Il mito di Colapisci!

La leggenda di Colapisci, il mito di Colapisci, riportato anche come Cola Pisci o Piscicola e italianizzato in Colapesce o Cola Pesce, è a mio parere uno dei più belli in assoluto.

La storia di questo ragazzino, Nicola o Niccolò, soprannominato Colapisci per la sua abilità in acqua, ha un’origine medioevale se non addirittura più antica e trae probabilmente origine dal culto tardo pagano dei figli di Nettuno, i sommozzatori capaci di trattenere il respiro. Diffusa in tutto il meridione, se ne contano decine di versioni e varianti. Nel suo Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane del 1904, Ed. Carlo Clausen, Giuseppe Pitrè ne raccoglie oltre una cinquantina, tra versioni scritte e altre tramandate oralmente.
La versione più celebre è certamente quella siciliana, a sua volta con svariate varianti, seguita da quella napoletana cui si rifece lo stesso Benedetto Croce.

Nicola, dunque, figlio di un umile pescatore di Capo Peloro a Messina, così tanto innamorato del mare da trascorrervi intere giornate in lunghe immersioni da cui tornava con racconti fantastici e talvolta con tesori, ma da attirarsi anche l’ira e la maledizione materna:
«’Na vota cc’era a Missina ‘na matri, ch’avia un figghiu; stu figghiu si chiamava Cola, e stava sempri jiccatu a mari. La matri ‘un facia àutru chi chiamallu, e iddu cci facia fari li vuledda fràdici; ‘na jurnata la fici sbattiri tantu, ca idda nu nni putennu cchiù, cci jiccò ‘na gastima: “Chi putissi addivintari pisci!” Giustu giustu li celi si truvavanu aperti, e la gastima cci junciu; ed eccu ‘nt’ on mumentu addivintau menzu pisci e menzu cristianu, cu li jidita junciuti e li gargi comu ‘na giurana. Cola ‘n terra nun cci scinniu cchiù, e la matri, pi la pena, si mazzuliò tantu, ca nni muriu.»
(versione orale in G. Pitrè, op.cit., pag. 157)

La sua fama giunse fino alle orecchie di Re Federico I di Sicilia, meglio noto come l’Imperatore Federico II di Svevia, che, dopo averlo messo alla prova, gli disse: «Vogghiu sapiri unn’è fabbricata Missina». (G. Pitrè, op.cit., pag. 158)
Credenza popolare racconta, al riguardo, che la Sicilia poggi su tre colonne: «Cola abbuddò, e, ddoppu un jornu, s’arricugghiu e dissi a lu Re, ca Missina era fabbricata supra un scogghiu, tinuta di tri culonni: una rutta, una scardiata ed una sana, e Cola dissi: “Missina, Missina, Un jornu sarai mischina!”». (G. Pitrè, op.cit., pag. 158)
Obbedendo all’insistenza del Re, Cola si immerse ancora una volta, ma non riemerse più!
È questa solo una delle tante versioni orali riportate dal Pitrè, diverse anche in funzione dell’area geografica di narrazione.

La credenza popolare vuole che Colapisci sia rimasto nelle profondità del mare, sostituendosi alla colonna danneggiata a sorreggere la Sicilia con le sue braccia!
E quando la Sicilia trema, tra Messina e Catania, è solo perché Colapisci si muove per cambiare spalla d’appoggio!

Il cantautore e cantastorie calabrese Otello Profazio ha dedicato a Colapisci una splendida canzone:

La genti lu chiamava Colapisci
pirchì stava ‘nto mari comu ‘npisci
dunni vinia non lu sapia nissunu
fors’ era figghiu di lu Diu Nittunu.
‘Ngnornu a Cola ‘u re fici chiamari
e Cola di lu mari curri e veni.
O Cola lu me regnu a scandagghiari
supra cchi pidamentu si susteni.
Colapisci curri e và.
Vaiu e tornu maestà.
Cussì si jetta a mari Colapisci
e sutta l’unni subitu sparisci
ma dopu ‘npocu, chistà novità
a lu rignanti Colapisci dà.
Maestà li terri vostri
stannu supra a tri pilastri
e lu fattu assai trimennu,
unu già si stà rumpennu.
O destinu miu infelici
chi sventura mi predici.
Chianci ‘u re, com’haiu a fari
sulu tu mi poi sarvari.
Su passati tanti jorna
Colapisci non ritorna
e l’aspettunu a marina
lu rignanti e la rigina.
Poi si senti la sò vuci
di lu mari ‘n superfici.
Maestà! ccà sugnu, ccà
Maestà ccà sugnu ccà.
‘nta lu funnu di lu mari
ca non pozzu cchiù turnari
vui priati la Madonna
ca riggissi stà culonna
ca sinnò si spezzerà
e la Sicilia sparirà.
Su passati tanti anni
Colapisci è sempri ddà
Maestà! Maestà!
Colapisci è sempri ddà

