Il linciaggio di New Orleans

(adattato dal vecchio blog Sikeloi.net, 2013)

Va dato atto a Giovanni Basile, persona che non saprei dire se fosse più buona, più sensibile, o più colta, raffinato poeta di lingua siciliana, cultore di storia della Sicilia, eccelso e autodidatta matematico, tra i migliori sistemisti al servizio delle più importanti riviste di settore, ai tempi del mitico Totocalcio, creatore di giochi enigmistici anche per riviste che vantano «innumerevoli tentativi d’imitazione», … gli va dato atto, dicevo, di aver evocato, in quelle che erano le sue aperiodiche schegge di cultura, un episodio di inaudita violenza e di inquietante giustizia sommaria.

Siciliane le vittime, sembrerebbe innocenti, inghiottite nel silenzio del dimenticatoio! Se non fosse per qualche studioso e per qualche amante della verità particolarmente sensibile, come lo era Giovanni Basile, non vi sarebbe forse più traccia di un episodio che mise, per la prima volta, in seria crisi, davvero in seria crisi, i rapporti diplomatici tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America.

Verso la fine dell’ottocento, New Orleans era uno dei più importanti porti americani e un coacervo di razze.
Tantissimi i siciliani, oltre dodicimila.

Insieme al piroscafo Montebello, narrato dal medico di bordo Alfonso Lomonaco nel suo Da Palermo a New Orleans. Note di viaggio, pare che almeno un centinaio, tra mercantili e altri piroscafi, coprissero con regolarità la tratta Palermo – New Orleans.
Inevitabilmente, insieme ai tanti alla ricerca di un’altra vita, oltreoceano, anche malavitosi!

Gli affari del porto, in particolare, erano appannaggio di due famiglie contrapposte, i Matranga e i Provenzano, sempre sul filo di un precario equilibrio.
Il 6 aprile 1890, un agguato, in cui persero la vita due affiliati ai Matranga, lo ruppe definitivamente!

L’assai chiacchierato capo della polizia, David C. Hennessy, già processato per omicidio e banditismo e su cui lo stesso leggendario Joe Petrosino avanzava più di una riserva, dopo aver dapprima arrestato, quali mandanti, due altri affiliati alla medesima famiglia Matranga, dichiarò che avrebbe testimoniato contro di loro e in favore dei Provenzano, ai quale pare fosse legato.
Il 15 ottobre, mentre rientrava a casa, fu fatto bersaglio di alcuni colpi di fucile. Poco prima di morire, pare abbia sussurrato «dagos did it», «sono stati i dagos», nomignolo col quale si indicavano gli immigrati dall’Italia meridionale.

L’illuminato sindaco Joseph Shakespeare non esitò, quindi, ad additarli quali responsabili, inveendo contro di loro, … «individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi», … «dobbiamo dare a questa gente una lezione che dovranno ricordare per sempre».

Nove i siciliani arrestati, undici secondo altre fonti. Giovanni Basile ne citava, con nomi e cognomi, addirittura quattordici.
Tra di loro, Pietro Monasterio, la cui principale, se non unica, colpa era di avere la bottega da calzolaio di fronte al luogo dell’agguato, il fruttivendolo palermitano Antonio Abbagnato, che non aveva mai riportato neppure una contravvenzione, Emanuele Polizzi, malato di mente, un quattordicenne …

Nel frattempo, in un crescendo di odio, alcune decine di migliaia di braccianti agricoli siciliani, impiegati nelle campagne della Louisiana, furono fatte oggetto delle attenzioni del Ku Klux Klan. Molte le vittime! Altri duemila siciliani, appena sbarcati, furono accolti a sassate. Anche in questo caso, morti e feriti!

Dopo un dibattimento nel quale vennero ascoltate decine di testimoni, soprattutto dell’accusa, la giuria riconobbe la non colpevolezza degli imputati, a eccezione di tre di loro, Pietro Monasterio, Emanuele Polizzi, Antonio Scafidi.
Con una forzatura giuridica, tuttavia, vennero tutti riaccompagnati in carcere, a Parish Prison.

