Ho conosciuto un Santo!

Una quindicina di anni orsono o poco più, appena fuori da un periodo difficile e doloroso della mia vita, intrapresi un lungo e tortuoso percorso, che tuttora dura, di riavvicinamento e riconquista della Fede. Un percorso fatto di cadute e di riprese, di dubbi, di bestemmie urlate e di preghiere dette un po’ a modo mio.
Un percorso in cui ho incrociato alcune belle persone di Chiesa, che mi sono state con discrezione vicine e mi hanno supportato e sopportato. Con le quali, in alcuni casi, sono nati anche rapporti di bella e fraterna amicizia.

Io sono cresciuto, nella mia lontana giovinezza, all’oratorio salesiano, così come tanti ragazzi del mio quartiere e di fuori quartiere, giocando interminabili partite di pallone, o a ping pong, a calcio balilla, …
Mi porto ancora dentro il ricordo dolcissimo di veri e propri miti: Don Alibrandi, il sacerdote con l’entusiasmo e il cuore di un bambino che, in tonaca e scarpina nera, scendeva in campo e, lui che si diceva fosse un ex calciatore, creava scompiglio e … sparigghiava le partite; Don Zaccario, la dolcezza fatta persona; …

Non ho ricordi, invece, di Don Salvatore Ledda.
Immagino perché egli arrivò forse a Ragusa quando io avevo già intrapreso altre strade. Non saprei.
Persona umile e semplice, cresciuto in campagna, completò gli studi, sarebbe meglio dire iniziò gli studi, già grande e venne ordinato sacerdote nel 1970.
Nato a inizio gennaio del 1934, il 12 o il 13 se non erro, era giusto un paio di settimane più piccolo di mia madre, che lo aveva scelto, lei donna estremamente religiosa, senza mai essere bigotta o di quelle che si siedono in prima fila, semmai in fondo, in silenzio e discreta, … che lo aveva scelto, dicevo, come suo confessore e verso il quale nutriva profondo affetto.
Qualche anno fa, credo fosse inizio 2017, accompagnando mia madre, ebbi modo di conoscerlo ma, a fronte di quanto bene lei ne parlasse, non mi fece, come suol dirsi, né caldo né freddo! Seduto alla scrivania del suo minuscolo ufficio, davanti al computer che aveva anche imparato a usare, sempre infreddolito e con difficoltà di deambulazione, mi parve anzi un prete un po’ troppo all’antica, di quelli, diciamolo pure, magari un po’ antipatici.

Ad ogni modo, mi capitò di tornarci e di confessarmi con lui, forse perché mi fidavo più del convincimento di mia madre in merito alla sua bontà, piuttosto che delle mie impressioni di un momento.
Nella sua grande semplicità e umiltà, ascoltava con attenzione, ma senza intervenire, senza redarguire o che altro. Molto diverso, quindi, da quei confessori inclini a spiegarti perché hai sbagliato e a darti il consiglio, l’indirizzo morale e religioso. Per carità, tutto più che lecito, direi quasi dovuto, assai spesso appropriato, attinente e utile, ma alcune volte forse eccessivo o fuori luogo.
Si limitava ad ascoltare! Alla fine, con grande umanità, dava l’assoluzione!

Capitando di dover confessare bestemmie, o qualcos’altro di altrettanto blasfemo, il suo ascolto si faceva semplicemente più attento e la sua espressione più seria, con una venatura di profondo dolore. Alla fine, ti assolveva, guardandoti con profondità ma senza raccomandarti nulla, forse consapevole che ognuno di noi sa capire, se vuole, i propri errori e sa correggere, pian piano, col tempo che ci vuole, il suo cammino!

E se magari, chiedendo al penitente se ci fosse altro, si accorgeva del suo sforzo nel cercare di ricordare tutto quello che avrebbe dovuto ricordare e dire, gli veniva incontro, lo rasserenava e gli semplificava la vita in maniera dolcissima … «di tutto, di tutto» … e gli dava l’assoluzione!

