Le città del Re

Nella storiografia italiana, le città siciliane sono sempre state considerate niente più che borghi rurali.
Nella realtà, nella lunga storia della Sicilia dal Basso Medioevo all’Età Moderna, con 686 variegati anni di orgogliosa indipendenza, dalla notte di Natale del 1130, con la proclamazione a re di Sicilia di Ruggero II d’Altavilla, all’8 dicembre del 1816, con la forzata annessione al fantasioso Regno delle Due Sicilie, in quella che fu una vergognosa impostura che, di fatto, dura tuttora, se è vero, come è vero, che tanti siciliani, nel dichiararsi sicilianisti o addirittura indipendentisti, con estrema leggerezza e minima conoscenza della vera Storia della loro terra si proclamano pomposamente neoborbonici o duosiciliani, … nella realtà, dicevo, le città siciliane hanno rivestito un ruolo centrale, per nulla subalterno al potere feudale o a quello ecclesiastico, ciascuna con un propria identità e un proprio sistema di governo incernierato su un’oligarchia locale, del cui consenso neppure il sovrano poteva permettersi di fare del tutto a meno.

Dell’importanza e del ruolo rivestito dalle città siciliane ne è testimonianza la stessa articolazione del Parlamento siciliano, tra i più antichi al mondo insieme all’Althing islandese, al Tynwald dell’Isola di Man e al Løgting delle Fær Øer, riunitosi per la prima volta a Palermo nel 1130, in occasione della proclamazione di Ruggero II a Re di Sicilia, sebbene la prima assise di un parlamento itinerante risalisse già al 1097, a Mazara del Vallo. Parlamento siciliano che si riunì per l’ultima volta il 19 aprile del 1849, in quella che fu la breve primavera che seguì alla Rivoluzione antiborbonica del 1848.

Il Parlamento del Regno di Sicilia, dunque, era articolato in tre bracci, o rami: il Feudale, formato da una cinquantina di nobili; l’Ecclesiastico, con una sessantina tra arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, i superiori dei monasteri di rito greco ortodosso; il Demaniale, di fatto istituito nel 1220 da Federico II di Svevia, Re di Sicilia come Federico I, che comprendeva i rappresentanti di 42 città demaniali, o città del Re, sottratte sia al controllo feudale che a quello ecclesiastico e facenti direttamente parte del demanio del sovrano.
Ricadenti in tutti e tre i Valli in cui era stata suddivisa amministrativamente la Sicilia al tempo della dominazione islamica e che sopravvissero fino al 1812, Vallo di Mazara a ovest, Val Demone a nord-est e Val di Noto a sud-est, esse erano: Balèrmus (Palermo), Castrunòvu (Castronovo di Sicilia), Cunigghiùni (Corleone), Erice, Girgènti (Agrigento), Leocàta (Licata), Marsala, Mazara, Naro, Pulìzzi (Polizzi Generosa), Salemi, Sciacca, Sutera, Tèrmini (Termini Imerese), Trapani, nel Vallo di Mazara; Castroreale, Cefalù, Jaci (Acireale), Linguaglossa, Messina, Milazzo, Mistretta, Nicusìa (Nicosia), Patti, Randazzo, Rometta, Santa Lucia (Santa Lucia del Mela), Taormina, Traìna (Troina), Tortorici, nel Val Demone; Augusta Veneranda (Augusta), Calascibetta, Caltagirone, Castrogiovanni (Enna), Catania, Lentini, Mineo, Noto, Platsa (Piazza Armerina), San Filippo d’Argirò, Siracusa, Vizzini, nel Val di Noto.

L’importanza del ramo demaniale non era affatto inferiore a quella degli altri due, se non per la consistenza numerica dei suoi rappresentanti. Basti ricordare come, per talune decisioni, fosse richiesta l’unanimità dei consensi e bastasse anche solo un voto contrario per ritenersi respinta la proposta in esame. Tra queste, anche la concessione della nazionalità siciliana a uno straniero, requisito indispensabile a che persino il sovrano potesse riconoscergli ruoli e titoli.

Accanto alle città demaniali, gli Aragonesi in Sicilia adottarono un altro istituto la cui origine è verosimilmente spagnola, la Camera Reginale, istituita nel 1302, come dote alla moglie Eleonora d’Angiò in occasione delle nozze, da Federico III, il più grande sovrano di sempre quantomeno, ma non solo, in Sicilia, amatissimo dal Popolo, il mio Re!, “un re da leggenda” come lo avrebbe definito, nel 1951, lo storico spagnolo Rafael Olivar Bertrand, alla guida del popolo siciliano in “una delle epopee più gloriose della storia umana”, nell’epoca “più gloriosa della storia dell’isola”, colui che, per dirlo con le parole del professore Mirto, «guidò vittoriosamente la resistenza del piccolo popolo siciliano contro una grande coalizione europea e durante il suo regno fece il “miracolo”, in un paese dove è tradizionale una cupa, sorda ostilità contro il potere centrale, di rendere il suo governo popolare tra i Siciliani»!
Si trattava di una sorta di grande feudo nella piena disponibilità della regina, che comprendeva le terre di Avola, Castiglione di Sicilia, Francavilla di Sicilia, Lentini, Mineo, Paternò, Santo Stefano di Briga, Siracusa, Vizzini e l’isola di Pantelleria.

Ora, io non so quanto Federico III amasse in realtà Eleonora, figlia dell’odiato angioino Carlo II lo Zoppo, avuta in dote nel corso delle trattative che portarono alla pace di Caltabellotta, il 31 agosto del 1302, e alla fine della guerra del Vespro. Consorte da cui ebbe, comunque, nove figli.
L’istituzione della Camera Reginale, appannaggio anche delle successive sovrane fino al 1537, anno della sua abolizione, rappresentò comunque un atto di rispetto verso la moglie, a maggior ragione se si considera che Federico intrattenne una lunga e appassionata relazione, perlomeno dal 1291 al 1302, con la nobile catanese Sibilla Sormella, che gli diede altri cinque figli: tre maschi, Alfonso Federico, Orlando e Sancho, ai quali Federico attribuì titoli nobiliari; e due femmine, Isabella ed Eleonora, andate in sposa rispettivamente a Raimondo di Perralta, conte di Caltabellotta, e a Giovanni di Chiaramonte, conte di Modica.
Ma questa è un’altra storia!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)