Diversi sono i temi, i significati che possono trarsi dal mito di Colapisci, facendo riferimento all’intero complesso delle versioni scritte e orali.
Interessantissime riflessioni di natura anche antropologica ci sono state lasciate, al riguardo, dalla professoressa Gabriella Mondardini (1941-2014), già ordinario di Antropologia Culturale e Sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Sassari, nel suo saggio del 2009 Riflessioni intorno alla leggenda di Cola Pesce.

Innanzitutto l’amore per il mare e le differenze ludiche tra fanciulli e fanciulle nelle società marinare legate al mondo della pesca:
«La prima scena è quella di un fanciullo che amava starsene sempre in mare.
Personalmente, nelle mie ricerche in comunità marinare ho prestato attenzione con assiduità al comportamento infantile e ho riscontrato che le esperienze dei maschi sono differenti da quelli delle femmine.
Gli spazi del gioco sono separati. Il gioco delle femmine si svolge generalmente a terra, in casa o in strada: ricorrono i giochi con le bambole, la settimana, nascondino, ecc. I maschi, al contrario, sembrano privilegiare il mare e il porto, dove iniziano a familiarizzare con l’acqua imitando gli adulti e giocando con piccole barche. Gli anziani raccontano che da piccoli avevano una forte attrazione per il mare, un desiderio forte di far parte di un equipaggio, tanto che spesso la prima uscita in mare avviene perché il ragazzo si nasconde a bordo, per ricomparire quando la barca è già lontana dalla riva.»

(G. Mondardini, op.cit., pagg. 5-6)

Poi, il richiamo, la “maledizione” materna, come causa scatenante di una profonda trasformazione dell’individuo.

Ancora, il piacere della scoperta, della conoscenza.

L’obbedienza al volere del sovrano, da intendersi come rispetto dell’autorità, dei differenti ruoli di ognuno.

Aggiungerei, inoltre, l’elemento a mio parere più importante: l’amore per la propria terra, l’impegno a difenderla e a proteggerla, a sostenerla come fece, … come tuttora fa Colapisci, a costo del proprio sacrificio.
Sentimenti, questi, che temo manchino a tanti Siciliani di oggi, ma che si ritrovano nella cultura e nella storia delle grandi civiltà:
«Onora, difendi e proteggi la terra dei tuoi padri!»
affermava, un paio di secoli fa, Tecumseh, della tribù degli Shawnee, uomo di alti ideali, il più grande statista nella storia dei nativi d’America!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)

Lo spirito del rum!

Che nella mia famiglia ci fossero dei buoni bevitori, non è storia nuova!
Pare che mio nonno materno, di ritorno dalla campagna, non si sedesse a tavola in mancanza della brocca del vino e almeno due dei suoi tre omonimi nipoti abbiamo preso in parte le sue abitudini, sebbene non in forme così categoriche o estreme.

A distanza di oltre quindici anni, ancora oggi il caro, fraterno amico Giorgio mi rinfaccia, di certo scherzosamente, di avergli svuotato la cantina!
In un lungo semestre legato a tristi vicende familiari, trascorsi quasi tutti i sabati sera a casa sua a Mozzo, vicino Bergamo, lui ragusanissimo, anzi … “mazzariddaru”, trasferitosi da bambino con la famiglia e da anni sposato con la splendida Patrizia.
Concludevamo la serata con qualche dito, in verticale, di grappa!
La ditta per cui lavorava allora aveva uno stabilimento in Ungheria. Accadeva spesso, quindi, che uno degli autisti portasse, al rientro, dell’ottima birra magiara in caratteristiche lattine da mezzo litro e della favolosa grappa alle pere.
A detta di Giorgio, ne facevo fuori una bottiglia al colpo!

