«Se tutti andassero in guerra solo in base alle proprie convinzioni, le guerre non ci sarebbero più»
(Lev Tolstoj, da Guerra e pace)
Lo sbarco delle truppe Alleate in Sicilia, il 10 luglio del 1943, fu preceduto e accompagnato da bombardamenti aerei di supporto, sia su obiettivi militari che sulle città. In tre anni di guerra, le vittime civili furono oltre seimila e ingenti i danni agli edifici e alle infrastrutture. Le città più colpite furono ovviamente Palermo, Catania e Messina, ma anche le altre subirono danni rilevanti, anche e soprattutto in termini di vite umane.
La mattina del 28 gennaio, cinque mesi e mezzo prima dell’avvio della cosiddetta Operazione Husky, il primo di tre bombardamenti che si sarebbero succeduti, nel breve volgere di poche settimane, su Scicli provocò 25 morti, 8 soldati e 17 civili.
L’11 maggio, Marsala contò quasi 900 vittime civili.
Il 10 luglio a Caltagirone, invece, le vittime civili furono oltre 300.
Sempre il 10 luglio, Barrafranca subì il suo primo bombardamento, con la morte di 12 civili (Salvatore Licata e Carmelo Orofino, Barrafranca. Storia, tradizioni e cultura popolare in un paese dell’entroterra siciliano, Independently published, 2018)
Caltanissetta venne bombardata a più riprese il 9, l’11 e il 13 luglio e pianse 350 morti, di cui un centinaio bambini. La cattedrale di Santa Maria la Nova subì gravissimi danni, col crollo parziale della volta della navata centrale.
Il 18 luglio, domenica, Barrafranca subì il suo secondo, violentissimo bombardamento aereo, che provocò la morte di 49 civili e un numero imprecisato di feriti. L’episodio è stato storicamente attribuito all’aviazione tedesca. Secondo una moderna corrente, invece, l’attacco sarebbe stato portato da una formazione di sei aerei americani. Ne è convinto lo studioso barrese Salvatore Marotta, innanzitutto per l’assoluta mancanza, a suo dire, di prove oggettive e documentali che supportino l’ipotesi tedesca. In secondo luogo, in quanto «la possibilità che l’aviazione tedesca abbia sganciato bombe su Barrafranca è del tutto inverosimile. I tedeschi erano nostri alleati e non si capisce per quale motivo avrebbero dovuto colpire le case e la popolazione civile di un paese alleato. Peraltro, le Forza Armate italo-tedesche presenti in Sicilia erano sotto il comando italiano, esattamente del generale Guzzoni. […] Del resto, basta conoscere l’evoluzione degli eventi bellici per escludere una cosa del genere. Il 12 luglio gli aeroporti di Ponte Olivo (Gela) e di Comiso erano già nelle mani degli invasori. […] Pensare che dopo otto giorni di durissimi scontri […] aerei tedeschi (partiti da dove?) avessero potuto perdere tempo e munizioni per venire a bombardare un paesino dell’entroterra, è una cosa assolutamente incredibile, anche perché sarebbe stato un UNICUM di tutta la guerra».
Nel bombardamento di Regalbuto, il 26 luglio, le vittime civili furono 134.
Le operazioni militari di terra, poi, furono caratterizzate da violenti combattimenti e atrocità inaudite. Da entrambe le parti.
E se delle atrocità commesse dai tedeschi si sa praticamente tutto, crimini non meno gravi di cui si macchiarono le truppe alleate e americane soprattutto, in più di un caso coinvolgendo anche civili, sono rimasti impuniti e a lungo celati. La verità storica è iniziata a emergere, in tempi recenti, grazie all’impegno e alla passione di alcuni, innanzitutto il senatore Andrea Augello, scomparso un paio d’anni fa (Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata, Ugo Mursia Editore, 2012) e lo storico e giornalista Fabrizio Carloni (Gela 1943. Le verità nascoste dello sbarco americano in Sicilia, Ugo Mursia Editore, 2017; Nuova Storia Contemporanea, L’Operazione Husky e la prima strage di civili. L’eccidio di Vittoria nel Ragusano, anno XIII, n.2 di marzo-aprile 2009; Nuova Storia Contemporanea, La battaglia di Gela. Uccisioni di civili e fucilazioni di carabinieri, anno XIV, n.3 di maggio-giugno 2010), le cui ricerche hanno ricevuto importanti conferme testimoniali e sono state tra gli elementi base per l’apertura, da parte della Procura Militare di Napoli nel 2013, di un fascicolo d’inchiesta sulle stragi americane in Sicilia; nonché grazie alle testimonianze, anche processuali, di reduci e loro familiari.
Quelli che di seguito si riportano sono alcuni tra gli episodi documentati.
