara del Vallo, nell’827, e terminò con la presa di Palermo da parte dei Normanni, nel 1072, e con la definitiva caduta di Noto, nel 1091.
Secondo gran parte degli storici, con gli Arabi la Sicilia visse un lungo periodo di pace e di rinascita economica e culturale. Si svilupparono cultura, poesia, arti e scienze orientali. Vennero introdotte nuove tecniche agricole, con l’abbandono della tradizionale monocoltura del grano e l’avvio della coltura del riso e degli agrumi, nonché con la realizzazione di importanti opere di canalizzazione delle acque. La Sicilia divenne, inoltre, il centro degli scambi commerciali nel Mediterraneo.
Ai cristiani che non vollero convertirsi all’Islam, soprattutto nella parte orientale dell’isola, furono imposti una fiscalità più gravosa e il divieto di fare proselitismo e di edificare nuovi luoghi di culto, rispettando, tuttavia, le chiese già esistenti. Crebbero le comunità ebraiche, dedite principalmente all’artigianato e ai commerci. Palermo, eletta capitale, vide crescere la sua popolazione e subì un imponente sviluppo urbanistico.
L’isola venne suddivisa amministrativamente in Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto e fu governata in piena autonomia dai suoi emiri. Fu, questa, una delle loro debolezze.
Dopo un primo tentativo nel 1038, insieme a Bizantini guidati dal generale Giorgio Maniace e a esuli lombardi, nel febbraio del 1061 i Normanni, guidati dai fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero (Ruggero I di Sicilia), della famiglia degli Altavilla, sbarcarono nei pressi di Messina e si avviarono alla conquista dell’isola, grazie anche all’alleanza con la Repubblica Marinara di Pisa. Nel 1072, si arrese Palermo.
Con la caduta di Noto, nel 1091, la Sicilia passò definitivamente in mani normanne.
Fino ad allora, Normanni, Ebrei, Arabi musulmani, Longobardi e Siciliani nativi avevano convissuto in buona armonia. Con la definitiva conquista normanna, i musulmani dovettero scegliere tra andare via o rimanere assoggettati all’autorità cristiana. Molti partirono, ma buona parte decise di restare.
Intorno al 1160, iniziarono le sommosse popolari dei Longobardi (genti lombarde), con saccheggi e massacri di musulmani, sempre più segregati, anche geograficamente, fino al definitivo annientamento della loro presenza, avvenuto intorno alla metà del XIII secolo.
Dell’architettura araba in Sicilia, non ci sono arrivati esempi importanti, sia per la maggiore predisposizione dei musulmani a riadattare e riutilizzare edifici e strutture preesistenti, sia per l’opera di cancellazione attuata a partire dal periodo angioino.
Nei secoli successivi, inoltre, parte degli edifici fu utilizzata con altre finalità. Una colonna nel portico sud della Cattedrale di Palermo, ad esempio, riporta ancora un’iscrizione araba.
Tracce rimangono, semmai, in manufatti realizzati dai Normanni, in epoca successiva, grazie all’utilizzo di manodopera araba: il Palazzo della Zisa (da al-‘Aziza, la splendida, la meravigliosa), il Castello della Cuba (da qubba, cupola), la Cappella Palatina, il Parco Reale della Favara (da fawwara, sorgente).
Numerose, invece, sono state le influenze sulla cucina (dal cuscus, o cùscusu, all’uso delle spezie), sulla lingua (cafisu, da qafiz; cassata, da cashta; gebbia, da jabh; giuggiulena, da juljulan; saia, da saqiya; tanura, da tanur; zagara, da zahr; zibbibbu, da zabib), sulla toponomastica (Caltanissetta, Caltagirone, Caltavuturo derivano da kalat, castello; Marsala, Marzameni da marsha, porto; Gibellina, Gibilmanna da gebel, monte; Racalmuto, Regalbuto da rahal, casale).

Jawhar al-Siqilli

Tra le figure più eminenti, va ricordato Abu al-Hasan Jawhar ibn ‘Abd Allah, più comunemente Jawhar al-Siqilli (Jawhar il Siciliano).
Ben poco si sa dei suoi antenati e della sua stessa nascita, se non che nacque in Sicilia intorno al 911 d.C.. Di origini cristiano-bizantine, apparteneva a un gruppo di mawali (non-arabi) siciliani, ridotti in schiavitù e deportati a Qayrawan, in Tunisia. Per i mawali dell’epoca, era prassi consueta non tenere traccia delle loro origini.
Liberato, nel 953, dall’Imam Al-Mu’izz li-Din Allah, acquistò prestigio e potere sempre maggiori all’interno dell’Imamato, fino a diventare, nel 959, comandante in capo dell’esercito fatimide, con il titolo di vizir (colui che decide).
Sottomise intere province lungo tutto il Maghreb finché, nel 959, l’Imam al-Mu’izz lo incaricò della conquista dell’Egitto. Impossessatosi di Alessandria e nominato governatore dell’Egitto, si preoccupò che i suoi soldati non si dessero a razzie e violenze, nei confronti dell’inerme popolazione. Il suo governo, anzi, è ricordato per l’estrema e inconsueta tolleranza.
Al momento della conquista, l’Egitto era afflitto da carestia e pestilenza. Jawhar si preoccupò, da subito, che venisse garantita un’equa distribuzione alla popolazione del grano e degli altri beni che l’Imam Al-Mu’izz gli aveva messo a disposizione. Introdusse nuovi metodi agricoli, incoraggiando la popolazione alla coltivazione di antiche e nuove essenze.
Nel 969, progettò e fondò la città di al-Qahira, l’odierna Il Cairo. L’anno successivo, iniziarono i lavori di costruzione della grande moschea di Al Azhar, completata in poco meno di due anni, tra l’altro una delle più antiche università al mondo.
Morì a al-Qahira, il 28 gennaio 992. Per alcuni, la sua tomba è quella oggi osservabile nel lato nord dell’università teologica di Al Azhar.

Sicilia normanna (1061 – 1198)

La presenza normanna, in Sicilia, ha inizio con lo sbarco a Messina di Ruggero I di Sicilia, nel 1061, e termina con la morte di Costanza, ultima degli Altavilla, nel 1198.
Quello normanno fu il primo esempio di stato moderno in Europa, caratterizzato dalla convivenza di etnie, lingue e religioni diverse, da un catasto moderno, da un Parlamento, convocato per la prima volta nel 1097 da Ruggero I di Sicilia, a Mazara del Vallo, tra i più antichi al mondo, insieme al parlamento islandese e a quello delle Isole Faer Øer.
Fu istituita la Contea di Ragusa, affidata a Goffredo d’Altavilla.

Ruggero II d’Altavilla

Nel 1130, con Ruggero II d’Altavilla, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia, nacque il Regno di Sicilia. Tra alterne vicende, durerà fino al 1816, anno in cui, con Ferdinando di Borbone, verrà proclamato il Regno delle Due Sicilie.
Egli fu capace di unire al suo regno i territori dell’Italia meridionale e la Sicilia divenne la principale potenza nel Mediterraneo, in grado di conquistare, tra il 1135 e il 1153 e grazie a una potente flotta, interi territori lungo la costa nordafricana, dalla Tunisia alla Tripolitania, che costituirono il cosiddetto Regno normanno d’Africa, una sorta di protettorato siciliano.
Nel 1154, gli succedette Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo, incapace di rinunciare ai piaceri e agli agi della vita e di dedicarsi, invece, al governo del regno, che semplicemente affidò a persone di fiducia.

Guglielmo II il Buono

Alla sua morte, nel 1166, la moglie Margherita di Navarra ebbe la reggenza, fino alla maggiore età del figlio Guglielmo II, detto il Buono, incoronato re nel 1171 e ricordato come uno dei re normanni che godette del maggiore favore popolare. Un grande re, forse troppo presto dimenticato!
Sotto di lui, la Sicilia conobbe un nuovo periodo di fioritura nelle arti e nell’architettura, con la realizzazione del Duomo di Monreale, avviata nel 1174, e dell’Abbazia di Santa Maria di Maniace, voluta dalla madre Margherita, il completamento del Palazzo della Zisa, la cui edificazione era stata avviata dal padre, i lavori nel Duomo di Palermo.
Il suo regno, inoltre, fu caratterizzato da estrema tolleranza religiosa, innanzitutto verso i musulmani. Ne dà ampia testimonianza lo stesso Michele Amari, tra i più eminenti studiosi della Sicilia musulmana e dei Vespri siciliani.
Fu anche un re guerriero. Nella primavera del 1188, inviò la flotta normanna a contrastare Saladino, Sultano d’Egitto, Siria e Hegiaz, che, l’ottobre precedente, aveva conquistato Gerusalemme. Le navi normanne protessero gli altri porti finché, sbarcando a luglio a Tripoli, in Libano, riuscirono a respingerne momentaneamente l’assalto.
Guglielmo II morì a Palermo il 18 novembre 1189, a soli 36 anni. È sepolto in un sarcofago rinascimentale, nel Duomo di Monreale.
In mancanza di eredi, gli succedettero Tancredi di Sicilia, dal 1189 al 1194, e, per pochi mesi, il figlio di quest’ultimo, Guglielmo III.
Il matrimonio, nel 1185, tra Enrico VI, figlio dell’imperatore Federico Barbarossa, e Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II, aveva tuttavia segnato, ormai, la strada della conquista della Sicilia da parte degli Svevi.
Da questo matrimonio, il 26 dicembre del 1194 nacque Federico II di Svevia, stupor mundi, della famiglia degli Hohenstaufen, re dal 1198 al 1250, sebbene sotto tutela papale fino al 1208.

Sicilia sveva (1194 – 1266)

La dinastia sveva regnò, in Sicilia, dal 1198, anno dell’incoronazione di Federico II di Svevia, al 1266, con la sconfitta di Manfredi di Sicilia da parte di Carlo I d’Angiò.
Già prima, in realtà, dal 1194 al 1197, aveva regnato Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa e padre di Federico II. Alla sua morte, per un anno, il regno passò alla moglie Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II e madre dello stesso Federico II.