Rientrato a Ragusa, conservai per un certo tempo l’insana abitudine di bere smodatamente. Due, tre bottiglie a settimana di incerta grappa, procurata in supermercati a basso costo.
Finché in una calda e umida serata di giugno, tutti insieme in pizzeria in compagnia del mio maestro hanshi Costa, in visita a Ragusa per un’occasionale e intensa seduta di lezione e allenamento, … dapprima un’intera bottiglia di vino, poi della birra insieme agli altri, infine una bottiglia pressoché intera di grappa mi accompagnarono poco dolcemente verso il fondo …
Finì così, miseramente, il mio insalubre connubio con l’acquavite di vinaccia fermentata e con i distillati in genere, con occasionali eccezioni per whisky, bourbon whiskey e relativi cocktail, Boulevardier e Sour in primis.

Poi, casualmente, in uno dei tanti e inconcludenti zapping serali, mi imbattei in quell’episodio di una piacevole serie, la cui prima televisiva era casualmente andata in onda il giorno di un mio compleanno e in cui il protagonista, interpretato da Filippo Timi, era l’appassionato e geloso bevitore di una particolare bottiglia di rum, mai nominata.
Bevanda spiritosa a me sostanzialmente ignota e la cui unica esperienza risaliva all’occasionale assaggio di cocktail quali Mojito, il suo cugino stretto Daiquiri, Cuba libre, l’episodio mi incuriosì e mi invogliò così tanto che decisi di documentarmi e saperne di più.

Iniziarono così dapprima una vorace ricerca in rete, poi gli assaggi al bar, quindi l’acquisto di qualche bottiglia al supermercato e la progressiva ricerca di prodotti un po’ più particolari nelle enoteche.
Mi affascinarono innanzitutto le origini umili, coloniali, l’utilizzo da torcibudella che del fermentato di melasse facevano gli schiavi nelle piantagioni caraibiche di canna da zucchero; la marineria britannica e il grog; l’epoca del proibizionismo, i rum runners e gli speakeasy americani; il rum Caroni e l’incredibile ritrovamento, da parte di Luca Gargano nel 2004, di centinaia di barili contenenti un distillato di qualità eccezionale, all’interno di un vecchio e derelitto stabilimento abbandonato.
Poi la varietà di aromi, di colori, di intensità senza pari; la variegata libertà di crearlo e di intenderlo, il rum stile inglese, il ron spagnolo, il rhum e l’AOC francesi; il riutilizzo umile di materiali altrui, che fossero alambicchi o colonne di distillazione, o botti rigenerate di quercia bianca americana ex bourbon, o di rovere Limousin, o botti ex sherry, ex Armagnac, ex Madeira.

Volli continuare con la degustazione, lo studio e l’approfondimento, da autodidatta e seguendo corsi, fino a conseguire dapprima la qualifica di Rum Taster; poi, in tempi recenti, quella di Advanced Rum Taster, da semplice appassionato e senza alcun fine professionale o che altro, per il mero piacere di saperne di più, di riuscire a degustare meglio e più consapevolmente una bevanda spiritosa e speciale, di apprezzare appieno, in sostanza, il fascino che viene fuori da … “un mondo a sé stante”, come mi piace definirlo!

Il terzo gemello!

In una vecchia barzelletta che, come tutte le barzellette, rende di più ascoltandola che non leggendola, un tale, particolarmente dotato da Madre Natura e, per questo, non meno spocchioso, si rivolge a un’altra persona e gli dice: «Ham’ ‘a ffari ca jù e ttia, ‘nzemi, avjèmu cincu cugghiùna?», «Dobbiamo fare (dobbiamo scommettere) che io e te, insieme, abbiamo cinque coglioni?».
L’altro, imperturbabile, in quanto eccezionalmente ancora più dotato, replica: «Picchì, nn’hai unu sulu?», «Perché, ne hai uno solo?» …!

Nel mezzo del cammin di nostra vita, … in realtà, ad andarmi di lusso, credo di essere ad almeno i due terzi del cammino, ma temo anche oltre …
Ad ogni modo, … ai due terzi circa del cammin di nostra vita … mi imbattei in una specie di bestialità che, lui pensa, mi dovrebbe togliere il sonno!
Annualmente, soprattutto in quanto ex grande fumatore e scottato da pesanti precedenti familiari, mi affido a un bravissimo medico internista di Misterbianco, soprattutto eccezionale ecografista, per una sorta di controllo generale (NOOO …, non dirò mai quell’orrendo termine inglese!) agli organi interni e alle carotidi.
Finora, era andato tutto bene. Ma quest’anno …

