Il Dente di Modica!

Modica Alta e Modica Bassa sono i due quartieri storicamente più importanti della città.
La prima, a nord, è la parte più popolare e caratteristica che si sviluppa tra Santa Maria del Gesù, la Chiesa di San Giovanni Evangelista, fino all’antico Castello dei Conti, suo nucleo originario, con viuzze e vicoli che si inerpicano lungo la collina. La seconda, invece, è la parte a valle, sviluppatasi attorno al Corso Umberto I, ‘u Cursu, realizzato a copertura della Fiumara, che è invece scoperta e visibile più a valle, verso sud, oltre il Viale Medaglie d’Oro.
Due città nella stessa città!
Il mio amico ed ex collega dei tempi della provincia, Angelo, persona buona e a me tra le più care e a cui mi sento molto legato, malgrado una frequentazione ahimè oramai saltuaria, … il mio amico Angelo, dicevo, se magari gli chiedevo, a lui orgogliosamente della parte Alta, di farmi una cortesia, di procurarmi qualcosa o che altro nella sua città, non era infrequente che mi rispondesse: “sì, ma dduocu è Muorica Bassa”, “sì, ma lì è Modica Bassa”. E allora ci scappava, inevitabile, la battuta: “e cchi ffa, nun ti fanu trasiri? Nun ci ll’hai ‘u passapuortu?”, “e che fa, non ti fanno entrare? Non ce l’hai il passaporto?”!

Il nuovo quartiere residenziale e polo commerciale, sviluppatosi a partire dagli anni sessanta all’estremità meridionale della città, è Modica Sorda, ‘a Surda, in origine semplice zona di passaggio dove si era soliti fermarsi nella locanda di una vecchietta sorda, da cui il nome!

Il quartiere forse più caratteristico, nonché tra i più popolosi e, negli ultimi anni, anche un po’ trascurato, è però il Dente, che dal Corso, esattamente dall’arco che individua la Salita de’ Barbieri, di fronte alla Chiesa di San Pietro, si sviluppa lungo il versante occidentale della Fiumara, oggi tra il Belvedere, la Chiesa di Santa Maria dell’Itria o Odigitria, patrona della Sicilia, il Monastero di San Benedetto e oltre. Un tempo, la cosiddetta Costa di li judei.
Ha preso il posto, infatti, dell’antico Cartidduni, il Cartellone, che doveva verosimilmente il suo nome a un cartellone che, a fine Medioevo, indicava l’inizio dell’antico quartiere ebraico.

In effetti, la comunità ebraica di Modica, con una consistenza stimata in quasi duemila persone, era tra le più importanti in Sicilia in rapporto alla popolazione e di essa si hanno notizie certe già intorno al 1060, in epoca araba.
In Sicilia, gli ebrei, le cui comunità erano chiamate aliama o giudecca, non erano costretti a vivere in ghetti. Ma dal XV secolo, con la repressione inquisitoriale, furono fatti oggetto di atti anche violenti di intolleranza religiosa.
Il giorno di Ferragosto del 1474, a Modica, si diede corso a uno dei più cruenti eccidi, con l’intero quartiere saccheggiato e oltre 350 morti, sebbene alcune fonti parlino addirittura di quasi 500 vittime. Eccidio che rischiò di ripetersi tre anni dopo, nel 1477.
Con l’emanazione dell’editto dell’Alhambra, o di Granada, il 31 marzo 1492, da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, tutte le comunità ebraiche vennero espulse dall’isola:
«… después de muchísima deliberación se acordó en dictar que todos los Judíos y Judías deben abandonar nuestros reinados y que no sea permitido nunca regresar. Nosotros ordenamos además en este edicto que los Judíos y Judías cualquiera edad que residan en nuestros dominios o territorios que partan con sus hijos e hijas, sirvientes y familiares pequeños o grandes de todas las edades al fin de Julio de este año y que no se atrevan a regresar a nuestras tierras y que no tomen un paso adelante a traspasar de la manera que si algún Judío que no acepte este edicto si acaso es encontrado en estos dominios o regresa será culpado a muerte y confiscación de sus bienes. Y hemos ordenado que ninguna persona en nuestro reinado … escondan o guarden o defiendan a un Judío o Judía ya sea públicamente o secretamente desde fines de Julio y meses subsiguientes en sus hogares o en otro sitio en nuestra región con riesgos de perder como castigo todos sus feudos y fortificaciones, privilegios y bienes hereditarios …»
(«… dopo molte discussioni si è deciso di dettare che tutti gli ebrei e gli ebrei devono lasciare i nostri regni e che non siano mai autorizzati a tornare. Ordiniamo inoltre in questo editto che gli ebrei di qualsiasi età che risiedono nei nostri domini o territori partano con i loro figli e figlie, domestici e familiari piccoli o grandi di tutte le età alla fine di luglio di quest’anno e che non osino tornare nelle nostre terre e che non facciano un passo avanti per sconfinare in modo che se qualche ebreo che non accetta questo editto viene trovato in questi domini o vi ritorna, sarà condannato a morte e alla confisca dei suoi beni. E abbiamo ordinato che nessuna persona nel nostro regno … nasconda, protegga o difenda un ebreo o un’ebrea pubblicamente o segretamente dalla fine di luglio e mesi successivi … col rischio di perdere come punizione loro feudi e fortificazioni, privilegi e beni ereditari …»)