Federico II di Svevia

Federico II fu inizialmente sotto tutela papale, prendendo di fatto il potere nel 1208, a quattordici anni. Poliglotta, dotato di spiccata curiosità e di poliedrica cultura, è considerato un governante estremamente moderno per i suoi tempi.
Anticipò la figura del principe rinascimentale, dedicandosi allo studio e all’approfondimento di filosofia, astrologia, matematica, scienze naturali, falconeria. A Palermo nacque, inoltre, la Scuola poetica siciliana.
Edificò castelli e fortificazioni in tutta l’isola e a lui si deve l’emanazione, nel 1231, delle cosiddette Costituzioni Melfitane, raccolta di norme che regolamentava il vivere comune.
Federico II e gli Hohenstaufen non ebbero un buon rapporto con la città di Catania, che si ribellò nel 1232. Si narra che il Castello Ursino sia stato voluto dal sovrano per tenere a bada la popolazione.
A Castrogiovanni, l’odierna Enna, rimane traccia nell’architettura militare, con la ristrutturazione del Castello di Lombardia e l’edificazione della Torre di Federico II.
Morì il 13 dicembre del 1250 a Fiorentino di Puglia, l’odierna Torremaggiore, per una patologia addominale, conseguenza forse di altre malattie trascurate o mal curate.
Il suo sarcofago è ospitato nella Cattedrale di Palermo.
Gli succedette il figlio naturale Manfredi, avuto dalla moglie Bianca Lancia (o Lanza), sposata in articulo mortis. Manfredi verrà sconfitto e ucciso a Benevento, nel 1266, da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, e con lui si estinse la dinastia degli Svevi in Sicilia.
Vano fu, infatti, il tentativo di riconquista del regno da parte di Corradino di Svevia, sconfitto in battaglia e decapitato nel 1268, all’età di diciassette anni.

Sicilia angioina (1266 – 1282)

Il dominio degli Angioini ebbe inizio, in Sicilia, nel 1266, con la sconfitta e l’uccisione di Manfredi di Sicilia, figlio naturale di Federico II di Svevia, ad opera di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia.
Ebbe vita breve, tuttavia, concludendosi nel 1282 con la rivoluzione dei Vespri siciliani e il sopravvento della dinastia aragonese.
La riduzione delle libertà e una politica fiscale opprimente diedero origine a una serie di rivolte contro gli Angioini, con centro Catania, sfruttata e danneggiata dalla chiusura del porto. Tra le figure di spicco, Giovanni da Procida che, nel 1280, travestito da monaco, chiese l’aiuto di re Pietro III d’Aragona, marito di Costanza II di Sicilia, figlia di Manfredi.
L’insurrezione si trasformò, così, in un conflitto tra Siciliani e Aragonesi, da una parte, Angioini, papato, Regno di Francia e fazioni guelfe, dall’altra.

La Rivoluzione del Vespro

Il 31 marzo del 1282, dal sagrato della basilica di Santo Spirito, prese avvio la Rivoluzione del Vespro, con la guerra dei Novant’anni che seguì. In essa, il Popolo Siciliano dimostrò coesione, valore, eroismo, amor di Patria e impegno per la difesa del diritto alla Libertà e all’Indipendenza della Sicilia, ponendo fine alla presenza della dinastia francese.
Tutto ebbe inizio, durante la funzione serale del Lunedì di Pasqua, dalla reazione al comportamento irriguardoso di un soldato francese, tale Drouet, nei confronti di una giovane donna, col pretesto di perquisirla, e dalla sua uccisione da parte del marito di lei. Già la stessa sera e nel corso della notte, i palermitani si diedero a una vera e propria caccia ai francesi, che dilagò in tutta l’isola.
La flotta aragonese sbarcò a Trapani il 30 agosto. Il 26 settembre 1282, Carlo d’Angiò, sconfitto, rientrò a Napoli. Con Pietro III ebbe così inizio la dinastia aragonese in Sicilia (1282-1410).

Sicilia aragonese (1282 – 1516)

La dinastia aragonese in Sicilia ebbe inizio il 26 settembre 1282, con la cacciata di Carlo I d’Angiò, sconfitto dai siciliani e dall’esercito di Pietro III d’Aragona, e terminò il 23 gennaio 1516, con la morte di re Ferdinando II d’Aragona e il passaggio della Sicilia sotto il diretto controllo spagnolo.

Federico III di Sicilia, “un re da leggenda”

Tra le figure da ricordare, vi è quella di Federico III di Sicilia, “un re da leggenda”, come ebbe a definirlo, nel 1951, lo storico spagnolo Rafael Olivar Bertrand.
Nato a Barcellona il 13 dicembre del 1273 (o del 1274), da Pietro III il Grande, re d’Aragona, e dalla sicilianissima Costanza II di Sicilia (anche Costanza di Hohenstaufen o Costanza d’Aragona), figlia di Manfredi, re di Sicilia, dall’età di nove anni visse in Sicilia.
Nel suo pamphlet “Federico III di Sicilia: un grande sovrano per un grande popolo”, il professore Mirto amaramente riflette: «Quando si vuole ridurre un popolo allo stato coloniale gli si toglie la cultura, la lingua e la storia, in maniera che i “colonizzati” finiscano con l’identificarsi con la cultura, la lingua e la storia del paese dominante. E così i Siciliani si sono convinti del fatto che non hanno una loro cultura, che la loro lingua è un rozzo dialetto (nel secolo XIV e XV invece la Real Cancelleria emanava in lingua siciliana documenti firmati dal sovrano), che non hanno una loro storia. Infatti parte della storia siciliana è stata fatta scomparire e, quella che è rimasta, viene presentata come un susseguirsi di dominazioni straniere che vedono i Siciliani oggetto inerte della storia».
La storia e la figura di Federico III sono tra quelle che si è provato a far sparire o, quantomeno, a ridimensionare. A partire già dal nome! Egli si sarebbe dovuto chiamare Federico II, ma optò per il numerale III in omaggio al bisnonno Federico II di Svevia, stupor mundi, Imperatore del Sacro Romano Impero con questo nome e re di Sicilia come Federico I. Chi, tra gli storici, ha inteso minimizzarne la portata, ha fatto prevalere il nome Federico II, eventualmente d’Aragona, creando confusione col più famoso bisnonno e diluendo, in questo modo, l’effettiva portata della sua figura.
Il 15 gennaio 1296, il Parlamento siciliano, riunito al Castello Ursino di Catania, lo nominò re in sostituzione del fratello Giacomo II d’Aragona, di Valencia e Conte di Barcellona (nonché usurpatore del Regno di Sicilia!), reo di aver sottoscritto il trattato di pace di Anagni, voluto da papa Bonifacio VIII, che prevedeva la ritirata degli aragonesi e la cessione della Sicilia agli Angiò. Il successivo 25 marzo, Federico III venne formalmente incoronato nella cattedrale di Palermo, nell’entusiasmo popolare.
Federico riprese la guerra del Vespro, che vedeva il piccolo Regno di Sicilia difendersi da angioini di Napoli, guelfi italiani, regno di Francia, regno d’Aragona del fratello Giacomo II, papato di Bonifacio VIII. In quella che Rafael Olivar Bertrand ha definito “una delle epopee più gloriose della storia umana”, nell’epoca “più gloriosa della storia dell’isola”!
È del 4 luglio 1299 la drammatica battaglia navale di Capo d’Orlando, in cui la retroguardia della flotta siciliana affrontò coraggiosamente la grande e potente flotta aragonese e filo-angioina, comandata dall’ammiraglio Ruggero di Lauria (narrano gli storici che il mare antistante Capo d’Orlando diventò di colore rosso per il sangue versato dai combattenti siciliani e dai loro nemici), e nel corso della quale venne gravemente ferito lo stesso Federico III, accolto poi e difeso dall’intera popolazione di Messina. Nel successivo mese di ottobre cadde Catania. Il 1 dicembre 1299, tuttavia, la battaglia decisiva fu combattuta nella piana di Falconaria, tra Trapani e Marsala, e fu appannaggio degli aragonesi.
La prima fase dei Vespri siciliani si concluse, di fatto, con la pace di Caltabellotta, stipulata il 31 agosto del 1302, che sancì il diritto di Federico III a essere re assoluto e indipendente del Regno di Trinacria, costituito dalla Sicilia e dalle sue isole minori.
Dotato di grande carisma, Federico III fu abile condottiero e buon legislatore.
Promulgò testi assolutamente innovativi per il medioevo, con garanzie costituzionali che andavano dal rispetto di ben precisi doveri, per i reggenti, all’obbligo di convocare il Parlamento siciliano almeno una volta all’anno, nel giorno di Tutti i Santi, alla tutela dei beni dei condannati. Non vanno dimenticate, tuttavia, neppure le tristi norme, emanate nel 1324 dal Parlamento riunito a Enna, che prevedevano la segregazione degli Ebrei.
Accolse alla sua corte i francescani spirituali, perseguitati a partire dal Concilio di Vienne del 1311-1312 e, soprattutto, tra il 1316 e il 1317, con l’ascesa al soglio pontificio di papa Giovanni XXII e il diretto intervento dell’inquisitore Bernardo Gui.
Federico III morì il 25 giugno del 1337, tra Paternò e Catania.
Venne temporaneamente sepolto nella Cattedrale di Catania, in attesa che le sue spoglie potessero essere trasferite a Palermo. Cosa che non avvenne mai.
Del recupero della memoria storica e del ritrovamento della stessa tomba di questo grande re, va dato merito al professor Corrado Mirto, docente universitario di Storia Medioevale, a Palermo, e unanimemente considerato tra i massimi esperti della Rivoluzione del Vespro.

