Il Buono di Sicilia!

(adattato dal vecchio blog Sikeloi.net, 2014)

A Ruggero II d’Altavilla si deve la nascita, nel 1130, di quel Regno di Sicilia che, tra alterne vicende e successioni dinastiche, sarebbe durato fino al 1816, anno di proclamazione del Regno delle Due Sicilie.
686 anni che ai più, oggi, non dicono nulla!

Il professor Corrado Mirto, ‘u ziu come lo chiamava affettuosamente il caro Giovanni Basile, mi raccontava un giorno, tra un morso di pizza e un sorso di birra, di come, ancora fino agli anni quaranta e cinquanta del Novecento, le persone si alzassero in piedi, nei teatri siciliani, all’avvio della cabaletta Suoni la tromba, e intrepido, in versione riadattata da I Puritani di Vincenzo Bellini, riconosciuta come vero e proprio inno nazionale siciliano. Raccontarlo oggi … fa quasi ridere!

Ma è la stessa consapevolezza della propria storia e della propria identità, del resto, a essere andata perduta, a essere stata cancellata.
Mi piace richiamare un passo che reputo quanto di più azzeccato e illuminante, da un suo pamphlet su Federico III, quel “re da leggenda”, come ebbe a definirlo, nel 1951, lo storico spagnolo Rafael Olivar Bertrand, che il professore riportò alla luce della memoria e di cui ritrovò la stessa tomba, dimenticata anch’essa in una cripta della Cattedrale di Sant’Agata, a Catania: «Quando si vuole ridurre un popolo allo stato coloniale gli si toglie la cultura, la lingua e la storia, in maniera che i “colonizzati” finiscano con l’identificarsi con la cultura, la lingua e la storia del paese dominante. E così i Siciliani si sono convinti del fatto che non hanno una loro cultura, che la loro lingua è un rozzo dialetto (nel secolo XIV e XV invece la Real Cancelleria emanava in lingua siciliana documenti firmati dal sovrano), che non hanno una loro storia. Infatti parte della storia siciliana è stata fatta scomparire e, quella che è rimasta, viene presentata come un susseguirsi di dominazioni straniere che vedono i Siciliani oggetto inerte della storia»!

A Ruggero II viene riconosciuta l’organizzazione di uno stato e di un governo estremamente efficienti. Fu capace, inoltre, di annettere al suo regno ampi territori dell’Italia meridionale, facendo della Sicilia la principale potenza nel Mediterraneo, in grado di conquistare, tra il 1135 e il 1153 e grazie a una potente flotta, interi territori lungo la costa nordafricana, dalla Tunisia alla Tripolitania. Il cosiddetto Regno normanno d’Africa, una sorta di protettorato siciliano.

Alla sua morte, nel 1154, gli succedette il figlio quartogenito Guglielmo I di Sicilia.
Conosciuto come il Malo, fu incapace di rinunciare alle mollezze e ai sollazzi che la vita e l’educazione di corte gli avevano reso possibili.
Come sovrano, si limitò per lunghi tratti ad affidare semplicemente le questioni del regno a persone di sua fiducia. Tra queste e sopra tutte, il Grande Ammiraglio Maione di Bari, amiratus amiratorum, emiro degli emiri, particolarmente inviso a Matteo Bonello, signore di Caccamo e a capo di una rivolta contro il re, tra il 1160 e il 1161.
Il 10 novembre del 1160, Maione cadde in un’imboscata notturna davanti al palazzo arcivescovile di Palermo. Antica tradizione vuole che alla spada che lo colpì a morte sia da riferire l’elsa che, ancora oggi, si osserva infissa sul portone, a eterno ammonimento. In realtà, è stato fatto notare come si tratti di elsa “a vela”, conosciuta a partire dal sedicesimo secolo!

Alla morte de il Malo, il 7 maggio del 1166, gli subentrò il figlio terzogenito Guglielmo II, appena dodicenne, sotto tutela della madre Margherita di Navarra fino al mese di dicembre del 1171.
Stesso sangue, … altra pasta!
Di indole pacifica, estremamente mite e rispettoso delle leggi e del popolo, è ricordato come il Buono, uno dei re normanni (e non solo) più amati dal popolo.
Sotto di lui rifiorirono arte e architettura, con la realizzazione innanzitutto del Duomo di Monreale, avviata nel 1174 e completata nel 1267, della cui bellezza pare rimanga traccia anche nell’antico detto popolare “… cu va a Paliemmu e nu’ viri Munriali, ci va sceccu e si ni torna maiali …”!
Leggenda narra che, addormentatosi sotto un carrubo durante una battuta di caccia, gli sarebbe apparsa in sogno la Madonna … «Nel luogo dove stai dormendo è nascosto il più grande tesoro del mondo: dissotterralo e costruiscici un tempio in mio onore». Sradicato il carrubo, fu ritrovato un tesoro in monete d’oro, immediatamente destinato alla costruzione del Duomo di Monreale!