Solo parte di esse trovò temporanea protezione nell’Italia meridionale, sotto Ferdinando I di Napoli.

Ma da dove viene il nome Dente, con cui è conosciuto il quartiere?
In verità, proprio la sussistenza del quartiere ebraico dettò originariamente il nome di quartiere d’Oriente. Oriente che, in Lingua Siciliana (mai dialetto, come alcuni insistono a dire, ma vera e propria Lingua) diventa Urienti.
Ora, si sa, nelle notizie, nei termini, nei nomi tramandati oralmente, in qualsiasi lingua, … una storpiatura tira l’altra …!
Non può fare eccezione, ovviamente, il Siciliano!

Lingua, anzi, che innanzitutto presenta una molteplicità di termini provenienti da altre lingue, in qualche modo assimilate:
dall’arabo: balàta, pietra, da balat; burnìa, giara, da burniya; cafìsu, misura per acqua e olio, da qafiz; dammùsu, caverna, da dammus; favàra, sorgente d’acqua, da fawwara; gèbbia, vasca cisterna, da jabh; giuggiulèna o ghiugghiulèna, seme di sesamo, da giulgiulan; maìdda, recipiente per impastare, da màida; tannùra, forno, da tannur; uàllera o vàddara, ernia, da adara; …
dal greco: bùmmulu, piccola brocca, da bombùlion; càntaru o càntru, vaso da notte, da kantaros; carùsu, ragazzo, da koùros; lìppu, muschio, da lipos; nàca, culla, da naka; timpàgnu, coperchio, da tumpánion; …
dal francese: accattàri, comprare, da acheter; addrumàri o addumàri, accendere, da allumer; armuàru, armadio, da armoire; àutru, altro, da autre; buàtta, lattina, da bouatte; cafè, caffè, da cafè; darrièri o rarrièri, dietro o didietro, da derrière; fumèri, concime, da fumier; giugnèttu, luglio, da juillet; mamà, mamma, da maman; tabarè, vassoio, da tabarin; trùscia, fagotto, da trousse; vuccirìa, macelleria, da boucherie; …
dallo spagnolo: abbuccàri, cadere, da abocar; accabbàri o accapàri, concludere, da acabar; accupàri, soffocare, da acubar; addunàrisi, accorgersi, da adonar-se; affruntàrisi, vergognarsi, da afrontar-se; anciòva, acciuga, da anxova; capuliàri, tritare, da capolar; cucchiàra o cucciàra, cucchiaio, da cuchara; curtìgghiu, cortile, da cortijo; làstima, lamento, da làstima; mànta, coperta, da manta; muccatùri, fazzoletto, da mocador; ‘nzittàri o ‘nzirtàri, indovinare, da encertar; pignàta, pentola, da pinàda; priàrisi, rallegrarsi, da prear-se; scupètta, lupara, da escopeta; zìta, fidanzata, da cita; …

Lingua, poi, caratterizzata da una varietà di dialetti, ciascuna con le sue sfumature, in cui non è improbabile trovare accezioni differenti, stessi termini con significati diversi, se non addirittura opposti: emblematico è il caso del verbo abbissàri, aggiustare, riparare, che nel ragusano assume il significato esattamente contrario di guastare, rompere!

