L’incredibile storia della distilleria Caroni

La storia che segue non riguarda affatto le vicende della Sicilia e sarebbe comunemente definita fuori tema, off topic come si preferisce dire oggi.
Ma siccome un piccolo sito amatoriale, personale e assolutamente libero e indipendente può permettersi di pubblicare ciò che vuole, ecco a voi l’incredibile storia della distilleria Caroni!

Lo zuccherificio Caroni nasce oltre cent’anni fa a Trinidad, la più meridionale delle isole caraibiche e la più grande delle due isole che formano la Repubblica di Trinidad e Tobago, a pochi chilometri dalle coste venezuelane.
Giusto per avere un’idea, Trinidad e Tobago, insieme, sono grandi circa un quinto della Sicilia e anche il rapporto tra le rispettive popolazioni si attesta più o meno sullo stesso valore. A livello religioso, poi, Trinidad e Tobago rappresentano un caso particolare nell’intera area. Con una predominanza di cristiani e induisti, come avviane anche in altre isole caraibiche, l’esigua minoranza musulmana ha assunto un ruolo primario nella vita sociale e politica del paese, riuscendo a esprimere un presidente islamico e facendolo diventare il più grande bacino di reclutamento di foreign fighter dell’Isis, con uno dei più elevati tassi al mondo.
A fine Novecento, lo zuccherificio Caroni, con annessa distilleria per la produzione di rum, arrivò a detenere oltre il novanta per cento della produzione di zucchero dell’intero stato, finché nel 2003, su decisione improvvisa del governo, venne chiusa.

L’anno successivo, accompagnando il grande Fredi Marcarini, di recente scomparso, in una serie di riprese fotografiche su rum e Caraibi, vi fece tappa Luca Gargano, genovese, Ruruki come lo ribattezzò un capo villaggio polinesiano, il titolare di Velier, la più grande società italiana indipendente per l’importazione di alcolici.
Un’autorità nel suo campo, scopritore dei Clairin haitiani, il rum dei poveri, distillato artigianale di succo di canna da zucchero, o dei whisky giapponesi, nonché massimo esperto di rum, la sua passione, di cui ha definito la più moderna e completa classificazione, basata sul metodo di distillazione. Nel 2014, l’International Rum Conference lo elesse “Mejor experto del ron” e, nel 2016 a Londra, la giuria del Golden Rum Barrel Awards lo nominò “Best Rum Influencer of the Year”.

Nel 2004, dunque, Luca Gargano sbarca a Trinidad e si reca in visita alla dismessa distilleria, un vecchio capannone con pareti in pannelli di lamiera, in stato di abbandono. Avendo notato, però, che era in corso un artigianale imbottigliamento manuale, chiese se vi fossero ancora, per caso, barili in invecchiamento.
Venne così accompagnato in un capannone vicino tra le erbacce, il magazzino, anch’esso in stato di abbandono. Lì dentro, con grande stupore, trovò centinaia di barili di rum, i più vecchi dei quali risalenti addirittura al 1974.
Spediti alcuni campioni in Italia per essere analizzati e verificatane l’eccezionale qualità, Luca Gargano decise di acquistare l’intero lotto di barili.
L’imbottigliamento delle diverse annate iniziò ad aprile del 2005, utilizzando per le etichette le foto scattate da Fredi Marcarini durante quel viaggio. Nel 2012 fu la volta dell’ultima annata di rum di pura melassa di Trinidad, il 2000, per la quale vennero riprese, a mo’ di tributo, vecchie etichette Caroni degli anni quaranta, con l’indicazione di un invecchiamento di 12 anni.
L’eccezionalità del rum e l’incredibile storia di un prodotto praticamente perduto e casualmente recuperato solo dopo la chiusura e l’abbandono della distilleria, hanno fatto sì che le bottiglie Caroni siano diventate una sorta di cult tra gli appassionati, con prezzi unitari che, in alcuni casi, si aggirano o addirittura superano i 500 euro.

Pare che, esaurite le scorte nei vecchi barili, il marchio Caroni continuerà a vivere con rum prodotto in Inghilterra da melassa importata, cercando comunque di mantenere una qualità simile a quella del distillato originario.
Ma questa sarà un’altra storia!