Seguendo il suo consiglio, è iniziata la trafila per sottopormi a un interventino in endoscopia, per resecare e valutare. Mi dà giusto un po’ di fastidio l’idea di questo tubicino che penetra dalla punta del pisello e arriva fino alla vescica. Schifìu!
Nel corso degli esami prericovero eseguiti ieri a Catania, la dottoressa che mi ha prelevato il sangue a un certo punto esclama più o meno queste parole: «Miiihhh, ma com’è denso questo sangue! Ma lei, che fa, beve molto?» … Che vergogna!
Come mi suggeriva la cara Tiziana, avrei forse potuto rispondere: «Ma cu, juù?»!
Alla fine, ci siamo messi a parlare di rum …

Tornando all’amico bestia, non è affatto detto che sia qualcosa di brutto. Anzi, personalmente sono certo che, più che di una bestia, si tratti di una bestialità.
Potrebbe essere un papilloma, un polipetto, … che la cara Maria aveva erroneamente letto come “polpette” (!), … ma, a mio parere, vi è un’altra possibilità: un terzo gemello che, a modo suo, vorrebbe supplire all’inconsistenza degli altri due, ma che è stato capace solamente di crescere e di svilupparsi nel posto sbagliato.
Un imbecille, … praticamente … un coglione!

L’incredibile storia della distilleria Caroni

La storia che segue non riguarda affatto le vicende della Sicilia e sarebbe comunemente definita fuori tema, off topic come si preferisce dire oggi.
Ma siccome un piccolo sito amatoriale, personale e assolutamente libero e indipendente può permettersi di pubblicare ciò che vuole, ecco a voi l’incredibile storia della distilleria Caroni!

Lo zuccherificio Caroni nasce oltre cent’anni fa a Trinidad, la più meridionale delle isole caraibiche e la più grande delle due isole che formano la Repubblica di Trinidad e Tobago, a pochi chilometri dalle coste venezuelane.
Giusto per avere un’idea, Trinidad e Tobago, insieme, sono grandi circa un quinto della Sicilia e anche il rapporto tra le rispettive popolazioni si attesta più o meno sullo stesso valore. A livello religioso, poi, Trinidad e Tobago rappresentano un caso particolare nell’intera area. Con una predominanza di cristiani e induisti, come avviane anche in altre isole caraibiche, l’esigua minoranza musulmana ha assunto un ruolo primario nella vita sociale e politica del paese, riuscendo a esprimere un presidente islamico e facendolo diventare il più grande bacino di reclutamento di foreign fighter dell’Isis, con uno dei più elevati tassi al mondo.
A fine Novecento, lo zuccherificio Caroni, con annessa distilleria per la produzione di rum, arrivò a detenere oltre il novanta per cento della produzione di zucchero dell’intero stato, finché nel 2003, su decisione improvvisa del governo, venne chiusa.

L’anno successivo, accompagnando il grande Fredi Marcarini, di recente scomparso, in una serie di riprese fotografiche su rum e Caraibi, vi fece tappa Luca Gargano, genovese, Ruruki come lo ribattezzò un capo villaggio polinesiano, il titolare di Velier, la più grande società italiana indipendente per l’importazione di alcolici.
Un’autorità nel suo campo, scopritore dei Clairin haitiani, il rum dei poveri, distillato artigianale di succo di canna da zucchero, o dei whisky giapponesi, nonché massimo esperto di rum, la sua passione, di cui ha definito la più moderna e completa classificazione, basata sul metodo di distillazione. Nel 2014, l’International Rum Conference lo elesse “Mejor experto del ron” e, nel 2016 a Londra, la giuria del Golden Rum Barrel Awards lo nominò “Best Rum Influencer of the Year”.

Nel 2004, dunque, Luca Gargano sbarca a Trinidad e si reca in visita alla dismessa distilleria, un vecchio capannone con pareti in pannelli di lamiera, in stato di abbandono. Avendo notato, però, che era in corso un artigianale imbottigliamento manuale, chiese se vi fossero ancora, per caso, barili in invecchiamento.
Venne così accompagnato in un capannone vicino tra le erbacce, il magazzino, anch’esso in stato di abbandono. Lì dentro, con grande stupore, trovò centinaia di barili di rum, i più vecchi dei quali risalenti addirittura al 1974.
Spediti alcuni campioni in Italia per essere analizzati e verificatane l’eccezionale qualità, Luca Gargano decise di acquistare l’intero lotto di barili.
L’imbottigliamento delle diverse annate iniziò ad aprile del 2005, utilizzando per le etichette le foto scattate da Fredi Marcarini durante quel viaggio. Nel 2012 fu la volta dell’ultima annata di rum di pura melassa di Trinidad, il 2000, per la quale vennero riprese, a mo’ di tributo, vecchie etichette Caroni degli anni quaranta, con l’indicazione di un invecchiamento di 12 anni.
L’eccezionalità del rum e l’incredibile storia di un prodotto praticamente perduto e casualmente recuperato solo dopo la chiusura e l’abbandono della distilleria, hanno fatto sì che le bottiglie Caroni siano diventate una sorta di cult tra gli appassionati, con prezzi unitari che, in alcuni casi, si aggirano o addirittura superano i 500 euro.