Quello che, oggigiorno, è più comunemente conosciuto come Castello di Nelson, all’origine era l’Abbazia di Santa Maria di Maniace, fortemente voluta dalla regina madre Margherita.
Il nome deriva dal generale bizantino Giorgio Maniace che, nel 1040, in quei luoghi affrontò e sconfisse le truppe musulmane. Per ringraziare la Madonna, vi fece erigere un piccolo monastero, successivamente abbandonato, probabilmente a seguito del terremoto che, all’alba del 4 febbraio del 1169, colpì Catania e tutta la parte orientale dell’isola, causando decine di migliaia di vittime.
Nel 1173, la regina madre la eresse ad abbazia benedettina dedicata a Santa Maria. Nei secoli a venire accolse anche monaci Basiliani, eremiti Agostiniani e Francescani.
Gravemente danneggiata in occasione della catastrofica sequenza sismica che, tra il 9 e l’11 gennaio del 1693, devastò la Sicilia orientale, venne ricostruita perdendo, tuttavia, la sua originaria configurazione.
Il 3 settembre del 1799, fu donata da Ferdinando IV di Borbone all’ammiraglio inglese Horatio Nelson, nominato Duca di Bronte, quale ricompensa per l’aiuto fornito durante la rivoluzione giacobina che, il 23 gennaio di quell’anno, aveva portato alla proclamazione dell’effimera Repubblica Napoletana. Da allora, l’intera tenuta divenne la Ducea di Nelson, l’abbazia il Castello di Nelson.

A Guglielmo II si deve anche il completamento del Palazzo della Zisa (dall’arabo al-Aziz, nobile, glorioso, magnifico), la cui edificazione era stata avviata dal padre.
Di forma squadrata e circondato da un giardino, era stato progettato in modo da creare correnti d’aria che lo rendessero fresco, nelle torride estati siciliane.
Leggenda popolare narra di come, per realizzarlo, il padre Guglielmo I il Malo avesse tolto dalla circolazione tutte le monete d’oro, sostituendole con monete di cuoio. Per accertarsi personalmente che tutte le monete fossero state ritirate, travestito da mercante mise artatamente in vendita, per una sola moneta d’oro, il suo destriero! Un giovane principe, riesumata la salma del padre, recuperò allora una residua moneta, nascosta in bocca prima della sua sepoltura. Solo la piena confessione riuscì a salvargli la vita …!
Altra leggenda vuole che il tesoro in monete d’oro sia custodito dai cosiddetti diavoli della Zisa, personaggi mitologici, spesso minuscoli e difficili da contare, raffigurati nell’intradosso dell’arco di ingresso alla sala della fontana.
Morto il Malo, con i lavori ancora in corso, a completare la realizzazione del palazzo fu il figlio Buono, che si narra amasse trascorrervi la gran parte del suo tempo.

Il regno di Guglielmo II fu inoltre caratterizzato da estrema tolleranza religiosa, innanzitutto verso i musulmani.
Ne dà ampia testimonianza Michele Amari, il più eminente studioso della Sicilia musulmana. Nella sua Storia dei Musulmani di Sicilia, egli scrive: «E pur l’universale della popolazione non aborriva per anco i Musulmani […] la voce del muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città […] Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi e largìa denaro a’ poeti […] i Musulmani soggiornavano in alcuni sobborghi […] frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco scuola; fiorivano i loro mercati».
Anche il viaggiatore e poeta arabo-andaluso Abu ‘l-Husayn Muhammad Ibn Ahmad Ibn Jubayr Al-Kinani ne esaltò intelligenza e tolleranza. Come citato dallo stesso Amari, egli ricorda come, in occasione del drammatico terremoto del 4 febbraio del 1169, il re si aggirasse per la reggia, confortando i terrorizzati servitori … «Che ciascuno preghi il Dio ch’egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in cuore»!

Fu anche un re guerriero. Nella primavera del 1188, inviò la flotta normanna a contrastare Saladino, Sultano d’Egitto, Siria e Hegiaz, che, l’ottobre precedente, aveva conquistato Gerusalemme. Le navi normanne protessero gli altri porti finché, sbarcando a luglio a Tripoli, in Libano, riuscirono a respingerne momentaneamente l’assalto.

Guglielmo II morì a Palermo il 18 novembre 1189, a soli 36 anni.
È sepolto in un sarcofago rinascimentale nel suo Duomo di Monreale, accanto al padre!