La rivolta delle gelsominaie

Prima che la raffineria, inaugurata all’inizio degli anni sessanta, quella stessa che avrebbe dovuto portare esclusivamente benessere e non anche morte, a giugno del 1993, o distruzione, a settembre del 2014, … prima che la raffineria e l’indotto ad essa collegato ne divorassero interi lembi, Milazzo era terra di gelsomini!
«Vedeva dall’alto del promontorio la vasta piana irrigata dal Mela ricca di agrumi, ulivi, viti, orti. Ricca di gelsomini. Tra sènie e gèbbie, sotto palme e cipressi, era il basso verde di quel fiore che all’apparire del sole schiudeva la corolla, liberava, spandeva il suo profumo d’arancio e di nardo.»
(Vincenzo Consolo, L’olivo e l’olivastro, Mondadori, 1994)

Dalla fine degli anni venti e fino a tutta la metà del Novecento, la coltivazione dei gelsomini assunse finalità industriali, con i fiori pestati a formare una poltiglia gialla e profumata che prendeva la via di Grasse, in Francia, capitale mondiale dell’industria profumiera, per la distillazione degli oli essenziali.
La raccolta era un lavoro prettamente femminile, da destinare a un esercito di duemila donne umili e senza diritti. La sera gli uomini irrigavano i campi; la notte, fino all’alba, le donne raccoglievano fiori per una paga misera, riempiendo sacche cucite su grembiuli, che svuotavano poi in grandi cesti.
«Allora, nel crepuscolo mattutino, quando erba e foglie eran pregne di rugiada, schiere di donne avanzavano tra le file dei cespugli, piegate, il grembiule a sacca, a staccare i boccioli delicati. Seguivan le bambine, come spigolatrici, a cogliere qua e là le residue gemme, assonnate, rosse le mani.»
(Vincenzo Consolo, opera citata)

A piedi nudi e immersi nell’acqua, spesso con i bambini piccoli o neonati legati alle spalle con fasce di stoffa, non era infrequente che si ammalassero di anchilostomiasi, parassitosi provocata da infestazioni di Ancylostoma duodenale.

Poi arrivò lei, ‘a bissagliera (la bersagliera), Grazia Saporita, che nell’agosto del 1946, insieme alla madre Rosaria, capitanò quella protesta delle gelsominaie che sarebbe sfociata nell’occupazione del commissariato e nell’arresto di molte di loro.
Dopo uno sciopero di nove giorni, proclamato grazie all’appoggio di sindacalisti d’altri tempi, Tindaro La Rosa e Giuseppe Currò su tutti, con i fiori calpestati e lasciati marcire a terra, a denunciare lo sfruttamento e le inumane condizioni di lavoro, le gelsominaie ottennero il progressivo adeguamento della paga … e persino gli stivali!

Esse divennero il simbolo della lotta delle lavoratrici siciliane contro lo sfruttamento e fecero da apripista per altre battaglie e altri scioperi in tutta la Sicilia. Sulla loro scia, anche le raccoglitrici di olive pugliesi, nel 1959, si batterono per il miglioramento delle loro condizioni di lavoro.

Per anni dimenticate, nel 2013 il Comune di Milazzo dedicò loro Via delle Gelsominaie, tra Viale Antonio Gramsci e Via Ciantro.
La loro storia e la loro lotta, tuttavia, rimangono poco conosciute a un Popolo, quello Siciliano, fiero e orgoglioso nei secoli, il popolo del Vespro, delle rivoluzioni dell’Ottocento, della Costituzione del 1848; il popolo di Ruggero Settimo l’Inviolabile, il padre della patria siciliana; il popolo di Bronte nel 1860, di Castellammare del Golfo nel 1862; il popolo del sette e mezzo nel 1866, della strage del pane nel 1944; il popolo di Murazzu Ruttu nel 1945.
Quello stesso popolo che, però, si esalta e si sente partecipe di presunte e improbabili meraviglie altrui che, in realtà, non lo riguardano affatto!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)