Pare che, esaurite le scorte nei vecchi barili, il marchio Caroni continuerà a vivere con rum prodotto in Inghilterra da melassa importata, cercando comunque di mantenere una qualità simile a quella del distillato originario.
Ma questa sarà un’altra storia!

Dominazioni? Parliamone!

Il Regno d’Inghilterra prima, dal IX secolo d.C. al 1707, il Regno di Gran Bretagna poi, dal 1707 al 1801, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, dal 1801 al 1927, infine il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, dal 1927 in poi, hanno visto il susseguirsi di una moltitudine di dinastie, spesso per legittima successione ereditaria, talvolta come conseguenza di cruenti conflitti:
Anglosassoni Wessex, dall’886 al 1016, anno in cui, a seguito della battaglia di Ashingdon del 18 ottobre, il re danese Canuto I divenne anche sovrano d’Inghilterra;
Danesi, dal 1016 al 1042 allorché, con la morte di Canuto II, i Wessex ripresero possesso del trono;
Anglosassoni Wessex, dal 1042 al 1066, anno della conquista normanna dell’Inghilterra;
Normanni, dal 1066 al 1135;
Blois, dal 1135 al 1154, casata d’origine francese;
Angiò-Plantageneti, dal 1154 al 1216, anch’essi di chiara connotazione francese;
Plantageneti, dal 1216 al 1399, più tipicamente inglesi;
Plantageneti-Lancaster, dal 1399 al 1461;
Plantageneti-York e Plantageneti-Lancaster, che si combatterono nella cosiddetta Guerra delle Due Rose e si alternarono al trono tra il 1461 e il 1485;
Tudor, dal 1485 al 1603, che sconfissero gli York nella battaglia di Bosworth;
Stuart, dal 1603 al 1649, che salirono al trono alla morte di Elisabetta I, con cui si estinse la dinastia Tudor;
Parentesi repubblicana tra il 1649, con la decapitazione di Carlo I, e il 1660, che vide il ritorno degli Stuart;
Stuart, dal 1660 al 1714;
Hannover, dal 1714 al 1901, dinastia tedesca imparentata con gli Stuart;
Sassonia-Coburgo-Gotha, dal 1901 al 1917, casato tedesco che salì al trono col matrimonio tra Vittoria di Hannover e il principe Alberto;
Windsor, dal 1917 ad oggi, nuova denominazione della dinastia Sassonia-Coburgo-Gotha, voluta da re Giorgio V per fronteggiare i sentimenti antitedeschi della popolazione britannica, nel corso della prima guerra mondiale.

Quindi, ancora oggi in Gran Bretagna abbiamo una dinastia d’origine tedesca, i Sassonia-Coburgo-Gotha, fantasiosamente e opportunisticamente ribattezzati Windsor!
Eppure, mai ho sentito dire che l’Inghilterra, o la Gran Bretagna, siano stati oggetti passivi di una storia fatta da stranieri, che vi siano state dominazioni danese, normanna, angioina, tedesca …

