Le zucche vuote!

Prima che venissimo sommersi dai reflui della cloaca cinematografica filoamericana, prima che venissimo omologati in un modo di pensare e di agire che pretende modernismo e stare al passo coi tempi in tutto e per tutto, anche a costo di precipitare in costumi senza senso, osceni e vuoti, prima che alla pietas si sostituissero figure di fantasmi in lenzuola e zombie, prima che zucche vuote fossero riempite da teste altrettanto vuote, … prima di tutto questo, la tradizionale Festa dei Morti era, in Sicilia, un rito!
Religioso, senz’altro, pregno di rispetto e amore per i propri morticini, soprattutto per i più piccoli.
Dolciario e gastronomico, anche, frutta martorana, mucatoli, rame di Napoli, ossa di morto, pupi di zucchero, … senza alcuna nota di dissonante inopportunità.

Ricorda Andrea Camilleri ne Il giorno che i morti persero la strada di casa (da Racconti quotidiani, Libreria dell’Orso, 2001):
«Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza.
A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine.
Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.»

E, allora, non posso che fare da eco alle parole di colui che considero il mio mentore, Pippo Scianò, il patrimonio di un Popolo, come abbiamo sentito di definirlo insieme al fraterno amico Franco Marsala:
«La “Festività” dei Morti ha retto e regge … grazie al fatto che la stragrande maggioranza dei Siciliani … continui ad osservarne le tradizioni specifiche del nostro Popolo. …
Tuttavia, non possiamo non criticare quanti stanno tentando di omologarci, di confonderci e di “fonderci” nella festa, di recente importazione, di Halloween. In questa maniera, infatti, andrebbe meglio in porto l’operazione di cancellare una delle manifestazioni più “espressive” della identità culturale, “nazionale” e religiosa del Popolo Siciliano. E che è, altresì, testimonianza della sensibilità d’animo dei Siciliani. … la Festività dei Morti … non può e non deve essere sostituita da un’altra festa, del tutto estranea alle nostre tradizioni …
Intendiamoci: Noi non diciamo “no” alle “importazioni” o ai “confronti” o alle “aperture”. Riteniamo infatti che anche questi arricchiscano lo spirito di socialità e di amicizia che le feste popolari portano comunque in sé …
Vanno, tuttavia, “riconosciute” ed evidenziate le differenze fra le due “Feste” …
Ed è appena il caso di ribadire che, da buoni Siciliani, accettiamo ed apprezziamo, ovviamente nella giusta dimensione e nel ruolo che le è proprio, anche la simpatica festa di Halloween …
A prescindere, però, da qualsiasi specifico paragone, riteniamo che il Popolo Siciliano abbia il diritto-dovere” di evitare di cadere nella trappola dell’alienazione culturale, della quale parlava Frantz Fanon e nella quale la “politica-politicata” tende a farci cadere.»

(dal Comunicato del Centro Studi “Andrea Finocchiaro Aprile” del 28 Ottuviru 2021)

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)