La mattina del 10 luglio, nel centro storico di Gela, una madre ventenne coi suoi bambini di uno e tre anni vennero uccisi da fanti del 1° e 4° Battaglione del 75th Ranger Regiment, comandati rispettivamente dal colonnello William Orlando Darby e dal maggiore Roy Murray, appena entrati in città.
All’alba dello stesso giorno, forze congiunte della 3rd Infantry Division del generale Lucian Truscott e di reparti corazzati del 3° Battaglione del 75th Ranger Regiment sbarcarono nel tratto di costa intorno a Licata e precisamente: sulla spiaggia di Torre di Gaffe, una decina di chilometri a ovest del centro abitato; tra Poliscia e Mollarella; in contrada Montengrande, poco fuori Licata, verso est; a Punta Due Rocche, sulla spiaggia di Falconara. Nei combattimenti che seguirono, soltanto tra i civili si contarono oltre settanta vittime innocenti.
Tra questi, Vincenzo Porrello di 66 anni che, al passaggio degli americani, si era nascosto tra i filari di fichidindia di un suo podere. Scambiato forse per un soldato italiano, fu freddato tra le braccia della moglie Lucia Castiglione, invalida.
I fratelli Domenico e Salvatore Farruggio, di 16 e 14 anni, Domenico Marchì e Gerlando Peruga, militare in licenza poco più che ventenne, caduti in contrada Chiavarello.
Sempre il 10 luglio, dodici civili, secondo altre fonti sedici, furono trucidati da paracadutisti del 505th Infantry Regiment, conosciuto anche come 505th Parachute Infantry Regiment, lungo la strada che da Acate porta a Vittoria. Tra le vittime, il podestà di Acate Giuseppe Mangano, con il fratello Ernesto e il figlio diciassettenne Valerio, sgozzato perché colpevole di avere soccorso il padre. L’episodio è stato confermato dalla testimonianza di Salvatore Alberto Mangano, nipote del podestà stesso.
Ancora il 10 luglio, otto dei quindici carabinieri della Tenenza di Gela a presidio del Posto Fisso di Passo di Piazza, tra Gela e Vittoria, che si erano arresi uscendo a braccia alzate, furono fucilati da paracadutisti della 82nd Airborne Division e tre di loro furono gettati in un pozzo. A conferma dell’episodio, le testimonianze, recuperate da Fabrizio Carloni, di due dei sopravvissuti, Antonio Cianci di Stornara, in provincia di Foggia, all’epoca ventunenne, e Francesco Caniglia di Oria, in provincia di Brindisi. Dalla testimonianza di Cianci, in particolare: «Abbandonammo tutte le armi nelle stanze e ci avviammo verso le scale dove due paracadutisti ci aspettavano con le armi puntate; urlavano e ci facevano capire a gesti di scendere in fila indiana e con le mani alte e bene in vista. […] Altri militari americani arrivati in un secondo momento cominciarono a percuotere con i calci dei fucili le porte dei locali attigui a quelli della caserma, in cui erano alloggiati dei contadini. Questo, credo, fece pensare ai nostri guardiani […] che alle loro spalle ci fossero altri nostri compagni asserragliati. Non stettero a pensarci due volte e cominciarono a sventagliarci con raffiche di mitra. Quando ci spararono, tre o quattro di noi morirono subito, parecchi furono feriti e io feci finta di essere stato colpito. […] Vicino a me, alla mia destra, c’era un carabiniere morto; un altro commilitone di Salerno era gravemente ferito alla spalla sinistra e piangeva. C’erano altri carabinieri a terra, ma ero spaventatissimo e non mi accertai se fossero morti o feriti. Dopo una mezz’ora, quando si erano calmate le acque, ci misero in colonna, compresi i feriti, e ci portarono in mezzo alla campagna. Rimanemmo tre giorni sulla spiaggia con un freddo notturno terribile; ci mettevamo uno sopra l’altro per riscaldarci. Quando ci imbarcarono per l’Algeria, sulla rampa delle navi ci perquisirono e rubarono tutto quello che avevamo (portafoglio, denaro, penne stilografiche, collanine d’oro, anelli, orologi)».
Antonio Cianci è morto a 97 anni a Leini, dove viveva, alle porte di Torino.
Il 12 luglio, presso l’aeroporto di Comiso, all’epoca base della Luftwaffe, alla fine di un violento combattimento, sessanta soldati italiani, fatti prigionieri, furono fatti scendere da un camion e trucidati. Analoga sorte toccò, poco dopo, ad alcuni prigionieri tedeschi. L’episodio fu reso noto dal giornalista britannico Alexander Graeme Clifford, corrispondente di guerra del Daily Mail, deceduto nel 1952 a 43 anni, che ne fu testimone oculare ma che non volle mai testimoniare. Si ritiene che autori del massacro siano stati nuclei di paracadutisti americani, forse del 505th Parachute Regimental Combat Team della 82nd Airborne Division, attivo in quell’area sotto il comando del colonnello James Maurice Gavin.