Ancora, si aggiunga che, se è vero, come ci ricorda il professore Mirto, che «nel secolo XIV e XV invece la Real Cancelleria emanava in lingua siciliana documenti firmati dal sovrano», è altrettanto vero che successivamente (e soprattutto negli ultimi 160 anni) si è fatto di tutto per convincere i Siciliani «del fatto che non hanno una loro cultura, che la loro lingua è un rozzo dialetto». È stato così inevitabile che si facesse di tutto, da parte di tanti siciliani innanzitutto, per cancellare, per rimuovere ogni forma scritta, oltre che orale, che facesse riferimento alla Lingua Siciliana. Hanno rappresentato mirabili eccezioni alcuni volumi (dizionari, grammatiche, …) redatti da studiosi o semplici appassionati visionari, che hanno avuto il grande merito di tenere accesa quella fiammella che oggi, grazie anche e soprattutto alla rete, si è rinvigorita con una lodevole molteplicità di siti e di iniziative di recupero storico e linguistico.

Fu così, quindi, che anche la denominazione di quartiere d’Oriente venne tramandata, di generazione in generazione, in forma principalmente orale, diventando dapprima d’Urienti (la letterale traduzione in Lingua Siciliana), per poi progressivamente storpiarsi in du Rienti, … du Renti, … ‘u Renti, ossia l’italiano il Dente!

Il mito di Colapisci!

La leggenda di Colapisci, il mito di Colapisci, riportato anche come Cola Pisci o Piscicola e italianizzato in Colapesce o Cola Pesce, è a mio parere uno dei più belli in assoluto.

La storia di questo ragazzino, Nicola o Niccolò, soprannominato Colapisci per la sua abilità in acqua, ha un’origine medioevale se non addirittura più antica e trae probabilmente origine dal culto tardo pagano dei figli di Nettuno, i sommozzatori capaci di trattenere il respiro. Diffusa in tutto il meridione, se ne contano decine di versioni e varianti. Nel suo Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane del 1904, Ed. Carlo Clausen, Giuseppe Pitrè ne raccoglie oltre una cinquantina, tra versioni scritte e altre tramandate oralmente.
La versione più celebre è certamente quella siciliana, a sua volta con svariate varianti, seguita da quella napoletana cui si rifece lo stesso Benedetto Croce.

Nicola, dunque, figlio di un umile pescatore di Capo Peloro a Messina, così tanto innamorato del mare da trascorrervi intere giornate in lunghe immersioni da cui tornava con racconti fantastici e talvolta con tesori, ma da attirarsi anche l’ira e la maledizione materna:
«’Na vota cc’era a Missina ‘na matri, ch’avia un figghiu; stu figghiu si chiamava Cola, e stava sempri jiccatu a mari. La matri ‘un facia àutru chi chiamallu, e iddu cci facia fari li vuledda fràdici; ‘na jurnata la fici sbattiri tantu, ca idda nu nni putennu cchiù, cci jiccò ‘na gastima: “Chi putissi addivintari pisci!” Giustu giustu li celi si truvavanu aperti, e la gastima cci junciu; ed eccu ‘nt’ on mumentu addivintau menzu pisci e menzu cristianu, cu li jidita junciuti e li gargi comu ‘na giurana. Cola ‘n terra nun cci scinniu cchiù, e la matri, pi la pena, si mazzuliò tantu, ca nni muriu.»
(versione orale in G. Pitrè, op.cit., pag. 157)

La sua fama giunse fino alle orecchie di Re Federico I di Sicilia, meglio noto come l’Imperatore Federico II di Svevia, che, dopo averlo messo alla prova, gli disse: «Vogghiu sapiri unn’è fabbricata Missina». (G. Pitrè, op.cit., pag. 158)
Credenza popolare racconta, al riguardo, che la Sicilia poggi su tre colonne: «Cola abbuddò, e, ddoppu un jornu, s’arricugghiu e dissi a lu Re, ca Missina era fabbricata supra un scogghiu, tinuta di tri culonni: una rutta, una scardiata ed una sana, e Cola dissi: “Missina, Missina, Un jornu sarai mischina!”». (G. Pitrè, op.cit., pag. 158)
Obbedendo all’insistenza del Re, Cola si immerse ancora una volta, ma non riemerse più!
È questa solo una delle tante versioni orali riportate dal Pitrè, diverse anche in funzione dell’area geografica di narrazione.

La credenza popolare vuole che Colapisci sia rimasto nelle profondità del mare, sostituendosi alla colonna danneggiata a sorreggere la Sicilia con le sue braccia!
E quando la Sicilia trema, tra Messina e Catania, è solo perché Colapisci si muove per cambiare spalla d’appoggio!