Sicilia spagnola (1516 – 1713)

Il viceregno spagnolo iniziò il 23 gennaio 1516, con la morte di re Ferdinando II d’Aragona e l’inglobamento della Sicilia, così come di Napoli, nel regno di Spagna di suo nipote Carlo V d’Asburgo.
Terminò il 10 giugno 1713, con la firma della pace di Utrecht, che sancì il passaggio dell’isola da Filippo V di Borbone a Vittorio Amedeo II di Savoia.
I due regni di Napoli e di Sicilia furono governati da distinti viceré, con sedi, rispettivamente, a Napoli e Palermo.
Si ebbe un profondo rinnovamento della struttura sociale, che rimase sostanzialmente feudale, ma con un ceto medio (commercianti, funzionari) che si affiancò alla tradizionale nobiltà. Le città più importanti furono, come già in passato, Palermo e, soprattutto, Messina.
Sono di quest’epoca i primi censimenti, che attestano di una popolazione progressivamente crescente, dalle 500 mila unità circa del 1500, agli oltre un milione di abitanti del 1600.
Risale al 9-11 gennaio 1693 la sequenza di scosse note come terremoto del Val di Noto e che, insieme ai terremoti del 1169 e del 1908, rappresentano l’evento sismico più catastrofico che abbia colpito la Sicilia orientale in tempi storici. Provocò la distruzione di una cinquantina di centri abitati, con circa 60 mila vittime, di cui 16 mila solo a Catania (su una popolazione di circa 20 mila unità), 5 mila a Ragusa (su circa 10 mila abitanti), 4 mila a Lentini (su 10 mila abitanti), 4 mila a Siracusa (su circa 15 mila abitanti), eccetera.

Carlo V d’Asburgo

Tra le figure principali, Carlo V d’Asburgo, Re di Spagna e Imperatore del Sacro Romano Impero, una delle più importanti nella storia d’Europa, a capo di un impero talmente vasto da venirgli attribuita l’affermazione secondo cui, sul suo regno, non tramontava mai il sole.
Sbarcò per la prima volta in Sicilia nel 1535, di ritorno da una campagna contro i corsari barbareschi del Nordafrica. Ritenendo la Sicilia strategica, per la sua posizione nel Mediterraneo, volle che fossero rinforzate le difese dei porti e lungo le coste, a difesa dagli attacchi ottomani e da parte dei corsari barbareschi.
Fu lui, inoltre, a dividere definitamente le vicende della Sicilia da quelle di Malta, affidandola all’Ordine dei Cavalieri Ospitalieri.
Durante il suo regno, Ignazio de Loyola fondò, a Messina, nel 1548, il primo Collegio dei Gesuiti.
Abdicò nel 1556, due anni prima di morire, in favore del figlio Filippo II di Spagna.
Nel 1700, salì al trono di Spagna Filippo V di Borbone.
Con la pace di Utrecht del 1713, la Sicilia passò nelle mani di Vittorio Amedeo II di Savoia.

Sicilia piemontese (1713 – 1720)

Con la ratifica dei trattati di pace di Utrecht, il 13 luglio 1713, la Sicilia passò dalle mani di Filippo V di Borbone, re di Spagna, a quelle di Vittorio Amedeo II di Savoia.
Il 24 dicembre, Vittorio Amedeo II di Savoia fu incoronato nella Cattedrale di Palermo, città nella quale si fermerà fino al 7 settembre del 1714.
Di fronte a una Spagna nuovamente minacciosa, Austria, Francia, Inghilterra e Olanda strinsero, nel frattempo, una Quadruplice Alleanza, con finalità di mutua difesa.
Attaccato pesantemente dagli Spagnoli, a Vittorio Amedeo II fu proposto di aderirvi. Gli alleati vennero così in suo soccorso, distruggendo l’imponente flotta spagnola.
Con la ratifica del trattato dell’Aia, il 20 febbraio 1720, Vittorio Amedeo II di Savoia, in cambio del titolo di re di Sardegna, concluse il suo breve settennato cedendo la Sicilia a Carlo VI, che la invase e ne prese possesso. L’isola tornò, così, nelle mani degli Asburgo, stavolta d’Austria.

Sicilia austriaca (1720 – 1734)

La presenza degli Asburgo d’Austria, in Sicilia, durò per circa quindici anni, dal 20 febbraio del 1720, con la firma del trattato dell’Aia che sancì il passaggio dell’isola da Vittorio Amedeo II di Savoia a Carlo VI d’Asburgo, al 25 settembre del 1734, con la conclusione della guerra che vide Carlo di Borbone conquistarla e renderla stato indipendente.
I rapporti tra aristocrazia siciliana e conquistatori austriaci non furono facili e gran parte della nobiltà migrò verso il Piemonte e, soprattutto, in Spagna.
Dopo circa quattro secoli di presenza, i siciliani erano, inoltre, certamente più affini agli Spagnoli, di quanto non lo fossero agli Asburgo d’Austria.
Nel 1734, Carlo di Borbone, infante di Spagna, mosse alla conquista del Regno di Sicilia.
Con la fine della guerra, il 25 settembre 1734, terminò anche la presenza austriaca in Sicilia.
Nel 1735, Carlo di Borbone fu incoronato re di Sicilia e l’isola tornò a essere uno stato indipendente.

Sicilia borbonica (1734 – 1860)

La storia della Sicilia borbonica ha inizio nel 1734, con la conquista da parte di Carlo di Borbone, che la sottrasse alla dominazione austriaca.
Si concluse nel luglio del 1860, col ritiro delle truppe borboniche e l’instaurazione del governo dittatoriale di Giuseppe Garibaldi, che portò alla successiva annessione dell’isola al Regno d’Italia.
Con l’insediamento della monarchia borbonica, la Sicilia uscì dalla condizione di viceregno e tornò a essere uno stato indipendente, sebbene, di fatto, fortemente legato a Napoli.
Nel mese di marzo del 1782, sette anni prima della Rivoluzione Francese, nel Regno di Sicilia venne abolito, su proposta del vicerè Domenico Caracciolo, il Tribunale del Santo Uffizio, oscurantista e aborrita istituzione, passata alla storia come Santa Inquisizione.
La Nazione Siciliana, nel XVIII secolo, attraversava un periodo di grande crescita, culturale, sociale, politica, economica, e la soppressione del Tribunale restituì allo Stato la pienezza della propria Sovranità. La quasi totalità dei fondi, dei beni e delle risorse del Santo Uffizio furono contestualmente destinate al finanziamento e al mantenimento di nuove importanti istituzioni culturali e sociali, fra le quali l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico, l’Accademia degli Studi che, dal 1806, sarebbe diventata l’Università degli Studi di Palermo.

La Costituzione Siciliana del 1812

Il 22 dicembre 1798, abbandonata Napoli, re Ferdinando III di Sicilia si rifugiò a Palermo, acclamato dalla popolazione che aveva creduto alla sua intenzione di rimanere sull’isola. In realtà, non appena gli accordi con Napoleone lo consentirono, nel giugno del 1802 rientrò a Napoli.
Nel 1806, tornato a Palermo a seguito dell’invasione francese, l’accoglienza fu ben diversa. Nel 1810, riunì il Parlamento siciliano e chiese aiuti a difesa del regno, minacciato dai francesi. Ma l’intero Popolo Siciliano, che non aveva più alcuna intenzione di sottostargli, si rivoltò.
Lord William Bentinck, comandante delle truppe britanniche in Sicilia, gli impose allora di promulgare una nuova Costituzione, invitandolo nel contempo a nominare reggente, il 16 gennaio 1812, il figlio Francesco, affiancato da alcuni notabili siciliani.
La Costituzione Siciliana del 1812 fu l’unica, vera costituzione di uno stato preunitario, con un impianto che ricalcava il modello inglese, estremamente moderna e liberale per i tempi, con il potere legislativo affidato a due camere, l’esecutivo in mano al re e il giudiziario di competenza di togati formalmente indipendenti.
Il Congresso di Vienna del 1815, determinò il ritorno al trono dei sovrani che erano stati destituiti durante l’epoca napoleonica. Ferdinando si vide restituito il Regno di Napoli, perduto nel 1806.
L’8 dicembre 1816, egli istituì il Regno delle Due Sicilie, unificando il regno continentale e quello siciliano, ne fissò la capitale a Napoli e assunse il nome di Ferdinando I delle Due Sicilie.

La Rivoluzione del 1820: ‘u fistinu di Santa Rosalia!

La soppressione del Regno di Sicilia e della Costituzione del 1812 fece sorgere, in tutta l’isola, un crescente malcontento nei confronti della presenza borbonica.
Il 14 luglio del 1820, a Palermo, la folla, radunata per le celebrazioni del “festino” di Santa Rosalia, diede inizio a una delle più grandi ed eroiche rivoluzioni indipendentiste della storia della Sicilia. Una rivoluzione, che, con alterne vicende, si sarebbe protratta per tutto l’anno 1820 e per buona parte del 1821 e che vide il ripristino della Costituzione Siciliana del 1812.
Rivoluzione vista non di buon grado, però, sia dall’impero asburgico, sia dal Regno Unito di Gran Bretagna che, se da un lato guardava con simpatia al nazionalismo siciliano in funzione antiborbonica, dall’altro osteggiava ogni ipotesi di indipendenza e di sovranità nazionale siciliana.
La rivoluzione indipendentista fu sconfitta dopo una lunga resistenza e fu così ripristinata l’autorità del governo di Napoli. Non furono tuttavia sconfitti e sono imprescrittibili i diritti fondamentali del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana, proclamati nel corso della Rivoluzione stessa.
Per prevenire il pericolo di altre rivoluzioni, il governo di Vienna inviò un grosso contingente di soldati dell’esercito austriaco, che sarebbe rimasto in Sicilia per ben cinque anni.
L’importanza del “festino” e delle altre feste religiose patronali fu colta, inoltre, dai governi italiani risorgimentali, sin dall’inizio della conquista e dell’occupazione della Sicilia, nel 1860. Non a caso furono proibiti, per ben 36 anni, tutti i festeggiamenti e le pubbliche processioni, un vergognoso divieto che mirava a colpire l’identità culturale, nazionale e religiosa del Popolo Siciliano.

La Rivolta del 1837

La rivolta del 1837 rappresenta un evento ingiustamente trascurato dalla storiografia ufficiale, che interessò soprattutto la Sicilia Orientale.
I Siciliani erano già insofferenti al sistema restrittivo e repressivo instaurato dai Borbone.
In quell’anno, poi, una terribile epidemia di colera colpì dapprima Palermo, causando oltre ventimila vittime, per diffondersi, quindi, nel resto dell’isola, soprattutto nella parte orientale, decimando le popolazioni di Catania, Messina e Siracusa. L’insofferenza popolare fu resa rabbiosa e violenta per la disorganizzazione e l’incapacità di arginare la diffusione dell’epidemia. Tumulti scoppiarono in tutto il catanese e nel siracusano e non mancarono episodi di violenza gratuita. La mancanza di una vera strategia e di figure di riferimento, in grado di assumere il comando della rivolta, facilitarono, tuttavia, il ristabilimento dell’autorità borbonica.