Dominazioni? Parliamone!

Il Regno d’Inghilterra prima, dal IX secolo d.C. al 1707, il Regno di Gran Bretagna poi, dal 1707 al 1801, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, dal 1801 al 1927, infine il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, dal 1927 in poi, hanno visto il susseguirsi di una moltitudine di dinastie, spesso per legittima successione ereditaria, talvolta come conseguenza di cruenti conflitti:
Anglosassoni Wessex, dall’886 al 1016, anno in cui, a seguito della battaglia di Ashingdon del 18 ottobre, il re danese Canuto I divenne anche sovrano d’Inghilterra;
Danesi, dal 1016 al 1042 allorché, con la morte di Canuto II, i Wessex ripresero possesso del trono;
Anglosassoni Wessex, dal 1042 al 1066, anno della conquista normanna dell’Inghilterra;
Normanni, dal 1066 al 1135;
Blois, dal 1135 al 1154, casata d’origine francese;
Angiò-Plantageneti, dal 1154 al 1216, anch’essi di chiara connotazione francese;
Plantageneti, dal 1216 al 1399, più tipicamente inglesi;
Plantageneti-Lancaster, dal 1399 al 1461;
Plantageneti-York e Plantageneti-Lancaster, che si combatterono nella cosiddetta Guerra delle Due Rose e si alternarono al trono tra il 1461 e il 1485;
Tudor, dal 1485 al 1603, che sconfissero gli York nella battaglia di Bosworth;
Stuart, dal 1603 al 1649, che salirono al trono alla morte di Elisabetta I, con cui si estinse la dinastia Tudor;
Parentesi repubblicana tra il 1649, con la decapitazione di Carlo I, e il 1660, che vide il ritorno degli Stuart;
Stuart, dal 1660 al 1714;
Hannover, dal 1714 al 1901, dinastia tedesca imparentata con gli Stuart;
Sassonia-Coburgo-Gotha, dal 1901 al 1917, casato tedesco che salì al trono col matrimonio tra Vittoria di Hannover e il principe Alberto;
Windsor, dal 1917 ad oggi, nuova denominazione della dinastia Sassonia-Coburgo-Gotha, voluta da re Giorgio V per fronteggiare i sentimenti antitedeschi della popolazione britannica, nel corso della prima guerra mondiale.

Quindi, ancora oggi in Gran Bretagna abbiamo una dinastia d’origine tedesca, i Sassonia-Coburgo-Gotha, fantasiosamente e opportunisticamente ribattezzati Windsor!
Eppure, mai ho sentito dire che l’Inghilterra, o la Gran Bretagna, siano stati oggetti passivi di una storia fatta da stranieri, che vi siano state dominazioni danese, normanna, angioina, tedesca …

Tutt’altra storia quando mi tocca di dover leggere o sentire i soliti stereotipi sulla Sicilia!
Mi piace richiamare le parole del professore Corrado Mirto, della cui personale amicizia sono stato onorato e privilegiato:
«Per la Sicilia si parla infatti soltanto di dominazioni straniere e i Siciliani sono visti costantemente come oggetti passivi della storia siciliana, che sarebbe fatta sempre dagli stranieri. E così si parla per la Sicilia di dominazione normanna (i Normanni all’inizio vennero da fuori, ma poi la dinastia divenne una dinastia nazionale); di dominazione sveva (gli Svevi non occuparono mai la Sicilia: era Federico II, re per legittima successione, che era “di Svevia”); di dominazione aragonese (sorvolando anche sul fatto che per alcuni anni il regno di Sicilia fu in guerra con il Regno d’Aragona). La lettura del quadro genealogico dei re di Sicilia ci riserva inoltre una sorpresa: dall’inizio del Regno di Sicilia, che si ha nel 1130 con Ruggero II, alla fine dell’indipendenza del Regno che si ha con l’ascesa al trono d’Aragona e di Sicilia di Ferdinando I nel 1412, nel succedersi di tante presunte dominazioni straniere, nel Regno vi fu per quasi trecento anni sempre la stessa dinastia, nella quale la successione qualche volta si ebbe per linea femminile, come, per esempio, nel caso di Costanza d’Altavilla. Con questa attività volta a distruggere la storia siciliana è stata ottenuta la cancellazione della memoria storico-culturale dei Siciliani, è stata ottenuta, per usare un termine adoperato da qualche studioso, la deculturalizzazione del popolo siciliano. Grazie a questa attività i Siciliani conoscono la storia di Crema e di Cremona, sanno tutto sul tumulto dei Ciompi, ma non sanno, per esempio, chi sia il loro grande sovrano Federico III.»
(da L’identità siciliana e le presunte dominazioni straniere in Sicilia, in Riflessioni e pensieri indipendentisti … in libertà, pagg. 21-22, Palermo, ottobre 2007)