Il cantautore e cantastorie calabrese Otello Profazio ha dedicato a Colapisci una splendida canzone:

La genti lu chiamava Colapisci
pirchì stava ‘nto mari comu ‘npisci
dunni vinia non lu sapia nissunu
fors’ era figghiu di lu Diu Nittunu.
‘Ngnornu a Cola ‘u re fici chiamari
e Cola di lu mari curri e veni.
O Cola lu me regnu a scandagghiari
supra cchi pidamentu si susteni.
Colapisci curri e và.
Vaiu e tornu maestà.
Cussì si jetta a mari Colapisci
e sutta l’unni subitu sparisci
ma dopu ‘npocu, chistà novità
a lu rignanti Colapisci dà.
Maestà li terri vostri
stannu supra a tri pilastri
e lu fattu assai trimennu,
unu già si stà rumpennu.
O destinu miu infelici
chi sventura mi predici.
Chianci ‘u re, com’haiu a fari
sulu tu mi poi sarvari.
Su passati tanti jorna
Colapisci non ritorna
e l’aspettunu a marina
lu rignanti e la rigina.
Poi si senti la sò vuci
di lu mari ‘n superfici.
Maestà! ccà sugnu, ccà
Maestà ccà sugnu ccà.
‘nta lu funnu di lu mari
ca non pozzu cchiù turnari
vui priati la Madonna
ca riggissi stà culonna
ca sinnò si spezzerà
e la Sicilia sparirà.
Su passati tanti anni
Colapisci è sempri ddà
Maestà! Maestà!
Colapisci è sempri ddà

Diversi sono i temi, i significati che possono trarsi dal mito di Colapisci, facendo riferimento all’intero complesso delle versioni scritte e orali.
Interessantissime riflessioni di natura anche antropologica ci sono state lasciate, al riguardo, dalla professoressa Gabriella Mondardini (1941-2014), già ordinario di Antropologia Culturale e Sociale della Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Sassari, nel suo saggio del 2009 Riflessioni intorno alla leggenda di Cola Pesce.

Innanzitutto l’amore per il mare e le differenze ludiche tra fanciulli e fanciulle nelle società marinare legate al mondo della pesca:
«La prima scena è quella di un fanciullo che amava starsene sempre in mare.
Personalmente, nelle mie ricerche in comunità marinare ho prestato attenzione con assiduità al comportamento infantile e ho riscontrato che le esperienze dei maschi sono differenti da quelli delle femmine.
Gli spazi del gioco sono separati. Il gioco delle femmine si svolge generalmente a terra, in casa o in strada: ricorrono i giochi con le bambole, la settimana, nascondino, ecc. I maschi, al contrario, sembrano privilegiare il mare e il porto, dove iniziano a familiarizzare con l’acqua imitando gli adulti e giocando con piccole barche. Gli anziani raccontano che da piccoli avevano una forte attrazione per il mare, un desiderio forte di far parte di un equipaggio, tanto che spesso la prima uscita in mare avviene perché il ragazzo si nasconde a bordo, per ricomparire quando la barca è già lontana dalla riva.»

(G. Mondardini, op.cit., pagg. 5-6)

Poi, il richiamo, la “maledizione” materna, come causa scatenante di una profonda trasformazione dell’individuo.

Ancora, il piacere della scoperta, della conoscenza.

L’obbedienza al volere del sovrano, da intendersi come rispetto dell’autorità, dei differenti ruoli di ognuno.

Aggiungerei, inoltre, l’elemento a mio parere più importante: l’amore per la propria terra, l’impegno a difenderla e a proteggerla, a sostenerla come fece, … come tuttora fa Colapisci, a costo del proprio sacrificio.
Sentimenti, questi, che temo manchino a tanti Siciliani di oggi, ma che si ritrovano nella cultura e nella storia delle grandi civiltà:
«Onora, difendi e proteggi la terra dei tuoi padri!»
affermava, un paio di secoli fa, Tecumseh, della tribù degli Shawnee, uomo di alti ideali, il più grande statista nella storia dei nativi d’America!

A N T U D U !
(alla siciliana, come mi hanno insegnato Pippo Scianò e Corrado Mirto, con la U finale al posto della O, espressione formalmente inesatta ma più vera e vicina al modo di esprimersi di un popolo fiero nei secoli, ma forse un po’ digiuno di Latino!)