Tutt’altra storia quando mi tocca di dover leggere o sentire i soliti stereotipi sulla Sicilia!
Mi piace richiamare le parole del professore Corrado Mirto, della cui personale amicizia sono stato onorato e privilegiato:
«Per la Sicilia si parla infatti soltanto di dominazioni straniere e i Siciliani sono visti costantemente come oggetti passivi della storia siciliana, che sarebbe fatta sempre dagli stranieri. E così si parla per la Sicilia di dominazione normanna (i Normanni all’inizio vennero da fuori, ma poi la dinastia divenne una dinastia nazionale); di dominazione sveva (gli Svevi non occuparono mai la Sicilia: era Federico II, re per legittima successione, che era “di Svevia”); di dominazione aragonese (sorvolando anche sul fatto che per alcuni anni il regno di Sicilia fu in guerra con il Regno d’Aragona). La lettura del quadro genealogico dei re di Sicilia ci riserva inoltre una sorpresa: dall’inizio del Regno di Sicilia, che si ha nel 1130 con Ruggero II, alla fine dell’indipendenza del Regno che si ha con l’ascesa al trono d’Aragona e di Sicilia di Ferdinando I nel 1412, nel succedersi di tante presunte dominazioni straniere, nel Regno vi fu per quasi trecento anni sempre la stessa dinastia, nella quale la successione qualche volta si ebbe per linea femminile, come, per esempio, nel caso di Costanza d’Altavilla. Con questa attività volta a distruggere la storia siciliana è stata ottenuta la cancellazione della memoria storico-culturale dei Siciliani, è stata ottenuta, per usare un termine adoperato da qualche studioso, la deculturalizzazione del popolo siciliano. Grazie a questa attività i Siciliani conoscono la storia di Crema e di Cremona, sanno tutto sul tumulto dei Ciompi, ma non sanno, per esempio, chi sia il loro grande sovrano Federico III.»
(da L’identità siciliana e le presunte dominazioni straniere in Sicilia, in Riflessioni e pensieri indipendentisti … in libertà, pagg. 21-22, Palermo, ottobre 2007)

Differente linea di pensiero … ma in maniera affine si esprimevano, nel 1860, Karl Marx e Friedrich Engels:
«In tutta la storia della razza umana nessuna terra e nessun popolo hanno sofferto in modo altrettanto terribile per la schiavitù, le conquiste e le oppressioni straniere, e nessuno ha lottato in modo tanto indomabile per la propria emancipazione come la Sicilia e i siciliani. … la Sicilia è stata il teatro di invasioni e guerre continue, e di intrepida resistenza. I siciliani sono un miscuglio di quasi tutte le razze del sud e del nord; prima dei sicani aborigeni con fenici, cartaginesi, greci, e schiavi di ogni parte del mondo, importati nell’isola per via di traffici o di guerre; e poi di arabi, normanni, e italiani. I siciliani, durante tutte queste trasformazioni e modificazioni, hanno lottato, e continuano a lottare, per la loro libertà. Più di trenta secoli fa gli aborigeni della Sicilia opposero resistenza come meglio poterono al predominio degli armamenti e all’arte militare degli invasori cartaginesi e greci. … Questi primi siciliani, tuttavia, non persero mai l’occasione di lottare per la libertà … I romani fecero lavorare la terra siciliana da innumerevoli squadre di schiavi, allo scopo di sfamare i proletari poveri della Città Eterna con il grano siciliano. … Le terribili crudeltà dei proconsoli, pretori, prefetti romani sono note a chiunque abbia un certo grado di familiarità con la storia di Roma, o con l’oratoria ciceroniana. In nessun altro luogo, forse, la crudeltà romana arrivò a tali orge. … Ma sia sotto Dionigi di Siracusa che sotto il dominio romano, in Sicilia accaddero le più terribili insurrezioni di schiavi, nelle quali popolazione indigena e schiavi importati facevano spesso causa comune. Durante la dissoluzione dell’impero romano, la Sicilia fu assalita da vari invasori. Poi i mori se ne impadronirono per un certo periodo; ma i siciliani, soprattutto le popolazioni originarie dell’interno, resistettero sempre … Quando le prime luci avevano appena cominciato a diffondersi sulle tenebre medievali, i siciliani avevano già ottenuto con le armi non solo varie libertà municipali, ma anche i rudimenti di un governo costituzionale, quale allora non esisteva in nessun altro luogo. Prima di ogni altra nazione europea, i siciliani stabilirono col voto il reddito dei loro governi e dei loro sovrani. Così il suolo siciliano si è sempre dimostrato letale per gli oppressori e gli invasori, e i Vespri siciliani restarono immortalati nella storia. … Ora la Sicilia è di nuovo insanguinata, e l’Inghilterra è la distaccata spettatrice di queste nuove orge dell’infame Borbone, e dei suoi non meno infami favoriti, laici o clericali, gesuiti o uomini d’arme. I chiassosi declamatori del parlamento britannico riempiono l’aria di vuote chiacchiere sulla Savoia e i pericoli della Svizzera, ma non hanno neppure una parola da dire sui massacri delle città siciliane. Non un grido di indignazione si leva in tutta Europa. … i siciliani saranno alla fin fine i vincitori, anche sotto un Murat o qualsiasi nuovo dominatore. Ogni cambiamento non sarà che verso il meglio.»
(da Opere complete, Editori Riuniti, vol. XVII, pagg. 375-377)