A novembre del 1977, a Padova per la laurea di mio fratello, io appena quattordicenne, conobbi la figura di San Leopoldo Mandic, il fraticello piccolino e malaticcio, il Santo della riunificazione e della riconciliazione tra i Cristiani d’Oriente e d’Occidente, nonché, dal 6 gennaio 2020, patrono dei malati colpiti da tumore.
Soprattutto, il Santo del confessionale!
Dedicò gran parte della sua vita al sacramento della riconciliazione nella sua celletta del convento dei Cappuccini di Padova, l’unico ambiente che rimase integro e in piedi a seguito dei bombardamenti alleati del 14 maggio del 1944, dove passava intere giornate e nottate a confessare penitenti di tutte le estrazioni, incurante dei rimproveri che gli venivano rivolti per il suo essere profondamente indulgente.
Ecco, Don Ledda mi ha richiamato l’idea che mi ero fatto di San Leopoldo, a cui sono rimasto sempre devoto, anche nei miei anni di grande lontananza.

Di Don Ledda ricordo anche alcune omelie, per nulla retoriche, ma semplici e pure come lui, intrise di profondità e di Fede.

Dopo gran parte dell’estate passata in ospedale per una brutta polmonite, a ottobre scorso rividi Don Ledda nel suo piccolo ufficio, circondato dall’affetto di tante persone.
Sabato 23, mia madre volle andare a salutarlo e ne ricevette in cambio una dolcissima carezza sul viso! Mentre andavamo via, chiamò anche me con uno scherzoso rimprovero, … per lo stesso motivo!

La settimana successiva venimmo a sapere che era stato ricoverato per un infarto che lo aveva colpito il lunedì 25. Dopo un paio di settimane trascorse tra terapia intensiva e vani tentativi di recupero, Don Ledda se ne è andato all’alba del 7 novembre.
Grande è stata la partecipazione di tanta gente comune, anziani, meno anziani e, sorprendentemente, giovani, che hanno voluto rendergli omaggio per la bontà e il bene che ha donato.

Mi piace concludere con la trascrizione di un video messaggio, facilmente reperibile in rete, che volle leggere il 18 marzo del 2020, in occasione dei cinquant’anni del suo sacerdozio:
«Cari parrocchiani, ricorrendo oggi, 18 marzo, il cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale, desidero raccontarvi brevemente come è nata la mia vocazione. Io ero un agricoltore dei campi. Nel giorno vicino alla festa di Santa Lucia dell’anno 1954, il confessore parroco mi disse: “vuoi restare così?”. Avrei compiuto 21 anni dopo un mese. Il Signore, quando chiamò San Pietro, gli disse: “sarai pescatore di uomini”. La frase “vuoi restare sempre così?”, dettami dal mio parroco, “vuoi restare sempre agricoltore?”, io oggi la traduco come la parola di Gesù detta a San Pietro: “ti farò pescatore di uomini, devi diventare coltivatore di anime”. Riflettei su questa parola. Terminato l’anno della raccolta a luglio, il parroco mi fece fare per un mese il doposcuola da un insegnante. Il parroco, dopo avere ascoltato l’insegnante, mi disse che ero adatto per fare gli studi. Durante l’estate, sistemai le varie cose della campagna per non lasciare mio padre nelle difficoltà. Il 5 ottobre, avevo 21 anni, lasciai il mio paese e andai a Modica e cominciai a fare la prima media. I miei compagni di scuola avevano tutti circa dieci anni meno di me e così tutti gli anni successivi, sia per la scuola e anche per il noviziato. In quei tempi, noi salesiani, dopo il liceo, avevamo un quarto anno di filosofia. I superiori, per loro bontà, mi abbonarono quest’anno. Il tirocinio era di tre anni, a me ne fecero fare due. Per questo, i miei compagni di Messa furono altri. Ne restiamo in vita solo tre. Uno, Don Corselli, è in missione, l’altro, Don Aidala, è allo studentato teologico e l’altro sono io. Concludiamo. Se qualcuno riceve una scintilla di chiamata la coltivi. Il Signore chiama persone di qualunque condizione sociale e a qualunque età. Adesso, vi prego di raccomandarmi al Signore affinché questi pochi anni di vita che mi restano possono essere sempre fruttuosi per la gloria di Dio. Sia lodato Gesù Cristo»!