Differente linea di pensiero … ma in maniera affine si esprimevano, nel 1860, Karl Marx e Friedrich Engels:
«In tutta la storia della razza umana nessuna terra e nessun popolo hanno sofferto in modo altrettanto terribile per la schiavitù, le conquiste e le oppressioni straniere, e nessuno ha lottato in modo tanto indomabile per la propria emancipazione come la Sicilia e i siciliani. … la Sicilia è stata il teatro di invasioni e guerre continue, e di intrepida resistenza. I siciliani sono un miscuglio di quasi tutte le razze del sud e del nord; prima dei sicani aborigeni con fenici, cartaginesi, greci, e schiavi di ogni parte del mondo, importati nell’isola per via di traffici o di guerre; e poi di arabi, normanni, e italiani. I siciliani, durante tutte queste trasformazioni e modificazioni, hanno lottato, e continuano a lottare, per la loro libertà. Più di trenta secoli fa gli aborigeni della Sicilia opposero resistenza come meglio poterono al predominio degli armamenti e all’arte militare degli invasori cartaginesi e greci. … Questi primi siciliani, tuttavia, non persero mai l’occasione di lottare per la libertà … I romani fecero lavorare la terra siciliana da innumerevoli squadre di schiavi, allo scopo di sfamare i proletari poveri della Città Eterna con il grano siciliano. … Le terribili crudeltà dei proconsoli, pretori, prefetti romani sono note a chiunque abbia un certo grado di familiarità con la storia di Roma, o con l’oratoria ciceroniana. In nessun altro luogo, forse, la crudeltà romana arrivò a tali orge. … Ma sia sotto Dionigi di Siracusa che sotto il dominio romano, in Sicilia accaddero le più terribili insurrezioni di schiavi, nelle quali popolazione indigena e schiavi importati facevano spesso causa comune. Durante la dissoluzione dell’impero romano, la Sicilia fu assalita da vari invasori. Poi i mori se ne impadronirono per un certo periodo; ma i siciliani, soprattutto le popolazioni originarie dell’interno, resistettero sempre … Quando le prime luci avevano appena cominciato a diffondersi sulle tenebre medievali, i siciliani avevano già ottenuto con le armi non solo varie libertà municipali, ma anche i rudimenti di un governo costituzionale, quale allora non esisteva in nessun altro luogo. Prima di ogni altra nazione europea, i siciliani stabilirono col voto il reddito dei loro governi e dei loro sovrani. Così il suolo siciliano si è sempre dimostrato letale per gli oppressori e gli invasori, e i Vespri siciliani restarono immortalati nella storia. … Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme. I chiassosi declamatori del parlamento britannico riempiono l’aria di vuote chiacchiere sulla Savoia e i pericoli della Svizzera, ma non hanno neppure una parola da dire sui massacri delle città siciliane. Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. … i siciliani saranno alla fin fine i vincitori, anche sotto un Murat o qualsiasi nuovo dominatore. Ogni cambiamento non sarà che verso il meglio.»
(da Opere complete, Editori Riuniti, vol. XVII, pagg. 375-377)

Mezzogiorno e fake news!