La Rivoluzione del 1848

Il 12 gennaio 1848, esplose a Palermo, nella Piazza della Fiera Vecchia (l’odierna Piazza Rivoluzione), una Rivoluzione lungamente preparata e che dilagò, poi, in tutta la Sicilia, obbligando le truppe borboniche a ritirarsi precipitosamente, almeno nella prima fase della guerra di liberazione che ne seguì.
Quella Siciliana fu la prima delle grandi Rivoluzioni che avrebbero caratterizzato quell’anno e che sarebbero esplose in tutta Europa. E fu anche la Rivoluzione meglio riuscita e più ricca di significati e di contenuti.
Fu, infatti, riconvocato il Parlamento Siciliano (con le modalità previste dalla Costituzione del 1812); fu emanata una nuova Costituzione; fu dichiarata decaduta la dinastia dei Borbone. E fu proclamata solennemente l’indipendenza e la sovranità dello Stato Siciliano.
A differenza di quanto fosse avvenuto il più delle volte in Italia e in Europa, il maggiore protagonista della Rivoluzione del 1848, in Sicilia, fu il Popolo Siciliano, la Nazione Siciliana, che dimostrò un eroismo e una coscienza politica eccezionali.
Fu una Rivoluzione, ancora, che si fregiò anche di altri primati, quale l’istituzione a Palermo, nel mese di agosto del 1848, della Legione delle Pie Sorelle, un migliaio di donne dedite a opere di carità, alla gestione di un collegio per ragazze povere, al sostegno di vedove e di orfane e quant’altro. Una sorta di antesignana della moderna Croce Rossa!
Il 15 maggio 1849, dopo quasi un anno e mezzo di resistenza, Palermo e l’intera isola caddero in mano borbonica. Una resistenza strenua alla quale, deve dirsi, la storiografia ufficiale non ha mai dato il risalto che avrebbe meritato. Va ricordato, al riguardo, come le ostilità abbiano avuto fine solamente a seguito dell’intervento di Inghilterra e Francia.

La Costituzione Siciliana del 1848

Quella del 1848 fu una Costituzione moderna e democratica, la più moderna e democratica dell’Europa dell’epoca. Poneva al centro del nuovo ordinamento costituzionale il Parlamento, l’organo rappresentativo di tutto il Popolo Siciliano e della sua volontà.
L’articolo 2 recita: «La Sicilia sarà sempre Stato indipendente. Il Re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo sarà decaduto ipso facto. La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza.».
L’articolo 3, invece, ribadiva un concetto base della democrazia: «La sovranità risiede nella universalità dei cittadini Siciliani: niuna classe, niun individuo può attribuirsene l’esercizio. I poteri dello Stato sono delegati e distinti secondo il presente Statuto.».

Le rivolte del 1853 e del 1856

Il Popolo Siciliano era tradizionalmente antiborbonico e aveva fortemente radicato il desiderio e l’aspirazione all’indipendenza. Non accettava, infatti, la cancellazione dell’antico, glorioso e indipendente Regno di Sicilia.
Ne furono testimonianza gli ulteriori moti del 1853, guidati dal corleonese Francesco Bentivegna, che fu catturato e successivamente scarcerato nell’agosto del 1856.
Altra importante rivolta scoppiò nel novembre del 1856, capitanata dallo stesso Francesco Bentivegna e dal cefaludese Salvatore Spinuzza, intenzionati a coinvolgere le masse contro la presenza borbonica. Il tentativo, però, si concluse con una drammatica sconfitta: entrambi catturati, furono sommariamente processati e condannati a morte per fucilazione. Condanna che venne eseguita, rispettivamente, il 20 dicembre del 1856 e il 14 marzo del 1857.

Ruggero Settimo

Tra le figure più importanti di quest’epoca, Ruggero Settimo, nato a Palermo il 19 maggio del 1778, da un’antica famiglia di origini nobiliari, discendente da mercanti pisani trasferitisi in Sicilia nel XV secolo.
Ammiraglio della flotta borbonica, appoggiò la promulgazione della Costituzione siciliana del 1812. Fu Ministro della Marina del Regno di Sicilia nel biennio 1812-1813, della Guerra nel 1813-1814. Dal 1816, con la soppressione della Costituzione siciliana da parte di Ferdinando di Borbone, passò all’opposizione.
Durante la rivoluzione che, con alterne vicende, si sarebbe protratta per tutto l’anno 1820 e per buona parte del 1821, una delle più grandi ed eroiche rivoluzioni indipendentiste della storia della Sicilia, sebbene la storiografia ufficiale la declassi a semplici “moti”, fece parte del governo provvisorio di Palermo che dichiarò l’indipendenza da Napoli.
Fu uno dei protagonisti della rivoluzione scoppiata il 12 gennaio del 1848. Presidente del comitato insurrezionale, con Mariano Stabile segretario generale, la sua persona fu dichiarata “Inviolabile”. Presidente del governo siciliano, il 10 maggio fu proclamato “padre della patria siciliana”.
Con la caduta in mano borbonica, i vertici della rivoluzione andarono in esilio.
Ruggero Settimo fuggì, a bordo della nave HMS Bulldog, alla volta di Malta, allora territorio britannico, dove venne accolto con tutti gli onori riservati a un capo di Stato!
Rientrò dall’esilio solamente dopo l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia, nell’ottobre del 1860. Annessione che egli approvò! Il 20 gennaio 1861, fu nominato senatore e, dal mese di febbraio fino alla morte, fu presidente del nuovo Senato del Regno.
In realtà, Ruggero Settimo era di fatto “prigioniero” degli inglesi in una sorta di gabbia dorata. E agli inglesi non interessava una Sicilia indipendente, semmai auspicavano la nascita di uno stato monolitico, dalle Alpi alla Sicilia. Fu così che egli, malgrado scrivani a sua disposizione, dovette piegarsi a scrivere, ultraottantenne e pur sempre con parole misurate, alcune lettere autografe in cui riconosceva la figura e il ruolo del re.
Morì a Malta, il 12 maggio del 1863. È sepolto nella chiesa di San Domenico, a Palermo.

Le condizioni economiche e sociali

Nel periodo borbonico, la Sicilia non ebbe lo stesso sviluppo economico riservato, invece, alla Campania. Si affermò, comunque, la produzione e il commercio di agrumi, grano, sale, zolfo. L’emigrazione, inoltre, rimase un fenomeno pressoché sconosciuto.
Si svilupparono i commerci marittimi e risale al 1853 la prima traversata dal Mediterraneo verso l’America di un piroscafo, il “Sicilia” della Società Sicula Transatlantica dei fratelli palermitani De Pace.
Per quanto concerne lo sviluppo sociale, risale all’inizio dell’Ottocento la costruzione, a Palermo, del primo cimitero in Europa senza distinzione di classi sociali, dei primi orfanotrofi, del Real Albergo dei poveri di Palermo.
Allo stesso periodo risale anche la prima vaccinazione antivaiolo, gratuita, obbligatoria e applicata su tutto il territorio siciliano, isole minori comprese.

La fine del periodo borbonico

L’11 maggio del 1860, Garibaldi sbarcò a Marsala. Successivamente alla battaglia di Calatafimi del 15 maggio, entrò a Palermo il 30 maggio e, il 27 luglio, approdò a Messina, da cui mosse alla volta del continente.
La storiografia risorgimentale e ufficiale ha sempre descritto l’ingresso di Garibaldi come trionfale, acclamato dal popolo, dimenticando o celando una realtà ben diversa.
Va innanzitutto ricordato come gli accordi di Plombières, stipulati il 21 luglio del 1858 tra l’imperatore francese Napoleone III e il presidente del consiglio piemontese Camillo Benso Conte di Cavour, prevedessero un nuovo assetto per il territorio italiano, con il Regno dell’alta Italia, comprensivo del Regno di Sardegna, in mano a Vittorio Emanuele II di Savoia; il Regno dell’Italia centrale, sotto il controllo dello Stato pontificio; il Regno delle Due Sicilie, che sarebbe rimasto a Ferdinando II, sebbene Napoleone III vi avrebbe visto di buon grado Luciano Murat, figlio del suo fidato generale Gioacchino Murat.
Furono gli inglesi, con i loro fortissimi interessi nel Mediterraneo, e in Sicilia in particolare, a spingere per la realizzazione di uno stato unitario, in grado di fare da contraltare alla Francia Napoleonica nello stesso Mediterraneo e che rimuovesse i Borbone e il loro Regno delle Due Sicilie. Il loro diretto intervento si rivelò, quindi, determinante. A bordo della nave inglese “Hannibal”, ancorata al largo di Palermo dal 19 maggio del 1860, si tennero incontri e si strinsero accordi segreti tra l’ammiraglio inglese Mundy, Garibaldi, il generale Ferdinando Lanza, a capo delle truppe borboniche a difesa di Palermo, che si preoccupò di richiedere un armistizio prima ancora di combattere, sebbene disponesse di oltre ventimila uomini ben equipaggiati.
In occasione dello sbarco a Marsala, invece, non era presente alcun soldato duo-siciliano. I traditori che comandavano la Luogotenenza Regia di Palermo, infatti, avevano trasferito ad Agrigento, tre giorni prima, l’intera guarnigione militare.
Va ricordato pure che, mettendosi con le proprie navi di traverso nel porto, i comandanti delle navi inglesi “Intrepid” e “Argus”, che avevano scortato e protetto Garibaldi nella sua traversata, avevano proibito ai comandanti delle tre navi duo-siciliane sopravvenute, di sparare, per non mettere in pericolo le proprietà e la vita degli inglesi presenti a Marsala. Gli inglesi, infatti, dettavano legge.
Soltanto a tarda sera, fu consentito alle navi duo-siciliane di sparare qualche colpo di cannone, con finalità puramente simboliche.
Va anche detto che uno dei due piroscafi garibaldini si incagliò nelle secche della rada del porto e gli occupanti furono fatti sbarcare, a poco a poco, con barche e con marinai inviati dal proprietario, inglese, di un grosso stabilimento enologico!
I cittadini marsalesi del 1860 dimostrarono grande coraggio e altissimo senso di dignità, chiudendo letteralmente le porte in faccia all’eroe dei due Mondi e ai suoi seguaci, che “… furono accolti come cani in chiesa”! Sulle porte e sulle finestre delle case private furono apposti cartelli con la scritta “domicilio inglese”, precauzione che mirava a evitare saccheggi e che dimostrava come i marsalesi fossero ben consci che quella “occupazione” era stata voluta e resa possibile dagli inglesi.
Sugli edifici pubblici, sui magazzini e sugli stabilimenti enologici sventolavano prevalentemente bandiere inglesi ed, in minoranza, qualche bandiera americana e alcune francesi. Non si vedeva alcun tricolore italiano!
Nella parata militare organizzata dagli stessi garibaldini a Piazza della Loggia, inoltre, erano presenti soltanto il sindaco di Marsala (fino a un minuto prima, borbonico a tutti gli effetti), il modesto corpo diplomatico, con in testa il prestigioso console britannico, e i rappresentanti della comunità inglese. I veri cittadini di Marsala snobbarono quei “festeggiamenti”!
Nessun “volontario”, inoltre, seguì, l’indomani all’alba, Garibaldi nella sua marcia verso Rampingallo, prima, e verso Salemi, il giorno successivo.
Dopo qualche mese, la stessa città di Marsala si sarebbe ribellata, per protestare contro la frettolosa e illegittima introduzione della leva obbligatoria imposta da Garibaldi, nel frattempo autoproclamatosi Dittatore della Sicilia, per supplire alla mancanza di volontari.
Il recupero della verità e della memoria storica sono necessari ai popoli (e soprattutto al Popolo Siciliano) per comprendere meglio il presente e per guardare, con consapevolezza e con maggiori energie morali, al proprio futuro.

