Il sette e mezzo

(adattato dal vecchio blog Sikeloi.net, 2010)

Da Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, edizioni Rizzoli:
«Una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all’ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi che dopo l’Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribllio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto. Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addjrittura indomabile. Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano ristati in piedi e viglianti quelli che aspettavamo che capitasse quello che doveva capitare. Erano stati loro a scatenare quella rivolta che definivano “repubblicana”, ma che i siciliani, con l’ironia con la quale spesso salano le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta del “sette e mezzo”, ché tanti giorni durò quella sollevazione. E si ricordi che il “sette e mezzo” è magari un gioco di carte ingenuo e bonario accessibile pure ai picciliddri nelle familiari giocatine di Natale. Il generale Raffaele Cadorna, sparato di corsa nell’Isola a palla allazzata, scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra l’altro, “dal quasi inaridimento delle risorse della ricchezza pubblica”, dove quel “quasi” è un pannicello caldo, tanticchia di vaselina per far meglio penetrare il sostanziale e sottinteso concetto che se le risorse si sono inaridite non è stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per una politica economica dissennata nei riguardi del Mezzogiorno d’Italia.»

Dalle amabili lezioni di storia di Giuseppe “Pippo” Scianò:
«La rivoluzione cosiddetta “del sette e mezzo” ebbe inizio il 15 settembre 1866 e si protrasse fino al 22 settembre, allorché fu soppressa soltanto con i cannoni della flotta militare italiana, fatta convergere su Palermo, e con quelli d’artiglieria dei quarantamila uomini del generale Raffaele Cadorna.
Nella storiografia ufficiale, si dice spesso che fu preparata e portata avanti solamente dalla plebaglia; che era acefala, senza capi; che non aveva una bandiera e non aveva un programma.
Non è vero!
Era una rivoluzione con un suo ben preciso programma, un suo preciso scopo: perorare la costituzione di una repubblica siciliana libera e indipendente.
Era una rivoluzione che aveva anche una sua bandiera, una bandiera rossa: senza alcuna attinenza, però, con l’ideologia comunista (che non aveva ancora preso piede in Europa), bensì con la rivolta di tutto il meridione contro l’occupazione da parte delle truppe piemontesi.
Vi era anche una vera e propria gerarchia funzionale militare: c’era un comitato che operava già dal mese di agosto.
Fu una rivoluzione che coinvolse tutti i ceti, non solamente parti della popolazione.
Santi Correnti, pur credendo nel valore del risorgimento italiano, affermò che si trattò della prima rivolta antiitaliana.
Con quella rivoluzione si dimostrò che i risultati del plebiscito erano in realtà falsi: dopo appena cinque anni dalla costituzione del regno d’Italia, tutto il popolo si ribellava già alla presenza di quelle che considerava truppe di occupazione.
I morti furono migliaia e ve ne furono da entrambe le parti, ma non sono mai stati adeguatamente onorati perché occorreva chiudere al più presto quella pagina di storia.
La repressione, in particolare, è una pagina negata di storia siciliana, paragonabile a quello che nel dopoguerra i nazisti fecero nell’Italia settentrionale.
Vi sono documentazioni storiche che non lasciano adito a dubbi: il tenente dei granatieri Antonio Cattaneo scrive in una lettera che, due o tre giorni dopo la fine dei tumulti, prelevò dal carcere ottanta detenuti coinvolti nei fatti, li portò con i suoi uomini fuori dalle mura della città, scavò una fossa e poi si fece fuoco finché non furono tutti ammazzati.
Altra testimonianza è quella dell’abate Rotolo, che era stato un capo dei garibaldini ed una personalità importante a Palermo. Egli si sentì in dovere, come siciliano e come sacerdote, di dare testimonianza delle grandi rappresaglie che, nei mesi immediatamente successivi, furono portate avanti contro il popolo siciliano: fingendo di raccogliere le proteste non contro il governo italiano, bensì contro la direzione del carcere dell’Ucciardone (quasi che il suo direttore, che si chiamava Venturi, avesse il potere di rastrellare migliaia di palermitani e sottoporli a tortura), egli descrive cosa ognuno di loro subì sulla propria pelle e ciò che videro fare ai loro compagni.
L’opera dell’abate Rotolo merita di essere conosciuta, ma non per spirito di vendetta, quanto per fare conoscere ai falsari della storia in quali condizioni si trovasse la Sicilia dopo l’unità d’Italia.
Altro fatto grave emerge dagli atti parlamentari di un’apposita commissione d’inchiesta: risulta che i carabinieri compirono un vero e proprio stupro etnico a Misilmeri, violentando le mogli di coloro che ritenevano rivoltosi.
Questa testimonianza la si ha grazie al coraggio (e in quell’epoca ci voleva davvero un coraggio da leoni) del sindaco di Lercara Friddi, che si chiamava Nicolosi, che volle addirittura che la sua deposizione fosse messa a verbale.
E così, pur nello stile stringato dei verbali dell’epoca, abbiamo questa testimonianza.
A Misilmeri, da anni, i carabinieri subivano violenze, è vero. Non si giustificano e non si potrebbero giustificare coloro che uccisero ed oltraggiarono i corpi dei carabinieri, hanno fatto fare solo una brutta figura alla Sicilia.
Ma non si può ignorare lo stupro etnico, non si può ignorare la violazione sistematica dei diritti umani.
Non si possono ignorare quelli che furono veri e propri atti di di terrorismo di Stato, portati a compimento per impedire ai siciliani di protestare e rivendicare i loro diritti, il diritto alla vita, all’indipendenza, alla rinascita della nazione siciliana.»