Per dirla con lo slogan che ne accompagna il nome, L’Eurispes è “dal 1982 l’Istituto di Ricerca degli Italiani”.
Se poi volessimo saperne di più, leggendo alla pagina “chi siamo” del suo sito istituzionale scopriremmo che l’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali è un ente privato che fa ricerca dal 1982, ad oggi con centinaia di ricerche. Dal 1986, inoltre, è iscritto all’Anagrafe nazionale degli enti di ricerca del Miur.
Lo presiede il suo stesso fondatore, il professor Gian Maria Fara, già docente presso la Sapienza di Roma, le Università di Salerno e Teramo, la Luiss e la Lumsa di Roma, la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma; dal 1999 al 2004 presidente dell’Istituto di Previdenza per il Settore Marittimo; già membro del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, del Comitato Scientifico dell’Istituto per l’Europa dell’Accademia delle Scienze di Russia e del Comitato Scientifico della Fondazione Italia-USA, nonché vicepresidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare di Coldiretti.
Non sempre sereni i rapporti con l’Istat, l’Istituto Nazionale di Statistica, cui contestò nel 2002, al passaggio da lira a euro, l’incapacità di rilevare correttamente i dati sul territorio, avendo stimato un’inflazione di appena il 2,6% circa, a fronte di un dato reale intorno all’8%.
Già solo per questa sua capacità di affrontare a testa alta chi fa parte della nomenklatura, merita il mio rispetto!

Il 30 gennaio 2020, alla presentazione dei risultati del Rapporto Italia 2020, il capitolo riguardante il Sud Italia emblematicamente si intitolava Il Mezzogiorno al di là delle fake news.
Usando le parole del suo stesso presidente … «Sulla questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud, di volta in volta descritto come la sanguisuga del resto d’Italia, come luogo di concentrazione del malaffare, come ricovero di nullafacenti, come gancio che frena la crescita economica e civile del Paese, come elemento di dissipazione della ricchezza nazionale, attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva. All’interno di questo Rapporto si trova una descrizione della vicenda meridionale ricca di dati e di informazioni prodotti dalle più autorevoli agenzie nazionali ed internazionali che certificano come siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto comunemente creduto».
Potremmo già chiuderla qui!

Ma, entrando nel dettaglio della presentazione del rapporto, scopriamo che:
«… Nel 2016 lo Stato italiano ha speso 15.062 euro pro capite al Centro-Nord e 12.040 euro pro capite al Meridione. … Nel 2017, si rileva un’ulteriore diminuzione della spesa pubblica al Mezzogiorno, che arriva a 11.939 (-0,8%), mentre al Centro-Nord si riscontra un aumento dell’1,6% (da 15.062 a 15.297 euro). Emerge una realtà dei fatti ben diversa rispetto a quanto diffuso nell’immaginario collettivo che vorrebbe un Sud “inondato” di una quantità immane di risorse finanziarie pubbliche, sottratte per contro al Centro-Nord. Dal 2000 al 2007 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale. Se della spesa pubblica totale, si considera la fetta che ogni anno il Sud avrebbe dovuto ricevere in percentuale alla sua popolazione, emerge che, complessivamente, dal 2000 al 2017, la somma corrispondente sottrattagli ammonta a più di 840 miliardi di euro netti (in media, circa 46,7 miliardi di euro l’anno). Il Prodotto interno lordo al Nord Italia dipende molto poco dalle esportazioni all’estero e per grossissima parte invece dalla vendita dei prodotti al Sud, il quale a sua volta nei confronti dello scambio di prodotti con il Nord Italia mostra valori in perdita di diversa gravità. …. A conti fatti, a fronte dei 45 miliardi di euro di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati altri 70,5 pervenuti al Nord compiendo il percorso inverso. … ogni ulteriore impoverimento/indebolimento del Sud si ripercuote sull’economia del Nord, il quale vendendo di meno al Sud, guadagna di meno, fa arretrare la propria produzione, danneggiando e mandando in crisi così la sua stessa economia. …»
(E allora, a maggior ragione, … LA SPESA INTELLIGENTE È SOLO … SICILIANA!)
«… I programmi di sviluppo regionali (e anche quelli nazionali) che si avvalgono del Fondo Sociale Europeo (FSE) e del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) per il ciclo 2014-2020, hanno potuto disporre di una dotazione di ben 35,5 miliardi di euro totali …. Le regioni in ritardo di sviluppo (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) registrano una spesa che è mediamente minore di quella media nazionale (18% contro 23%). Tuttavia, se consideriamo gli impegni di spesa, le stesse Regioni raggiungono in media il 72% dell’intera programmazione, che è un dato più alto del 3% rispetto alla media nazionale. Questi dati smentiscono una performance peggiore di queste Regioni rispetto alle altre. …»