Sicilia dall’unità d’Italia (1860 – 1946)

Per storia della Sicilia dall’unità d’Italia si intende il periodo che va dalla spedizione dei “mille” e dall’annessione al Regno d’Italia, con il discusso plebiscito del 21 ottobre del 1860, alla nascita della Repubblica Italiana, col referendum del 2 giugno del 1946.

Il massacro di Bronte del 10 agosto 1860

Garibaldi sapeva bene che, per portare a termine la sua “impresa” in Sicilia, sarebbe stato essenziale l’appoggio dei siciliani. Doveva essere visto, quindi, non solo come un liberatore dai Borbone, ma anche come l’ispiratore di una nuova società, libera da miseria e ingiustizie. Per questo, il 2 giugno 1860, emanò un decreto che prometteva, innanzitutto e soprattutto, la divisione delle terre, dei demani comunali.
Nella cittadina di Bronte, alle pendici dell’Etna, la situazione era più complessa che altrove. Qui, fra i detentori delle terre demaniali, vi erano gli eredi inglesi di Orazio Nelson, ora Nelson-Bridport, che si opponevano alla revisione dei confini e dei titoli di proprietà dei terreni. La famiglia Nelson aveva ricevuto dai Borbone il feudo di Bronte, donato da Ferdinando III a Orazio Nelson quale ringraziamento per l’aiuto ricevuto durante l’insurrezione napoletana del 1799. Il feudo era stato costituito in parte con la requisizione di territori demaniali, fra i quali i boschi del Comune, in un paese che già in passato aveva subito continue usurpazioni di terre e con una popolazione esasperata per la mancanza di terre comuni, da utilizzare per i bisogni primari di sopravvivenza, i cosiddetti usi civici.
La tensione sociale aveva determinato la formazione di due fazioni contrapposte, i “ducali” e i “comunisti”, termine che non aveva il significato che oggi gli attribuiamo, stando più che altro per “comunali”, dalla parte degli interessi del Comune.
I primi, i “ducali”, la maggior parte della borghesia, sostenevano la legittimità dei possessi della Ducea di Nelson e si opponevano alla revisione dei titoli di proprietà.
I secondi, i “comunisti”, più che mettere in discussione la sussistenza della Ducea, reclamavano il pieno esercizio degli usi civici, non riconosciuti invece dai Nelson.
Con l’emanazione del decreto del 2 giugno, nel quale non si fa alcun riferimento ai contadini, si accesero gli appetiti degli stessi contadini e di parte della media borghesia. Non accadendo nulla, al malcontento popolare si aggiunsero sbandati e briganti provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, che capeggiarono una vera e propria rivolta, con decine di case date alle fiamme, insieme al teatro e all’archivio comunale. Sedici furono i morti, tra nobili, ufficiali e civili.
Per riportare l’ordine, Garibaldi, sollecitato dagli inglesi, inviò un battaglione agli ordini di Nino Bixio. Occorreva una punizione esemplare, non tanto o non solo per il mantenimento dell’ordine pubblico, quanto per proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’Inghilterra e per placarne l’opinione pubblica.
Bixio, arrivato a Bronte quando tutto si era già concluso, organizzò un tribunale misto di guerra e, in un processo di poche ore, giudicò circa 150 persone e ne condannò 5 alla fucilazione. I cadaveri di Nicolò Lombardo, acclamato sindaco dalla popolazione subito dopo la rivolta, ritenuto uno dei principali esponenti dei “comunisti” e per questo ingiustamente accusato di aver guidato la rivolta e di aver accolto in casa sua il bottino dei saccheggi, di Nunzio Ciraldo Fraiunco, demente, incapace d’intendere e di volere, di Nunzio Longi Longhitano, di Nunzio Nunno Spitaleri, di Nunzio Samperi, vennero lasciati esposti al pubblico e insepolti, a mo’ di ammonizione.
Successive ricostruzioni storiche appurarono la loro piena innocenza!

Il plebiscito del 21 ottobre 1860

Fortissimi dubbi persistono, ancora oggi, sulla legittimità e sulla correttezza del plebiscito del 21 ottobre 1860, caratterizzato dalla quasi unanimità di preferenze per l’annessione.
Basti pensare che lo stesso Garibaldi, da Sant’Angelo, già in data 15 ottobre 1860, aveva decretato che «Le Due Sicilie che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente a Dittatore – fanno parte integrante dell’Italia Una e Indivisibile – col suo Re Costituzionale VITTORIO EMMANUELE e i suoi discendenti»!
Per porre rimedio allo scandaloso pasticcio istituzionale, fece poi seguito, per la Sicilia, un “manifesto” con il quale il prodittatore Mordini, sempre con data del 15 ottobre 1860, stabiliva e comunicava che i Siciliani avrebbero dovuto votare per il Plebiscito del 21 ottobre 1860, cioè dopo soli 5 giorni, un lasso di tempo del tutto insufficiente, così come lo era stato per il Mezzogiorno, dove i giorni di tempo sarebbero stati una quindicina.
Il governo sabaudo-garibaldino, inoltre, negò al Popolo Siciliano il diritto alla Consulta-Costituente. Il plebiscito è da ritenersi, quindi, inficiato di illegittimità ancora prima dell’avvio e votazioni vere e proprie.
Va detto, ancora, che in Sicilia erano esplose ed esplodevano tante rivolte e che esistevano significativi “siti” di resistenza armata, quali la Cittadella di Messina. Circostanza, questa, che, unitamente alle difficoltà di comunicazione, impediva in centinaia di comuni lo svolgimento di qualsivoglia adempimento inerente al plebiscito stesso.

La resa della “Cittadella” di Messina del 13 marzo 1861

Il 28 luglio del 1860, la città di Messina fu consegnata alle truppe di Garibaldi, senza combattere. La resa prevedeva la partenza delle truppe borboniche. Una parte, tuttavia, si ritirò nella Cittadella fortificata, dove resistette per mesi, fino al bombardamento a colpi di cannone ordinato, l’11 marzo del 1861, dal generale Enrico Cialdini, con centinaia di morti.
Il 13 marzo del 1861, la guarnigione si arrese, lasciando definitivamente la postazione l’indomani, 14 marzo 1861, giorno della proclamazione del Regno d’Italia.
È doveroso fare rilevare come fossero già in corso, dalla Sicilia agli Abruzzi, azioni di guerriglia contro l’occupazione dei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie da parte delle truppe del Regno Sabaudo di Vittorio Emanuele II. Ed erano in corso rivolte popolari, che si sarebbero protratte per tutto il decennio successivo e anche oltre, spesso represse con inaudita violenza, con l’uso dell’artiglieria, con stragi, rappresaglie, distruzioni, incendi, con la sistematica distruzione delle fonti, delle attività produttive e anche delle risorse naturali, con l’internamento dei ribelli in campi di prigionia.
Fondamentali, nelle azioni di repressione e di rappresaglia, furono migliaia di mercenari ungheresi, inquadrati in una legione e già utilizzati da Garibaldi nella cosiddetta “impresa dei mille”. Un elemento, questo, che la storiografia ufficiale di norma tralascia.

La strage di Castellammare del Golfo del 3 gennaio 1862

Una legge pubblicata il 30 giugno 1861 aveva introdotto in Sicilia la leva militare obbligatoria, fino ad allora sconosciuta, della durata di sette anni.
Gli unici a esserne esenti, pagando, erano i rampolli dei cosiddetti “cutrara”, liberali che, grazie al loro collaborazionismo, si erano impossessati della coltre, ‘a cutra, del potere.
I timori per il paventato allontanamento di tante giovani braccia e l’opposizione a questa classe liberale, diedero origine a quella che è conosciuta, riduttivamente, come rivolta dei cutrara, in realtà veri e propri moti popolari, esplosi a capodanno del 1862, contro una classe dirigente asservita agli interessi politici ed economici del regno d’Italia e dei piemontesi. Il crollo dell’economia, della produttività, degli scambi, del commercio, in una città da sempre ricca e operosa, accrebbero il malcontento generale.
Il pomeriggio del 2 gennaio, alcune centinaia di giovani, guidati da due capipopolo, tali Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo, trucidarono il commissario alla leva, Bartolomeo Asaro, e il comandante della guardia nazionale, Francesco Borruso.
Per fronteggiare la rivolta, fu necessario l’intervento di una colonna di migliaia di soldati, inviata dal generale Giuseppe Govone e guidata dal generale Pietro Quintino, che farà terra bruciata intorno a sé.
Nel contempo, tutte le prefetture della Sicilia, immediatamente allertate, si mobilitarono per prevenire altre rivolte nelle province di rispettiva competenza.
Così come barbara e ingiustificata era stata l’uccisione dei due funzionari, altrettanto esagerata, spropositata, furiosa e ingiustificabile fu la reazione, la rappresaglia violenta di cui si resero protagoniste alcune centinaia di bersaglieri che, il 3 gennaio del 1862, trucidarono un manipolo di sette inermi, radunatisi nelle campagne di contrada Fraginesi, forse semplicemente per tenersi lontani dagli scontri in paese: Mariana Crociata, cieca, analfabeta, di 30 anni; Marco Randisi, bracciante agricolo, storpio, analfabeta, di 45 anni; Benedetto Palermo, sacerdote, di 46 anni, agonizzante per più di un’ora, fino a quando un bersagliere, forse mosso a pietà, non lo infilzò alla gola con la sua baionetta; Angela Catalano, contadina, zoppa, analfabeta, di 50 anni; Angela Calamia, disabile, analfabeta, di 70 anni; Antonino Corona, disabile, di 70 anni; Angela Romano, di 9 anni!

