Mariano Stabile, chi fu costui?

Da una banale ricerca in rete, … giusto qualche sporadica indicazione biografica, riferita eventualmente anche all’omonimo nipote baritono, nonché riferimenti toponomastici ben precisi e notizie di cronaca in Via Mariano Stabile, una delle principali vie del centro di Palermo.
La definizione, poi, nella più importante e ricca enciclopedia online … patriota e politico italiano!
C’è da aggiungere, poi, che la sua città gli ha anche dedicato tre busti, a Palazzo di Città, nel Museo del Risorgimento, nel Giardino Inglese.

Nato a Palermo il 25 gennaio del 1806, fu antiborbonico fino al midollo.
Mi fanno sorridere, oggi, tanti siciliani che manifestano il loro incauto e ignorante indipendentismo dichiarandosi filoborbonici o duosiciliani, neppure sapendo, forse, cosa abbia rappresentato, in 686 anni di Storia, il Regno di Sicilia e di come il borbonico Regno delle Due Sicilie sia stato, alla fine del 1816, la sua tomba.
«La terra, ove abbiamo avuto la vita, fu così brutalmente oppressa, che la storia di un governo, che fu ben definito la negazione di Dio, incredibile ai nostri posteri parrà. Adottando la stolta massima dividi e comanda il governo de’ Borboni, con mendaci promesse di privilegi e preminenze, fomentava quelle misere gare municipali che tornarono esiziali alla Sicilia, tenendola per tanto tempo divisa, e spargendo gelosie e rancori fra le città sorelle, predestinate ad amarsi e sovvenirsi a vicenda. (…) E quest’opera di conciliazione fu iniziata dalla eletta schiera degli uomini più animosi (…) i quali (…) mostrarono come si possa giovare nobilmente alla patria, senza menarne alcun vanto (…) E fra questa eletta di giovani era Stabile, primo. (…) E Stabile ben sapea come il più grande servigio reso alla patria fosse, affrettare, ma non precipitare gli eventi, e lavorare senza posa, perché, diradate le tenebre della ignoranza del popolo, insciente o non curante de’ propri diritti, fossero tutti i Siciliani convinti del bisogno di riconquistare la libertà, perché la Sicilia, costituita in uno stato autonomo, riottenesse quella costituzione, che, prima degli altri Stati Italiani, da immemorabili tempi possedea.»
(tratto da: Carmelo Pardi, Orazione in morte di Mariano Stabile, a cura del Municipio di Palermo)

E si arrivò al 12 gennaio del 1848, allorché prese avvio a Palermo, dopo le avvisaglie del settembre precedente a Messina, la grande rivoluzione indipendentista che porterà all’emanazione, il 10 luglio dello stesso anno, della più moderna e democratica Costituzione del diciannovesimo secolo in Europa.
Ruggero Settimo l’Inviolabile, il Padre della patria siciliana, presidente del comitato insurrezionale, volle accanto a sé Mariano Stabile come segretario generale. Eletto Presidente del governo siciliano, lo volle ministro per gli Affari stranieri, Agricoltura e Commercio e, a inizio del 1949, della Guerra.

Col ritorno dei Borbone, Mariano Stabile andò in esilio a Parigi e a Londra, rientrando soltanto nel 1860 a Palermo, di cui fu Sindaco dal 1862 fino alla sua morte.
«Chiamato all’onorevole carica di Sindaco di Palermo, sentì la malagevolezza dell’ufficio che gli era commesso (…) dubitando che nelle deplorevoli condizioni delle finanze comunali, non potesse adempierne i doveri. Ma vinto dall’amore della patria accettò, a sola condizione che venissero dal governo riconosciuti i debiti de’ comuni. Primo Magistrato della città, ristorò l’azienda comunale. Nel ripulimento delle pubbliche vie e delle piazze, e nell’infrenamento de’ mostruosi ed inveterati abusi, spiegò tutta la ferrea energia della sua incrollabile volontà. Uguale sempre con tutti, perché uguali tutti in faccia alla legge, non venne a transazione colla ingiustizia, non pattuì colla frode. Con modi ingegnosi ed accorti, con equabile imparzialità, cogli adescamenti del premio trasse al suo volere i più schivi, sì che in poco volger di tempo, ripulite e sgombre le piazze e le vie, adornate le botteghe, ristorati i pubblici edifici, riabbelliti i suburbani passeggi, la città mutò aspetto, parve quasi ringiovanita e più bella. (…) si affrettò di aprire scuole diurne d’insegnamento elementare per i fanciulli e per le bambine, scuole serali per gli adulti, e scuole tecniche e domenicali per gli onesti operai.»
(tratto da: Carmelo Pardi, Orazione in morte di Mariano Stabile, a cura del Municipio di Palermo)

Morì il 10 luglio del 1863, due mesi dopo Ruggero Settimo, all’età di cinquantasette anni, … la mia di adesso!
Questa la storia pubblica di Mariano Stabile.