Così, giusto per una chiara e corretta conoscenza dei dati!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)

A Giovanni Basile

La foto che allego l’ho scattata ieri!
Erano anni che cercavo questo materiale, ma non sapevo più dove cercarlo. Il restare forzatamente a casa mi ha dato la possibilità, però, di mettere un minimo di ordine.
Si tratta di un pamphlet e di poesie inedite di cui mi fece omaggio, un giorno, il caro Giovanni Basile, una delle persone più umili, più buone, più sensibili, più signorili e più colte che io abbia mai conosciuto. Con la speranza credo, qualora ve ne fosse la possibilità, di farle conoscere. Tant’è che creammo, allora, una pagina dedicata, Schegge di cultura, in un blog di Pippo Scianò.
Sono sicuro che Giovanni conoscesse il suo destino!

Ma chi era Giovanni Basile?
Matematico eccelso e autodidatta, tra i migliori sistemisti al servizio delle più importanti riviste di settore, ai tempi mitici del Totocalcio d’un tempo, creatore di giochi enigmistici anche per riviste che vantano … innumerevoli tentativi d’imitazione.
A proposito del Totocalcio, Pippo Scianò lo elogiava sempre (come, del resto, nella sua signorilità è solito elogiare tutti, persino me), dicendo a gran voce che era il sistemista numero uno. Ma Giovanni, schivo, timido, ma sincero, ribatteva che no, non era il numero uno, … c’era un collega più bravo di lui!

Giovanni era anche un cultore di Storia della Sicilia e un raffinato poeta in Lingua Siciliana, di un’eleganza e di una sensibilità uniche.
Provato da vicende familiari dolorosissime, da ultimo avevo perso un fratello a cui era legatissimo e col quale gestiva una copisteria. Ritrovatosi solo, non seppe reggere al dolore e non fu capace di portare avanti l’attività.
Pippo Scianò, che molti conoscono solamente come leader carismatico dell’indipendentismo siciliano degli ultimi quaranta, quarantacinque anni, è innanzitutto una persona dal cuore d’oro, un uomo retto che conosce gratitudine e rispetto e che ha una infinita sensibilità. Fu così che Giovanni divenne il suo aiutante, il suo segretario informale, la sua spalla, … non saprei come definirlo.
E fu così che io lo conobbi, una decina d’anni orsono.

Giovanni morì improvvisamente, così come era morto il fratello, in una triste mattinata in cui, some sempre, era insieme a Pippo! Lo appresi proprio dalla voce di quest’ultimo, che mi telefonò piangendo.
Ricordo una sua poesia, che proverò a cercare tra quelle che ho ritrovato e fotografato, che pare predicesse il suo destino.

Mi ero ripromesso, qualora le avessi ritrovate, che le avrei fatte conoscere a quante più persone possibile, così come le sue meno note, ma stupende, prose.
È quello che farò!
Innanzitutto, nel piccolissimo, creando una pagina a lui dedicata su Sikeloi, blog che, nella sua vecchia versione, lui amava visitare pressoché quotidianamente.
Poi, se ne sarò capace, pubblicandole, previa autorizzazione dell’unica sorella, credo, rimasta.
Certo di interpretare la sua volontà, qualsivoglia introito, piccolo o grande che possa essere, sarà poi devoluto in beneficenza!

I minchioni e i cervelloni!

Al tempo del coronavirus o, chiamandolo col suo nome, al tempo del Covid-19, certe situazioni e certe persone tornano a occupare il posto che compete loro.
Medici e infermieri, che vedono riconosciuto il ruolo e il rispetto che meritano.
Multimilionari strapagati per dare calci a un misero pallone, che prima usufruiscono di quei test clinici negati persino a medici in prima linea, e poi fuggono in aereo privato, in barba a tutti i divieti.
Il medico ospedaliero di Torino, che urla la sua rabbia vedendo come a medici e infermieri in prima linea venga per l’appunto negato quel tampone che, invece, non può negarsi al politico di turno.
Politici? I politici erano ben altri, un tempo!
Nel 1984, io poco più che ventenne, ricordo Giorgio Almirante in fila, come ogni comune cittadino, per rendere omaggio al suo principale avversario politico, mai nemico, Enrico Berlinguer, davanti l’ingresso di Botteghe Oscure. E ricordo Giancarlo Pajetta, avvisato da qualche attivista, andargli incontro e accompagnarlo fino al feretro.
Quattro anni dopo, furono Giancarlo Pajetta e Nilde Iotti, la compagna di Palmiro Togliatti, a rendergli omaggio.
Non sono questi, ovviamente, gli unici esempi di rispetto tra persone di diverso orientamento, o gli unici esempi di persone di alto e ben altro livello. I politici d’un tempo, per l’appunto, comunque la si voglia pensare.