La Rivoluzione “del sette e mezzo” del 15-22 settembre 1866

La rivoluzione cosiddetta “del sette e mezzo” ebbe inizio il 15 settembre 1866 e si protrasse fino al 22 settembre, allorché fu soppressa soltanto con i cannoni della flotta militare italiana, fatta convergere su Palermo, e con quelli d’artiglieria dei quarantamila uomini del generale Raffaele Cadorna.
Nella storiografia ufficiale, si afferma spesso che fu preparata e portata avanti solamente dalla plebaglia, che era senza capi e che non aveva né bandiera, né un programma.
Fu, invece, una rivoluzione con un suo ben preciso programma, perorare la costituzione di una repubblica siciliana libera e indipendente.
Era una rivoluzione che aveva anche una sua bandiera, una bandiera rossa, che non aveva alcuna attinenza con l’ideologia comunista (non ancora attecchita in Europa), bensì con la rivolta di tutto il meridione contro l’occupazione da parte delle truppe piemontesi.
Vi era anche un comitato, che operava già dal mese di agosto.
Fu una rivoluzione che coinvolse tutti i ceti, non solamente parti della popolazione.
Santi Correnti, pur credendo nel valore del risorgimento italiano, affermò che si trattò della prima rivolta anti-italiana. Dopo appena cinque anni dalla costituzione del regno d’Italia, tutto il popolo si ribellava già a quelle che considerava truppe di occupazione.
I morti furono migliaia e ve ne furono da entrambe le parti, ma non sono mai stati adeguatamente onorati perché occorreva chiudere al più presto quella pagina di storia.
La repressione, in particolare, è una pagina negata di storia siciliana.
Vi sono documentazioni storiche che non lasciano adito a dubbi: il tenente dei granatieri Antonio Cattaneo scrive in una lettera che, due o tre giorni dopo la fine dei tumulti, prelevò dal carcere ottanta detenuti coinvolti nei fatti, li portò con i suoi uomini fuori dalle mura della città, scavò una fossa e poi si fece fuoco finché non furono tutti ammazzati.
Altra testimonianza è quella dell’abate Rotolo, che era stato un capo dei garibaldini e una personalità importante a Palermo. Egli si sentì in dovere, da siciliano e da sacerdote, di dare testimonianza delle grandi rappresaglie che, nei mesi immediatamente successivi, furono portate avanti contro il popolo siciliano. Fingendo di raccogliere le proteste contro la direzione del carcere dell’Ucciardone (quasi che il suo direttore, che si chiamava Venturi, avesse il potere di rastrellare migliaia di palermitani e sottoporli a tortura), egli descrive cosa ognuno di loro subì sulla propria pelle e ciò che videro fare ai loro compagni.
Altro fatto grave emerge dagli atti parlamentari di un’apposita commissione d’inchiesta: dalla coraggiosa testimonianza del sindaco Nicolosi di Lercara Friddi, che volle addirittura che la sua deposizione fosse messa a verbale, risulta che i carabinieri compirono un vero e proprio stupro etnico a Misilmeri, violentando le mogli di coloro che ritenevano rivoltosi.
Occorre dire che non rappresentarono una pagina di civiltà e di rispetto umano neppure l’uccisione e l’oltraggio dei corpi dei carabinieri, che ne seguirono.

Il crollo economico e sociale

Il Regno delle Due Sicilie aveva una ricchezza complessiva di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri stati preunitari, messi insieme. Con l’unificazione, le riserve auree, i beni di musei e chiese, i fondi del Banco delle Due Sicilie, successivamente scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia, furono incamerati dal nuovo Stato italiano.
Tutti i principali settori produttivi entrarono progressivamente in crisi, anche per colpa di una politica fiscale assai più gravosa che non in passato e con evidenti disparità di trattamento. Politica fiscale finalizzata, innanzitutto, al finanziamento della nascente industria del nord Italia e che vide l’imposizione di odiosi e insostenibili balzelli: tassa sul macinato, tassa sulle successioni, tassa per pesi e misure, tassa per la caccia, tassa sanitaria, tassa sulle donazioni e sulle doti, eccetera.
Gli investimenti in infrastrutture rappresentarono una percentuale irrisoria del totale. Tra il 1862 e il 1896, ad esempio, in Sicilia venne investito, per la realizzazione di opere idrauliche, meno dello 0,3% di quanto stanziato per le regioni del nord. In una generalizzata espansione della rete ferroviaria, in Sicilia fu realizzata, nel 1863, la breve tratta Palermo-Bagheria, seguita, nel 1867, dalla linea Catania-Messina. E così via.
Si assistette all’abbandono delle campagne e al flusso, verso i centri più grandi, soprattutto lungo la costa orientale, di masse disagiate in cerca di lavoro.
Le scuole borboniche aveva assicurato, fino al 1860, un buon livello di istruzione e di cultura all’intero regno, soprattutto se rapportato a quello di altri paesi europei. Napoli era tra le prime città in Europa per numero di accademie di scienze e di lettere e, nel 1845, vi si tenne il settimo Congresso degli scienziati italiani. All’Esposizione universale di Parigi, nel 1855, il Regno delle Due Sicilie e la stessa Sicilia furono premiati in numerosi campi, che spaziavano dall’economia all’industria, dalla cultura alla scienza, al sociale.
Con l’annessione allo stato sabaudo, l’intera struttura scolastica fu smantellata. Per un quindicennio, le scuole furono tenute chiuse, dando origine a un’intera generazione di analfabeti, che alimentarono il flusso migratorio verso le città industriali del nord o verso le Americhe. Si è stimato che, nel cinquantennio dal 1871 al 1921, circa un milione di siciliani abbiano lasciato la loro terra.

I Fasci siciliani del 1891-1894

In questo contesto economico e sociale, artigiani, contadini, intellettuali si ritrovarono insieme nei Fasci siciliani dei lavoratori, di ispirazione socialista, ma con una chiara matrice sicilianista e indipendentista, che si diffuse, in Sicilia, tra il 1891 e il 1894.
Il primo, nel 1889, fu il Fascio di Messina, rimasto però inattivo per alcuni anni, fino alla nascita del Fascio di Catania, il 1 maggio del 1891. Altri ne seguirono in tutta l’isola.
Il governo italiano non vedeva di buon grado il movimento e, il 20 gennaio del 1893, a Caltavuturo, alcune centinaia di contadini, che avevano occupato simbolicamente alcuni terreni demaniali, furono caricati dai militari. Tredici furono le vittime.
Successivamente al Congresso tenutosi a Palermo il 22 e 23 maggio del 1893 e al quale parteciparono circa 500 delegati in rappresentanza di una novantina di fasci, nell’autunno dello stesso anno vi furono scioperi e manifestazioni in tutta l’isola, con scontri anche violenti, che miravano alla rinascita economica e al progresso della Sicilia, ridotta a mera colonia di sfruttamento. Pesavano, in particolare, la mancata distribuzione delle terre demaniali e la mancata applicazione della legislazione sugli usi civici. Ai lavoratori della terra, inoltre, era spesso riservato un trattamento fatto di vessazioni e di sfruttamento.
La repressione, voluta dal presidente del consiglio Francesco Crispi, siciliano, fu durissima, con arresti di massa ed esecuzioni sommarie.
Tra i tanti, eroici, episodi che si ricordano, il 3 novembre del 1893, a Milocca (oggi Milena), le donne assaltarono, da sole, la caserma dei Carabinieri e liberarono i loro uomini e gli altri militanti che erano stati arrestati.
Il movimento fu sciolto nel 1894. I suoi vertici, inizialmente condannati a pene severe, furono amnistiati nel 1895.

La Sicilia nella prima guerra mondiale

Nel 1915, l’Italia entrò nella “grande guerra”, iniziata l’anno prima, nell’ambito dell’Alleanza promossa da Francia, Gran Bretagna e Impero Russo, contro l’Impero Austro-Ungarico e l’Impero Germanico. In un secondo tempo, intervennero anche, e in maniera determinante, gli Stati Uniti d’America.
La Sicilia era la regione italiana più lontana dal fronte di guerra e dalla pur vasta area nella quale avvennero le maggiori operazioni belliche, sia di terra che in mare. Di fatto, non ne fu mai direttamente coinvolta, se non per i disagi e i costi della guerra stessa.
Ciononostante, diede un altissimo contributo in termini di sangue e di soldati caduti, spesso mandati incontro a sicura morte, “come carne di cannone” si soleva dire.
Ben cinquantamila furono i caduti, il numero più alto tra tutte le regioni d’Italia. A essi si aggiunsero altre decine di migliaia tra feriti e invalidi. Numeri, questi, che hanno fatto pensare a vere e proprie discriminazioni etniche e politiche.
La seguirono la Sardegna e le altre regioni meridionali.