Il suo esilio si protrasse dai quarantatré ai cinquantaquattro anni d’età. Immagino, quindi, che abbia saputo godere anche dei piaceri della vita, esattamente come un qualunque quarantenne o cinquantenne, oltre che vivere la triste vita di un esule.
In rete ho trovato un gradevolissimo articolo di Gabriello Montemagno, pubblicato sull’edizione di Palermo de La Repubblica, dal titolo “Le lettere degli esuli, più sesso che libertà”:
«Veri patrioti, sì, indomiti combattenti per la libertà, sì, ma anche esseri umani con naturale corredo di desideri carnali. (…) tra tutti, coloro che forse cercavano le maggiori “distrazioni” erano Mariano Stabile e lo stesso Roccaforte, amici strettissimi che nella loro corrispondenza non facevano mistero proprio di nulla. Particolarmente significativa è questa missiva (degna della più audace letteratura galante) che lo Stabile, futuro senatore del Regno e sindaco di Palermo, il 25 luglio 1853 inviò da Parigi al suo amico Lorenzo, anch’egli futuro senatore, che in quei mesi era rifugiato a Genova: «Carissimo amico, viva la Diligenza, e tutto ciò che l’industria maschile e femminile possono inventare per giungere anche in pieno giorno, sotto gli sguardi di una mamma e di altre donne, a commettere se non un grosso, certo un piacevole peccato. Ma realmente è peccato? Ecco il mio dubbio, e vi prego di comunicare il caso che vo’ ad esporvi al nostro comune Amico, il quale con le sue cognizioni teologiche saprà togliermi qualunque incertezza. Dunque, entrato nella Diligenza mi trovai seduto in faccia di una bellissima giovane di una ventina di anni circa, con capelli neri come l’ebano, con occhi leonini, carnagione di color di perla e tosta, con le labbra e le guance adorne di finissimi e lussuriosissimi peli neri, con un petto pronunziato e palpitante, di una statura quasi uguale alla mia, con una bocca inclinata al sorriso, e con denti mille volte più belli delle perle. Alla mia diritta sedeva la mamma. Comincia con l’offrire alla giovane lo scambio del mio posto col suo, se mai soffriva ad andar con le spalle ai cavalli. Ricusò, dicendo di esserle indifferente. Qualche altra amabilità diressi alla madre come di ragione. Fatta così la conoscenza, indussi la giovane a levarsi il cappello per aver meno caldo, e così avea sotto gli occhi quella bella testa in tutta la sua naturale e simpatica semplicità. Avventurai un ginocchio contro il suo, e non fui respinto, e così dolce dolce, piano piano finii con trovarmi tutta la sua gamba stretta fra le mie, il suo piscione contro il mio, e tanto feci sino a che strinsi tanta coscia quanta ne potei. Don Fabrizio risvegliato così dopo un mese di sonno profondo sbuffava fuoco dalle narici, e credo che quel fluido onnipotente comunicandosi alla mia bella giovane le produceva un immenso piacere, poiché appuntava di tempo in tempo gli occhi sulle mie ginocchia e su quell’involto che ingrossava fra le mie cosce, e il petto le si agitava fortemente. Cominciai così una sega con tutto quello che potea toccare, e dalle, dalle, dalle l’amico Cesare solo solo versò fra i calzoni tutta quella panacea che in un mese erasi raccolta. Né per questo acchetavasi, che ingagliardito da qualche sorriso di compiacenza, e dalla buona grazia con cui quella cara giovane peritavasi a rimanere stretta fra le mie gambe, stette sempre con la cresta in aria, fino a che il fatale arrivo a Moulins ruppe l’incantesimo, né altro potei più che raccoglierla e stringerla fra le mie braccia allo scendere dalla Diligenza. A Moulins la cura dei bagagli, le vie diverse a prendere, tutto ci separò, né più la rividi. Oh, se avessi passato ancor la notte in Diligenza, chi sa sin dove sarei giunto. Ma tutto questo è peccato? Ecco il tremendo dubbio sul quale aspetto la decisione del comune Amico (…) Vostro aff. mo amico M. Stabile». Non c’è che dire. Non ha reticenze il nostro futuro sindaco, che le storie patrie descrivono come «dignitosamente riservato per temperamento».»!

Ci perde la figura di Mariano Stabile?
Assolutamente no!
A mio parere, ne esce solamente arricchito e ingigantito come uomo. Perché eroe e rivoluzionario egli fu, braccio destro del Padre della patria Siciliana, … ma pur sempre un uomo, con tutte le virtù, i vizi e le debolezze di un uomo!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)