Figure mitiche dell’epopea del Vespro

Palmiero Abate, Signore di Trapani e tra i promotori, nel 1282, del Vespro siciliano contro gli odiati angioini, a fine agosto di quell’anno avrebbe accolto a Trapani la flotta dell’ammiraglio Ruggiero di Lauria, inviata da Pietro III d’Aragona, padre di Giacomo e di Federico, il futuro Fridericus tercius Dei gratia rex Siciliae, invocato dai nobili siciliani contro gli oppressori francesi e acclamato re a inizio settembre, a Palermo, come Pietro I Re di Sicilia.

La rivolta fu capitanata da Palmiero Abate nella Val di Mazara, da Alaimo di Lentini nella Val di Demona, o Val Demone, da Gualtiero di Caltagirone nella Val di Noto. Si narra che il 30 marzo del 1282, lunedì dell’Angelo, giorno in cui la rivolta scoppiò a Palermo, si siano incontrati segretamente sullo Scoglio del Malconsiglio, isoletta di fronte a Trapani, con Giovanni da Procida, altro grande protagonista della Rivoluzione del Vespro, colui che, il 29 ottobre del 1268 a Campo Moricino, l’attuale Piazza del Mercato di Napoli, aveva raccolto il guanto di sfida lanciato in punto di morte da Corradino di Svevia, decapitato neppure diciassettenne, il cui cadavere fu oltraggiato, trascinato e abbandonato vicino al mare, ricoperto solamente da qualche pietoso sasso.
Nel 1351, sul luogo del patibolo, venne eretta una piccola cappella trasformata, nel 1786, nella Chiesa di Santa Croce e Purgatorio al Mercato, consacrata nel 1791. Danneggiata dapprima dai bombardamenti nel corso della seconda guerra mondiale, poi dal terremoto del 1980, l’accesso vi è oggi precluso.
Informata della cattura e della condanna a morte del figlio, Elisabetta si precipitò a Napoli, nel disperato e vano tentativo di riscattarlo. Poté solamente fare un lascito a quella che è oggi la vicina Basilica Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore, dove riposano le spoglie di Corradino. In virtù di quel lascito, ancora oggi, ogni anno, viene celebrata una messa in suo suffragio.

Si narra anche che sia stato proprio Giovanni da Procida a organizzare l’incidente tra il soldato francese Drouet e la nobildonna palermitana sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito. Nobildonna che, in realtà, altri non sarebbe stata che Imelda, figlia dello stesso Giovanni, fatta giungere ad arte da Napoli.

Divenuto fedelissimo di Pietro III il Grande, re Pietro I di Sicilia, Palmiero Abate fu chiamato a far parte del governo provvisorio, distinguendosi per le sue capacità diplomatiche.
Allo stesso modo, fu in seguito fedele servitore del figlio di Pietro, Federico, il mio Re!, nato a Barcellona il 13 dicembre del 1273 dalla sicilianissima Costanza II di Sicilia, figlia di Manfredi re di Sicilia, che dall’età di nove anni visse in Sicilia.
Il 15 gennaio del 1296, il Parlamento siciliano, riunito al Castello Ursino di Catania, lo nominò re in sostituzione del fratello Giacomo II, reo di aver sottoscritto il trattato di pace di Anagni, voluto da papa Bonifacio VIII, che prevedeva la ritirata degli aragonesi e la cessione della Sicilia agli Angiò. Il successivo 25 marzo, Federico III venne formalmente incoronato nella cattedrale di Palermo, nell’entusiasmo popolare.
Egli si sarebbe dovuto chiamare Federico II, ma optò per il numerale III in omaggio al bisnonno Federico II di Svevia, stupor mundi, Imperatore del Sacro Romano Impero con questo nome e re di Sicilia come Federico I.
Chi, tra gli storici, ha inteso minimizzarne la portata, ha fatto prevalere il nome Federico II, eventualmente d’Aragona, creando confusione col più famoso bisnonno e disperdendo, o almeno diluendo, in questo modo, l’effettiva portata della sua figura.

Fu proprio Federico a riprendere la guerra del Vespro, che vedeva il piccolo Regno di Sicilia difendersi da angioini di Napoli, guelfi italiani, regno di Francia, regno d’Aragona, papato di Bonifacio VIII.
Nella drammatica battaglia navale di Capo d’Orlando del 4 luglio 1299, perduti i sensi per il caldo eccezionale, fu accolto e difeso dall’intera popolazione di Messina.

Re Federico e Palmiero Abate vennero catturati nella successiva battaglia navale di Ponza del 14 giugno del 1300, in cui la flotta siciliana, comandata dal genovese Corrado Doria, fronteggiò quella di Giacomo II d’Aragona, comandata da Ruggiero di Lauria, il più grande ammiraglio dell’epoca, oggetto del desiderio di tanti sovrani e che, incapace di resistere alle lusinghe, non disdegnava cambiare bandiera, come di fatto era accaduto anche in questa occasione.
Re Federico riuscì a fuggire. Palmiero, invece, catturato «la spada alla mano, tutto lacero e sanguinoso», come riporta Michele Amari nel Racconto popolare del Vespro siciliano, morì pochi mesi dopo in prigionia.

Re Federico godette di grande carisma, fu amato dal suo popolo, fu buon legislatore e promulgò testi innovativi per il medioevo, con garanzie costituzionali che andavano dal rispetto di precisi doveri da parte dei reggenti alla tutela dei beni dei condannati. Perennemente scomunicato, accolse alla sua corte i francescani spirituali, perseguitati a partire dal Concilio di Vienne del 1311-1312 e, soprattutto, con l’ascesa al soglio pontificio di papa Giovanni XXII, nel 1316, e il ritorno del grande inquisitore Bernardo Gui.
Nel mese di maggio del 1337, all’età di 64, lasciò Palermo per trascorrere l’estate a Enna. Ma durante il viaggio si ammalò gravemente.
Temendo che le sue spoglie potessero essere traslate in terra d’Aragona, chiese di essere condotto presso le reliquie di Sant’Agata, a Catania, cui era devoto. Poggiato su una lettiga, fu portato a spalla dagli abitanti in lacrime delle contrade attraversate.
Morì nel convento dei Cavalieri di San Giovanni, tra Paternò e Catania il 25 giugno del 1337, dopo oltre quarantuno anni di regno.
La salma fu composta nel castello Ursino, dove ricevette l’ultimo saluto del suo popolo, e sepolta nel duomo della città. Le sue spoglie sono oggi conservate all’interno della Cappella della Vergine, in fondo alla navata destra, in un mal conservato sarcofago di tipo sidamara che custodisce anche i resti mortali di altri reali della dinastia aragonese.