La Sicilia del primo dopoguerra

La Sicilia, insieme alla Sardegna e alle altre regioni meridionali, oltre ad aver dato un enorme contributo in termini di vite umane, uscì dalla guerra ulteriormente danneggiata.
In confronto, le regioni del nord Italia, pur avendo avuto anch’esse i loro enormi disagi, uscirono avvantaggiate dalle vicende belliche, soprattutto in termini di produzione industriale e di forniture di guerra effettuate.
La crisi economica, le condizioni spesso di indigenza e l’assenza quasi dello Stato, furono causa di frequenti disordini. Le speranze, indotte dalla rivoluzione russa, misero in difficoltà i grandi latifondisti, con masse di braccianti e di agricoltori che reclamavano il loro diritto alla terra.
Il 25 luglio del 1920, a Randazzo, per sedare una grande manifestazione popolare contro la disoccupazione, contro la miseria e contro il caro-vita, le forze dell’ordine del Regno Italia fecero fuoco, uccidendo nove persone e ferendone gravemente altre quindici.
È in questa fase che si impone il potere mafioso. Liberi da pregiudiziali ideologiche e interessati solo al controllo del territorio e al consolidamento del loro potere, gli uomini di mafia non ebbero problemi a schierarsi, di volta in volta, a fianco dei braccianti e dei contadini, per ottenerne il consenso popolare, ovvero, più di frequente, a difesa degli interessi dei grandi proprietari terrieri, costretti, poi, a dover ripagare i favori ricevuti.

La Sicilia e il fascismo

Nei primi anni venti del Novecento, fascismo e mafia sostanzialmente convissero, l’uno con la sua propaganda patriottica, l’altra con un potere effettivo che le derivava dalla mancanza o, quantomeno, dalla carenza dello Stato in molti settori. Non fu raro, anzi, che gerarchi fascisti cercassero l’appoggio degli uomini di mafia.
L’equilibrio si romperà allorché il governo fascista sarà accusato di essere eccessivamente accondiscendente nei confronti del potere mafioso e di fare troppo poco per lo sviluppo economico dell’isola. Del resto, il fascismo aveva oramai acquisito ampio consenso tra i grandi proprietari terrieri, dai quali proveniva la classe dirigente dell’isola, e l’appoggio della mafia non era più ritenuto essenziale.
Il 23 ottobre del 1925, Mussolini nominò Cesare Mori, pavese, prefetto di Palermo, scegliendolo per l’intransigenza e la risolutezza mostrate nei suoi trascorsi di polizia, ivi compresi i successi contro attività mafiose, nei quattordici anni che aveva trascorso tra Castelvetrano e Trapani.
Il 1 gennaio del 1926, ebbe inizio una spettacolare operazione di polizia, che durerà una decina di giorni, a Gangi, nelle Madonie, con l’arresto di oltre un centinaio di latitanti e di oltre trecento fiancheggiatori.
Seguirono decine di altri rastrellamenti che, in meno di tre anni, portarono a oltre diecimila arresti in tutta l’isola.
Decapitatane, di fatto, la manovalanza, il prefetto Mori si preparò a colpire direttamente l’alta borghesia mafiosa, iniziando dal parlamentare fascista Alfredo Cucco, accusato di aver ricevuto favori e appoggio dalla mafia e, per questo, espulso dal partito.
Divenuto scomodo per lo stesso regime, fu dapprima nominato senatore del Regno, il 22 dicembre 1928, quindi rimosso dal suo incarico a Palermo, nel mese di giugno del 1929.

La Sicilia nella seconda guerra mondiale

Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, la Sicilia si trovò di fatto in prima linea, sia come base per gli approvvigionamenti alle truppe in Nordafrica, sia per la sua vicinanza a Malta, roccaforte britannica. Da subito, quindi, le città siciliane subirono pesanti bombardamenti aerei, che si protrassero fino a pochi giorni dallo sbarco alleato, deciso durante la Conferenza di Casablanca tra inglesi e americani, tra il 14 e il 24 gennaio del 1943, e che si compì tra il 9 e il 10 luglio 1943 tra Licata e Gela e lungo le coste ragusane e siracusane, in quella che è conosciuta come operazione Husky.
Vi furono migliaia di morti e di feriti, migliaia di prigionieri e vittime civili uccise sia dagli Alleati in entrata, sia, per rappresaglia, dai soldati tedeschi in ritirata.
L’occupazione della Sicilia si compì in trentotto giorni, dal 10 luglio al 17 agosto 1943, nel corso dei quali le truppe alleate entrarono a Palermo il 22 luglio, a Catania il 5 agosto, a Messina il 17 agosto.
Già prima dello sbarco, per la verità, il Popolo Siciliano aveva ritrovato dignità, progettualità politica e speranza di riscatto e di rinascita nella lotta democratica e popolare per l’indipendenza della Sicilia. Il movimento separatista, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile, fu forse l’unico a lanciare messaggi e documenti politici di grande spessore e ad avanzare ai rappresentanti dell’AMGOT, Allied Military Government of Occupied Territories, richieste adeguate ai bisogni del Popolo Siciliano.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, fu stipulato l’armistizio tra Regno d’Italia e Alleati, reso noto l’8 settembre. Soprattutto da questo momento, il separatismo siciliano fu osteggiato con violenza, anche perché gli Alleati non volevano che fatti eclatanti, quale un’eventuale dichiarazione d’Indipendenza della Sicilia, si verificassero a guerra ancora in corso.

La strage di Via Maqueda del 19 ottobre del 1944

Il 19 ottobre del 1944, a Palermo, nella centralissima Via Maqueda, una cinquantina di soldati del Regio Esercito Italiano, appartenenti alla Divisione Sabauda e con funzioni di ordine pubblico, dispersero, con il lancio di bombe a mano e con raffiche di fucili da guerra, i dimostranti ammassatisi all’ingresso di Palazzo Comitini, allora sede della prefettura, per cercare di parlare, in assenza del prefetto, con il vice prefetto.
In quella che è anche conosciuta come “la strage del pane”, vi furono 24 morti e 158 feriti, colpevoli di aver dato corso a una manifestazione di protesta, peraltro spontanea, in cui chiedevano a gran voce “pane e lavoro” e urlavano la loro rabbia contro il governo italiano e contro le autorità che lo rappresentavano in Sicilia, contro la mafia, contro il carovita, contro la mancanza d’acqua e contro l’inadeguatezza di tutti i servizi pubblici essenziali.

Andrea Finocchiaro Aprile

Il 15 gennaio del 1964, a Palermo, nella casa della figlia, moriva Andrea Finocchiaro Aprile, grande statista e leader carismatico del separatismo siciliano degli anni ’40 del Novecento.
Nato a Lercara Friddi il 26 giugno del 1878, spese tutta la vita per la rinascita e per il riscatto del Popolo Siciliano, abbracciando la causa dell’indipendenza della Sicilia già nel 1925, nel corso di un comizio non autorizzato a Termini Imerese, nonostante i rigorosi divieti imposti dal regime fascista al potere.
È necessario puntualizzare come l’Indipendentismo Siciliano preesistesse e avesse radici profonde. Ma fu grazie all’apporto di idee, alla passione, all’intelligenza, all’esperienza, all’entusiasmo di Finocchiaro Aprile, che il movimento separatista siciliano del dopoguerra acquisì importanza e adesione popolare, assumendo un ruolo di rottura nei confronti dei gruppi di potere e di affari, interni ed esterni alla realtà siciliana. E fu grazie anche al suo impegno e alla sua capacità diplomatica che lo Stato italiano accettò di emanare, il 15 maggio del 1946, lo Statuto Speciale di Autonomia Siciliana.
A Finocchiaro Aprile si deve anche l’internazionalizzazione della lotta per l’Indipendenza della Sicilia. Il 31 marzo del 1945, il Comitato per la Indipendenza della Sicilia, da lui presieduto, inviò un memorandum alla Conferenza di San Francisco della Società delle Nazione, con cui si reclamava il Diritto del Popolo Siciliano a pronunziarsi in un referendum sull’indipendenza della Sicilia. Il 10 Settembre dello stesso anno, Finocchiaro Aprile inviò ai Ministri degli Esteri delle “Cinque Grandi Potenze” che avevano, di fatto, vinto la guerra (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina), nell’imminenza della Conferenza che si sarebbe svolta a Londra proprio in quei giorni, uno storico e appassionato appello per l’indipendenza della Sicilia: «La Sicilia rivendica il suo imprescindibile diritto a quella Indipendenza della quale godette per otto secoli ininterrottamente e che è indispensabile per la vita del suo Popolo». Appello che così concludeva: «Nel momento in cui si decidono le sorti del mondo, è bene ricordare che, come scrive un grande storico, gli isolani tenderanno a scuotere il giogo che li opprime e il governo dovrà sempre trattarli da schiavi ribelli o pronti a ribellarsi. In tali condizioni sarebbe vano sperare nel Mediterraneo quella pace auspicata da tutti i popoli della terra. Le Nazioni Unite, che sono oggi chiamate dal destino a realizzare la pace tra gli uomini, non possono trascurare il grande problema siciliano che è problema di libertà e di democrazia nel cuore del Mediterraneo, dove la gente di Sicilia intende elevare una eterna ara di pace e di amore tra i popoli di tutto il mondo. Alle Nazioni Unite, nell’anelito del suo divenire, la Sicilia si rivolge fiduciosa che le promesse fatte all’umanità, di una superiore giustizia, trovino in essa la più santa, onesta e larga applicazione».
Poche settimane dopo, Finocchiaro Aprile e gli altri leader indipendentisti, Antonino Varvaro e Francesco Restuccia, sarebbero stati deportati sull’isola di Ponza!
Nel 1946, insieme ad Attilio Castrogiovanni, Antonio Varvaro e Concetto Gallo, sarà eletto deputato alla Costituente, dove avrebbe portato un notevole contributo di idee per la moralizzazione della vita pubblica, per la trasformazione in senso regionale e federale della giovane Repubblica Italiana, per il buon funzionamento della democrazia. Sarebbe stato poi nominato giudice dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, nella quota riservata alla Regione stessa.

