Cotton factory di Sicilia

(adattato dal vecchio blog Sikeloi.net, 2011)

In una lenta ma inesorabile opera di sistemazione delle sue librerie, così cariche e ricche da far invidia a una piccola biblioteca, più che altro per il timore che crollasse il solaio al terzo piano, mio padre mi fece dono di alcuni opuscoli assai interessanti sulla nostra città.

Tra gli altri, vi trovai la ristampa del 1989 di uno scritto, edito nel 1894, di Paolo La Rocca Impellizzeri, pubblicista e scrittore ibleo, nonché sindaco di Ragusa, intitolato “Provvedimenti per la Sicilia”, in cui non è difficile intuire una certa delusione per i provvedimenti fino a quel momento presi in favore della nostra isola.
Vi lessi del generale Cialdini e della sua “aureola di santità”, avendo ironicamente “tolto il terribile cancro del Sud che minacciava la novella unificazione italiana. E in tale ottica vanno appunto sistemati gli stermini di interi villaggi come misura precauzionale e le foto dei soldati piemontesi con accanto i cadaveri dei malfattori”!
Vi lessi della nave inglese Hannibal (ne ho sempre sentito parlare a Pippo Scianò, ma non ero riuscito a leggerne da alcuna parte), alla fonda a Palermo, su cui vi sarebbero stati incontri segreti sulla … “questione siciliana”!
Vi lessi di Bronte, di come la strage dell’agosto 1860 non sia stato altro che un modo per ingraziarsi gli inglesi, ovvero per mantenersi nelle loro grazie.
Vi lessi delle riflessioni di Sonnino, del punto di vista settentrionale, la Sicilia conquistata semplicemente per essere colonizzata!

Certamente i siciliani non dovevano avere in grande simpatia i Borboni, rei di aver privato, nel 1816, la Sicilia della sua plurisecolare indipendenza, per renderla una mera appendice del reame di Napoli. Operazione che trovava una sua motivazione politica nel disperato tentativo, da parte dei Borboni per l’appunto, di porre un freno alla supremazia e alle mire inglesi nel Mediterraneo.

Ma, a fronte delle disattese promesse di Garibaldi, i siciliani si videro appioppare solamente nuovi esattori e nuove tasse: il focatico, l’imposta di ricchezza mobile, la tassa sul macinato e quant’altro.
Quando la Sicilia fu conquistata, dalle casse del solo Banco di Sicilia sparirono 21 milioni e 250 mila lire dell’epoca!
Nel 1860, in Sicilia, di tasse (potremmo dire sul reddito) si pagavano 7 milioni e mezzo. Nel 1877, 22 milioni, poi 27 e così via!
Nel 1860, le tasse di successione incidevano per 2 milioni. Nel 1889/90 per 20 milioni!
Nel 1861, per la tassa di ricostruzione del regno d’Italia, Piemonte, Liguria e Sardegna pagarono complessivamente 16 milioni. La sola Sicilia 42!
In merito alla tassa sulle abitazioni, un decreto borbonico dell’agosto 1833 esimeva i centri con meno di 2000 abitanti. Per gli altri, venivano escluse le case a piano terra, se non date in affitto.
Con i sabaudi, dovevano pagare tutti!
Una legge del 20 aprile 1871 stabilì una penale di 4 centesimi al giorno per ogni lira non pagata in tempo; quindi, il pignoramento dei mobili; infine, l’esecuzione sull’immobile, con vendita all’asta!
Poi la leva obbligatoria, per quattro anni!
E via discorrendo.

Nel solo territorio ibleo, crollarono tutta una serie di attività “agricolo-economiche” fiorenti.
Venne messa in disuso la coltivazione del lino, lungo il torrente San Leonardo, sotto Ragusa Ibla!
Analoga sorte toccò all’industria della seta, fino ad allora fiorente malgrado l’azione di contrasto inglese!
Poi, i filati di cotone! A Ibla esisteva una pregiata filanda di cotone, creata dal barone Francesco Arezzo di Donnafugata e portata avanti dal figlio Corrado, che dava lavoro mediamente a 75 unità, senza contare i carrettieri!
Le stesse prestigiose guide turistiche della casa editrice Baedeker riportavano spesso di come a Ragusa esistesse una “cotton factory”!
Dopo 10 anni dalla conquista …, pardon, dall’unità d’Italia, fu costretta a chiudere per il peso della fiscalità!