Lo strano caso della Chiesa di San Giuseppe

Sull’origine del nome di Misterbianco, Mustarjancu in siciliano, la città di mia moglie, sussistono di fatto tre ipotesi principali: la prima (e di norma la più accreditata) vuole che esso derivi dall’espressione Monasterium Album, con riferimento al colore delle mura, ovvero del saio indossato dai monaci di un antico monastero domenicano in contrada Campanarazzu; la seconda ne associa il nome all’espressione Musciu Jancu (mosto bianco), correlata alla vocazione agricola del paese e alla presenza di palmenti per la produzione del mosto; la terza, meno comune ma non per questo meno interessante e intrigante, ipotizza che l’antico borgo fosse una colonia etrusca, ipotesi che sarebbe avvalorata dal rinvenimento di ruderi sparsi nel territorio.

L’antico borgo, in realtà, era un casale di Catania, da cui si staccò nel 1642 col suo acquisto da parte del nobile genovese Gian Andrea Massa, che pochi giorni dopo lo cedette alla famiglia Trigona, baroni di San Cono e Dragofosso nonché, dal 1685, Duchi di Misterbianco.
Andò completamente distrutto nella primavera del 1669, sepolto dalla lava dell’Etna in quella che è stata la più devastante eruzione in epoca storica, iniziata l’8 marzo e definitivamente esauritasi il 15 luglio.

Il nuovo abitato venne ricostruito, pressoché da subito, un paio di chilometri più a sud-ovest.
Un curioso intreccio coinvolse, in particolare, la Chiesa di San Rocco e quella di San Giuseppe. Probabilmente ubicata tra le odierne Via San Nicolò e Piazza Pertini ed eretta per proteggere il paese dalla peste, la Chiesa di San Rocco venne successivamente sconsacrata e trasformata in civile abitazione. Nel contempo, una nuova chiesa, inizialmente dedicata a San Giuseppe e successivamente, dal 1798, a San Rocco, venne costruita all’incrocio tra le odierne Via Fratelli Cairoli e Via Giacomo Matteotti, dove ancora oggi si trova. Il culto di San Giuseppe, invece, venne spostato all’incrocio tra la salita dell’omonima via e la Via Fratelli Cairoli, in una nuova costruzione i cui lavori iniziarono nel 1787 e terminarono proprio nel 1798. Una iscrizione sopra il portone d’ingresso mette in risalto, al riguardo, l’opera determinante del Sac. Antonino Marchese: D.O.M. S. JOSEPH PATRONO SUO POPULI PIETATE PROPRIO LABORE SAC. ANTONINUS MARCHESE ANNO DNI MDCCLXXXVII.

Elemento comune alla ricostruzione di tutte le chiese di Misterbianco è l’impossibilità di reperire, oggi, qualsivoglia documento progettuale. In alcuni casi, addirittura, non si hanno notizie certe, o non se ne hanno affatto, in merito alla redazione del progetto. Per quanto concerne la Chiesa di San Giuseppe, in particolare, nessuna notizia certa è possibile reperire né dalla scarsa bibliografia, né dai racconti tramandati oralmente.

In un periodo in cui, a quanto pare, non era improbabile che gli stessi sacerdoti fungessero, in alcuni casi, anche da “progettisti” e non solo da promotori dei lavori, una ipotesi avrebbe voluto che a progettare l’intervento fosse stato il Sac. Antonino Giuffrida, lo stesso che si sarebbe successivamente adoperato per la realizzazione delle navate laterali della Chiesa Madre e per i lavori di consolidamento post terremoto del 20 febbraio 1818.
Questa ipotesi non è tuttavia percorribile per mere motivazioni anagrafiche, atteso che il Sac. Giuffrida nacque nel 1799, un anno dopo, quindi, l’ultimazione dei lavori di realizzazione della Chiesa di San Giuseppe!

In quegli stessi anni e decenni, vennero anche realizzati, a Misterbianco, la cupola della Chiesa Madre, alta circa 45 metri e completata nel 1835, e l’Ospizio dei Frati Cappuccini per l’accoglienza dei bisognosi, edificato alla fine del Settecento e successivamente acquisito dal Comune.
Cupola della Chiesa Madre e facciata dell’Ospizio furono entrambe progettate dall’architetto misterbianchese Giuseppe Marchese, di cui nessun’altra notizia è stato possibile, tra l’altro, recuperare.
Non è inverosimile che egli possa essere stato coinvolto anche nei lavori di progettazione della coeva Chiesa di San Giuseppe, la cui realizzazione fu fortemente voluta e promossa, come detto, dal Sac. Antonino Marchese.

In un periodo in cui gli uomini di Chiesa, spesso provenienti da famiglie nobili, erano considerati tra i più importanti e influenti di un luogo, non può infatti escludersi che l’architetto Giuseppe Marchese possa avere professionalmente beneficiato di uno stretto grado di parentela col Sac. Antonino Marchese, ipotesi questa che appare plausibile ove si tenga conto che Misterbianco, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, contava giusto poche migliaia di abitanti e che soltanto a ridosso del 1850 la popolazione superò le 5 mila unità.
A riprova dell’importanza e del prestigio di cui avrebbe all’epoca goduto la famiglia Marchese, si ricorda anche la figura dell’economista e giurista misterbianchese Salvatore Marchese, nato nel 1811, deputato del Regno d’Italia, professore prima e rettore poi dell’Università degli Studi di Catania, fino alla sua morte nel 1880. A lui è titolata la via immediatamente parallela alla Via San Giuseppe e che, insieme a questa, a Via Fratelli Cairoli e a Via Giordano Bruno, delimita l’isolato in cui ricade proprio la Chiesa di San Giuseppe!