Antonio Canepa

Antonio Canepa si laureò in giurisprudenza nel 1930, a ventidue anni.
Attivo antifascista, venne arrestato dopo il fallito complotto del gruppo cosiddetto dei sanmarinesi, che voleva dimostrare l’esistenza, in Italia, di forze contrarie al regime fascista. Internato in manicomio, fu dimesso nel 1935, rinunciando all’aperta opposizione al fascismo e dedicandosi ad attività di ricerca e di studio.
Ricevuto l’incarico per la docenza di Storia delle Dottrine Politiche presso l’Università degli Studi di Catania, assunse il duplice ruolo di professore ubbidiente al regime e di animatore della clandestina opposizione allo stesso, nonché di agente dei servizi segreti britannici.
L’entrata in guerra lo vide già in prima linea nell’attività antifascista.
Fu un brillante, giovanissimo docente di diritto, autore anche di opere sulla dottrina fascista ritenute di gran pregio.
Morì nel corso di un conflitto a fuoco coi carabinieri, il 17 giugno del 1945, in quello che viene ricordato come l’eccidio di Murazzu Ruttu, alle porte di Randazzo.
Con lui, caddero Carmelo Rosano, ventidue anni, e Giuseppe Lo Giudice, studente liceale diciottenne, aderenti all’EVIS, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, che egli aveva voluto costituire. Sulle circostanze dell’eccidio, profonde discordanze permangono tra il rapporto ufficiale della prefettura di Catania e i riscontri testimoniali.

Lo Statuto Speciale di Autonomia Siciliana

Il 15 maggio del 1946, prima ancora che, a seguito dei risultati del referendum del 2 giugno 1946, nascesse la Repubblica Italiana, con decreto del re d’Italia Umberto II veniva istituita la Regione Siciliana ed emanato lo Statuto Speciale di Autonomia, successivamente convertito nella legge costituzionale 26 febbraio 1948 numero 2.
La peculiarità dello Statuto siciliano risiede nella sua origine pattizia tra Stato Italiano e Sicilia, da assimilare, quindi, a entità paritetiche, diretta conseguenza della specificità storica, economica, politica, sociale, ambientale e culturale della Sicilia.
Tra gli articoli più rappresentativi, l’articolo 36 sancisce (o avrebbe dovuto sancire) la potestà dispositiva della Regione Siciliana, in materia di tributi, con l’unica eccezione delle accise, dei monopoli e delle entrate da giochi e scommesse: «Al fabbisogno finanziario della Regione si provvede con i redditi patrimoniali della Regione e a mezzo di tributi, deliberati dalla medesima. Sono però riservate allo Stato le imposte di produzione e le entrate dei tabacchi e del lotto».
L’articolo 37, invece, stabilirebbe che «Per le imprese industriali e commerciali, che hanno la sede centrale fuori del territorio della Regione, ma che in essa hanno stabilimenti e impianti, nell’accertamento dei redditi viene determinata la quota del reddito da attribuire agli stabilimenti e impianti medesimi. L’imposta, relativa a detta quota, compete alla Regione ed è riscossa dagli organi di riscossione della medesima».
Ai sensi dell’articolo 38, sarebbero previsti versamenti diretti da parte dello Stato italiano, con finalità sostanzialmente compensativa, per far fronte al divario infrastrutturale col resto del paese: «Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base a un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto alla media nazionale. Si procederà a una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo».
Con l’autonomismo si svuotò, di fatto, il movimento separatista, guidato da Finocchiaro Aprile, di tutti quei contenuti e del seguito popolare che lo avevano, invece, caratterizzato alla fine del secondo conflitto mondiale.

Sicilia contemporanea

Per storia contemporanea della Sicilia si intende comunemente il periodo che va dall’istituzione, il 15 maggio del 1946, della Regione Siciliana a oggi.
Le prime elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana si tennero il 20 aprile 1947. Primo presidente divenne il democristiano Giuseppe Alessi, eletto il 30 maggio 1947.

La strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947

Ad appena poche settimane prima risale quella che è passata alla storia come la strage di Portella della Ginestra. Alcune migliaia di contadini si erano radunate nel pianoro, manifestando contro il latifondismo, per la festa del 1 maggio, quando spari improvvisi e imprevisti fecero undici vittime, tra i quali anche alcuni bambini, e causarono il ferimento di altri ventisette manifestanti. In seguito, anche alcuni dei feriti più gravi morirono. Si appurò che a sparare erano stati uomini del bandito Salvatore Giuliano.
Un’altra strage, quella di Bellolampo – Passo di Rigano, provocò, il 19 agosto del 1949, la morte di sette carabinieri.
Il 5 luglio del 1950, Giuliano fu trovato assassinato. Della sua morte fu accusato il luogotenente Gaspare Pisciotta, avvelenato in carcere quattro anni dopo. Forti dubbi si nutrono, oggi, sull’effettivo coinvolgimento di Pisciotta, così come nulla di certo si è mai scoperto sui veri mandanti della strage di Portella della Ginestra, per i quali sono stati di volta in volta chiamati in causa dirigenti della Democrazia Cristiana, servizi segreti italiani e americani, la X MAS di Junio Valerio Borghese, il Vaticano, eccetera.

Le speculazioni degli anni sessanta e settanta

Con l’istituzione, nel 1958, della So.Fi.S., Società per il finanziamento dello sviluppo in Sicilia, la Regione Siciliana si cimentò, a partire dagli anni sessanta, in una serie di speculazioni, essenzialmente consistite nell’acquisizione di quote azionarie di aziende in crisi e nella creazione di imprese, al solo scopo di usufruire di finanziamenti pubblici. Vennero anche istituiti quattro enti economici, l’Ente Minerario Siciliano, l’Ente Siciliano per la Promozione Industriale, l’AZASI e l’Ente di Sviluppo Agricolo, dagli anni novanta in parte soppressi o in liquidazione.
Negli anni sessanta e settanta, inoltre, intere zone di Palermo vennero interessate dal cosiddetto “sacco di Palermo”, una delle più grandi speculazioni edilizie siciliane, portata avanti al costo anche della distruzione di un gran numero di beni architettonici. Speculazione, questa, in cui si fusero fortissimi interessi mafiosi e politici.
Una fetta importante della storia della Sicilia nel corso del XX secolo, del resto, è stata turbata dal complesso rapporto tra il potere istituzionale e il potere informale mafioso, con ripercussioni importanti anche e soprattutto sul tessuto economico e sociale. Intrecci di interesse che sono stati alla base anche di centinaia di omicidi compiuti sia nell’ambito di vere e proprie guerre di potere interne all’organizzazione mafiosa, sia nei confronti di funzionari pubblici, amministratori, magistrati, giornalisti, sindacalisti, rappresentanti delle forze dell’ordine, commercianti, professionisti, comuni cittadini, in prima linea, ciascuno per i propri ambiti, nella lotta al potere mafioso.

Il terremoto del Belice del 15 gennaio del 1968

La notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968, ebbe inizio una sequenza di scosse sismiche che si protrarrà per alcune settimane e che colpirà tutto il settore occidentale della Sicilia.
Alcune centinaia furono le vittime, un migliaio i feriti e decine di migliaia gli sfollati.
Interi paesi andarono praticamente distrutti, Gibellina, Montevago, Poggioreale, Salaparuta, altri subirono pesantissimi danni. Ricostruiti, spesso, in aree distanti anche alcuni chilometri, subirono, da allora, un progressivo e significativo decremento demografico che, in molti casi, non ha accennato ad arrestarsi.
Se, da una parte, l’evento evidenziò inadeguatezze e carenze strutturali e costruttive, dall’altro mise a nudo l’incapacità dello Stato di far fronte, in una maniera che fosse adeguata, all’emergenza e alla successiva fase di ricostruzione, con ritardi, baraccopoli che resistettero per decenni, realizzazione di opere grandiose ma non rispondenti alle reali esigenze delle popolazioni, in molti casi costrette a emigrare.

La trattativa tra Stato italiano e cosa nostra

Nei primi anni novanta, si sarebbe sviluppata una trattativa tra Stato italiano e mafia, finalizzata al raggiungimento di un accordo per l’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto “carcere duro”, in cambio della fine di quella stagione di stragi che, tra il 1992 e il 1993, aveva visto, tra gli altri, l’assassinio dei magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le stragi di Via dei Georgofili a Firenze e di Via Palestro a Milano, l’omicidio di Don Pino Puglisi.
Avviata nel 1998 dalla procura di Firenze e proseguita da quelle di Caltanissetta e di Palermo, l’indagine giudiziaria ha tratto nuovo vigore a partire dal 2009, con le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, già sindaco di Palermo e condannato per associazione mafiosa, e di alcuni collaboratori di giustizia, che avrebbero parlato di rapporti tra rappresentanti delle istituzioni e uomini di mafia.
Durante le indagini, la Procura di Palermo intercettò alcune telefonate dell’ex ministro dell’interno Nicola Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
A fronte di un grande rilievo dato alla vicenda, il Presidente Napolitano sollevò il conflitto di attribuzione, chiedendo la distruzione delle intercettazioni. Nel gennaio 2013, la Corte Costituzionale accolse il ricorso del Quirinale per conflitto di attribuzione e dispose la distruzione delle intercettazioni.
Le presunte richieste di cosa nostra allo Stato, per mano di Vito Ciancimino, sarebbero state riassunte nei dodici punti di un papello:
1. Revisione sentenza maxi processo.
2. Annullamento Decreto Legge 41 bis.
3. Revisione Legge Rognoni-La Torre.
4. Riforma Legge pentiti.
5. Riconoscimento benefici dissociati Brigate Rosse per condannati di Mafia.
6. Arresti domiciliari dopo 70 anni di età.
7. Chiusura super carceri.
8. Carcerazione vicino le case dei familiari.
9. Niente censura posta familiari.
10. Misure prevenzione sequestro non familiari.
11. Arresto solo flagranza reato.
12. Levare tasse carburanti come Aosta.

Al primo elenco seguì una revisione, il cosiddetto contropapello, redatta da Vito Ciancimino per rendere le richieste più facili da accettare per lo Stato.
Il processo prese avvio nel mese di maggio del 2013.
L’ex ministro Mannino, unico a optare per il rito abbreviato, fu assolto a novembre del 2015.
Nel mese di aprile del 2018 la Corte d’Assise di Palermo pronunciò la sentenza di primo grado, con la condanna a dodici anni, tra le altre, del generale Mario Mori, già comandante del ROS e direttore del Sisde, e di Marcello Dell’Utri, già senatore, e a ventotto anni di Luca Bagarella, affiliato al Clan dei Corleonesi.