Poi, ci sono persone che, neppure in occasioni drammatiche come queste, desistono dal mostrare il loro essere minchioni o cervelloni!

I minchioni, dunque.
Sui social c’è una foto, scattata credo a Palermo, in cui campeggia un lenzuolo sventolante sulla strada, con un messaggio inequivocabile: DOVETE STARE A CASA TESTE DI MINCHIA.
E avrei già detto tutto!
Credo che ognuno di noi possa dire di avere osservato teste di minchia, riprendendo la dicitura del lenzuolo di Palermo, che non riescono a fare a meno della corsetta o della camminata quotidiana, per loro è troppo importante, altrimenti impazziscono! Schiavi del loro ego, che si lamentano dell’assurdità (dal loro punto di vista) di non poter uscire. E che cazzo!
Non hanno compreso, non riescono a comprendere che, per colpa di teste di minchia (riprendo sempre la dicitura del lenzuolo di Palermo) come loro, incapaci di rispettare le regole in un momento così critico, incapaci di dare priorità alla necessità di garantire la salute loro e della collettività, … non hanno compreso, dicevo, che, per colpa di teste di minchia come loro, le regole sono poi necessariamente rese ancora più stringenti per tutti.
Ppo’ tintu, ci va ri mienzu ‘u bbonu, … per il cattivo, ci va di mezzo il buono!
Grandissimi minchioni!

I cervelloni, poi.
Coloro che minimizzano il tutto, … non è niente più che una banale influenza, … l’influenza fa più morti, … muoiono solo i vecchi, quasi che il lasciar morire i vecchi sia lecito, o che la morte di un vecchio sia poco rilevante, o che non sia vero, tra l’altro, che anche tanti giovani cominciano a riempire le terapie intensive, … prepariamoci a una dittatura, … leggete l’articolo di tizio o guardate il video di caio … e altre amenità del genere.
Sostanzialmente, complottisti!
E non sanno, forse non riescono a comprendere o si rifiutano di comprendere, loro grandi cervelloni intellettualoidi, quanto danno ha fatto il complottismo …

I cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion furono un falso storico creato ad arte dalla polizia segreta dello zar, a inizio Novecento, per diffondere odio nei confronti degli ebrei.
Sebbene la loro falsità sia stata acclarata e documentata fin da subito, furono tra i fondamenti dell’antisemitismo che dilagò di lì a pochi decenni e rappresentano, oggi, la base ideologica del fondamentalismo islamico in Medio Oriente.

Subito dopo l’11 settembre del 2001, iniziò a girare in rete (e gira tuttora!) la falsa notizia secondo cui quattromila ebrei, dipendenti di aziende operanti nelle Twin Towers, non andarono quel giorno al lavoro, in quanto allertate in anticipo. Fu così che, secondo questa fonte, non vi furono vittime ebree, quel giorno.
Nella realtà, invece, su poco meno di tremila vittime, almeno quattrocento erano di religione ebraica!
Come nacque, allora, la bufala? Il giorno dopo gli attentati, l’edizione online del Jerusalem Post pubblicò un articolo secondo cui il ministro degli esteri israeliano aveva ricevuto i nominativi di 4000 israeliani presenti nella zona del World Trade Center e in quella del Pentagono al momento degli attacchi. Gli sconosciuti complottisti non fecero altro che utilizzare quel numero, creando ad arte una verità totalmente … falsa!

Il complottismo è davvero una brutta bestia, … ma i cervelloni non lo capiranno mai!