Il 13 luglio, a Piano Stella, in territorio di Caltagirone, all’interno dell’insediamento colonico “Arrigo Maria Ventimiglia”, l’eccidio di sette braccianti trucidati nelle loro case, forse perché scambiati per cecchini: Giuseppe Alba, Giuseppe Ciriacono, Giovanni Curciullo, il figlio Sebastiano Curciullo di 14 anni, Francesco Marcinò, Filippo Noto, Salvatore Sentina. A macchiarsi del crimine, probabilmente, uomini della 823d Air Division. Poche ore prima, nel borgo colonico, era stato curato un soldato americano ferito! Unico superstite il figlio tredicenne di Giuseppe Ciriacono, anch’egli Giuseppe, che diventerà poi sottufficiale dei Carabinieri, preso per il bavero e allontanato da un soldato americano poco prima del massacro. Tornato a casa, non ebbe inizialmente la forza di raccontare quanto accaduto. La storia è stata ricostruita con dovizia di dettagli dal figlio, Gianfranco Ciriacono, che l’ha raccontata in un libro dall’emblematico titolo Le stragi dimenticate. Gli eccidi americani di Biscari e Piano Stella (terza edizione, luglio 2006, Cdb Editore).
I due distinti episodi del 14 luglio del 1943 di cui si resero responsabili il sergente statunitense Horace T. West e il capitano John T. Compton, suo connazionale, passati congiuntamente alla Storia come massacro di Biscari, dall’originario nome di Acate, in provincia di Ragusa.
Il primo fu accusato dell’esecuzione sommaria di una quarantina di prigionieri lungo il torrente Ficuzza. La testimonianza dell’aviere Giuseppe Giannola, unico sopravvissuto, rilasciata anche ai vertici militari americani, rimase inascoltata!
Il secondo si macchiò dell’esecuzione di altrettanti soldati nemici a presidio di una postazione, che si erano arresi uscendo con le mani alzate e sventolando fazzoletti bianchi.
Per l’insistenza del cappellano militare, il tenente colonnello William E. King, che aveva ritrovato i corpi riversi lungo la strada, sia il sergente West che il capitano Compton vennero deferiti alla corte marziale.
West, inizialmente condannato all’ergastolo, in realtà non lasciò mai il Mediterraneo, né fu congedato con disonore. Successivamente, grazie a una perizia medica compiacente che avanzò “l’ipotesi di una sua temporanea infermità mentale quando commise l’atto di uccidere 37 prigionieri perché stressato”, venne definitivamente assolto!
Il capitano Compton, invece, fu assolto già in prima istanza. Morirà l’8 novembre 1943 a Montecassino. È sepolto al Sicily-Rome American Cemetery di Nettuno.
Sempre il 14 luglio, l’eccidio di Canicattì in cui, al rifiuto da parte dei soldati di sparare, il tenente colonnello George Herbert McCaffrey avrebbe aperto personalmente il fuoco su una quarantina di persone, fermate per avere in precedenza saccheggiato una fabbrica di sapone artigianale sventrata dai bombardamenti, le Saponerie riunite Narbone-Garilli, uccidendo sette civili, tra cui una bambina di undici anni, e ferendone molti altri. L’episodio è venuto alla luce decenni dopo, grazie alla testimonianza di Joseph S. Salemi, professore di Lettere presso il Dipartimento di Scienze Umane della New York University, il cui padre, il caporale italoamericano Salvatore Joseph Salemi, ne fu testimone oculare, nonché alla grande onestà della scrittrice Anne McCaffrey che, conoscendo il carattere da “uomo burbero e chiuso, con valori rigidi che richiedono eccellenza ed obbedienza” e, nel contempo, la sua abilità di tiratore, convenne sulla possibilità che davvero suo padre fosse stato il responsabile dell’eccidio.
Fermi restando tutti i dubbi e le incertezze che inevitabilmente accompagnano ricostruzioni storiche di eventi lontani nel tempo, sono questi gli indesiderati e indesiderabili effetti collaterali di una guerra, di qualsiasi guerra, da qualunque parte la si combatta.
Non resta che provare a tenere viva la memoria storica degli eventi, possibilmente e preferibilmente depurata da qualsivoglia “inquinamento” delle fonti, deliberato o meno che sia. E, soprattutto, portare rispetto a TUTTI i caduti di ogni guerra.
Con l’augurio, sempre, che la Storia possa finalmente divenire la magistra vitae che si vorrebbe fosse!