Ed è qui che divennero vittima della furia omicida di alcune migliaia di cittadini inferociti, aizzati dallo sceriffo Gabriel Villère, autore di un bando pubblico col quale … «tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all’assemblea convocata sabato 14 marzo alle 10 alla Clay Statue, per prendere provvedimenti rispetto al fallimento della giustizia nel caso Hennessy. Arrivare pronti all’azione», e da William Pakerson, un influente avvocato del posto.
Il 14 marzo 1891, abbattuti i portoni laterali d’ingresso alla prigione, Antonio Scafidi fu il primo a essere “giustiziato”. Via via, tutti gli altri!
Alcuni di loro tentarono di sfuggire agli aguzzini utilizzando una scala di servizio, ma furono raggiunti e trascinati in un cortile interno. Antonio Abbagnato fu impiccato a un albero. Pietro Monasterio, ferito, implorò il colpo di grazia. Emanuele Polizzi, trovato a balbettare frasi sconnesse in un sottoscala, venne appeso a un lampione e finito a colpi di pistola.
Alla fine, pare che l’insigne avvocato Pakerson abbia ringraziato i suoi concittadini con espressioni del tipo … «Vi ho chiamato per compiere tutti insieme un dovere, e questo dovere è stato compiuto. Ora tornate a casa e Dio vi benedica»!

Ne seguì, come detto, una delle poche, serie crisi diplomatiche tra i due paesi.
L’inviato straordinario e ministro plenipotenziario di II classe, Saverio Fava, figlio di Francesco e di Nicoletta Paoletta Profitti, patrizio di Amantea, in seguito senatore, intervenne formalmente nei confronti del governo federale. Il tassativo rifiuto americano a ogni forma di collaborazione spinse l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia, il palermitano Antonio Starabba, marchese di Rudinì, a richiamarlo in patria. Analogo, ma opposto tragitto fece il suo collega americano in Italia!

Solo dopo circa un anno i rapporti si normalizzarono, a seguito del riconoscimento di una misera indennità in favore delle famiglie delle vittime, per iniziativa (tanto contrastata, da essere addirittura richiesto lo stato di impeachement!) del presidente Benjamin Harrison, che si vide costretto a utilizzare i fondi direttamente a disposizione della Casa Bianca!

Questa è la storia, ai più sconosciuta!

Solo una considerazione, per concludere.
I siciliani veniamo troppo spesso additati, disprezzati, insultati. Accettiamo con troppa facilità di essere additati, disprezzati, insultati. Tendiamo persino a disprezzarci da noi stessi!
Si dimentica, forse troppo facilmente, la nostra storia passata, i grandi meriti civili e sociali, i migliori ospedali, tassi di mortalità infantile tra i più bassi d’Europa, stato sociale d’eccellenza, i primi ospizi, i primi cimiteri senza distinzione di classe sociale, assenza di emigrazione fino alla cosiddetta unità d’Italia, e via discorrendo.
E si dimentica, anche e soprattutto, la storia cui si è dovuti sottostare negli ultimi 160 anni, a cominciare dalle malefatte dei conquistatori piemontesi, Castellammare del Golfo, Bronte, le migliaia di morti della rivoluzione cosiddetta del sette e mezzo, le torture e i massacri che furono perpetrati nella fortezza di Fenestrelle …

Non v’è dubbio, non potrei e non dobbiamo nemmeno negarcelo, di come tanti siciliani ci abbiano, di fatto, disonorati.
Ma è altrettanto vero che tante, troppe, sono state le vittime innocenti che la Sicilia ha pianto. Tanti, troppi, i siciliani immolati come capri espiatori di chissà cosa!
Eppure, tanti siciliani lo abbiamo dimenticato! O non lo abbiamo mai saputo!

All’epoca dei fatti di New Orleans, Angelina Romano, la mia prediletta, avrebbe avuto 38 anni!