Lo spirito del rum!

Che nella mia famiglia ci fossero dei buoni bevitori, non è storia nuova!
Pare che mio nonno materno, di ritorno dalla campagna, non si sedesse a tavola in mancanza della brocca del vino e almeno due dei suoi tre omonimi nipoti abbiamo preso in parte le sue abitudini, sebbene non in forme così categoriche o estreme.

A distanza di oltre quindici anni, ancora oggi il caro, fraterno amico Giorgio mi rinfaccia, di certo scherzosamente, di avergli svuotato la cantina!
In un lungo semestre legato a tristi vicende familiari, trascorsi quasi tutti i sabati sera a casa sua a Mozzo, vicino Bergamo, lui ragusanissimo, anzi … “mazzariddaru”, trasferitosi da bambino con la famiglia e da anni sposato con la splendida Patrizia.
Concludevamo la serata con qualche dito, in verticale, di grappa!
La ditta per cui lavorava allora aveva uno stabilimento in Ungheria. Accadeva spesso, quindi, che uno degli autisti portasse, al rientro, dell’ottima birra magiara in caratteristiche lattine da mezzo litro e della favolosa grappa alle pere.
A detta di Giorgio, ne facevo fuori una bottiglia al colpo!

Rientrato a Ragusa, conservai per un certo tempo l’insana abitudine di bere smodatamente. Due, tre bottiglie a settimana di incerta grappa, procurata in supermercati a basso costo.
Finché in una calda e umida serata di giugno, tutti insieme in pizzeria in compagnia del mio maestro hanshi Costa, in visita a Ragusa per un’occasionale e intensa seduta di lezione e allenamento, … dapprima un’intera bottiglia di vino, poi della birra insieme agli altri, infine una bottiglia pressoché intera di grappa mi accompagnarono poco dolcemente verso il fondo …
Finì così, miseramente, il mio insalubre connubio con l’acquavite di vinaccia fermentata e con i distillati in genere, con occasionali eccezioni per whisky, bourbon whiskey e relativi cocktail, Boulevardier e Sour in primis.

Poi, casualmente, in uno dei tanti e inconcludenti zapping serali, mi imbattei in quell’episodio di una piacevole serie, la cui prima televisiva era casualmente andata in onda il giorno di un mio compleanno e in cui il protagonista, interpretato da Filippo Timi, era l’appassionato e geloso bevitore di una particolare bottiglia di rum, mai nominata.
Bevanda spiritosa a me sostanzialmente ignota e la cui unica esperienza risaliva all’occasionale assaggio di cocktail quali Mojito, il suo cugino stretto Daiquiri, Cuba libre, l’episodio mi incuriosì e mi invogliò così tanto che decisi di documentarmi e saperne di più.

Iniziarono così dapprima una vorace ricerca in rete, poi gli assaggi al bar, quindi l’acquisto di qualche bottiglia al supermercato e la progressiva ricerca di prodotti un po’ più particolari nelle enoteche.
Mi affascinarono innanzitutto le origini umili, coloniali, l’utilizzo da torcibudella che del fermentato di melasse facevano gli schiavi nelle piantagioni caraibiche di canna da zucchero; la marineria britannica e il grog; l’epoca del proibizionismo, i rum runners e gli speakeasy americani; il rum Caroni e l’incredibile ritrovamento, da parte di Luca Gargano nel 2004, di centinaia di barili contenenti un distillato di qualità eccezionale, all’interno di un vecchio e derelitto stabilimento abbandonato.
Poi la varietà di aromi, di colori, di intensità senza pari; la variegata libertà di crearlo e di intenderlo, il rum stile inglese, il ron spagnolo, il rhum e l’AOC francesi; il riutilizzo umile di materiali altrui, che fossero alambicchi o colonne di distillazione, o botti rigenerate di quercia bianca americana ex bourbon, o di rovere Limousin, o botti ex sherry, ex Armagnac, ex Madeira.

Volli continuare con la degustazione, lo studio e l’approfondimento, da autodidatta e seguendo corsi, fino a conseguire dapprima la qualifica di Rum Taster; poi, in tempi recenti, quella di Advanced Rum Taster, da semplice appassionato e senza alcun fine professionale o che altro, per il mero piacere di saperne di più, di riuscire a degustare meglio e più consapevolmente una bevanda spiritosa e speciale, di apprezzare appieno, in sostanza, il fascino che viene fuori da … “un mondo a sé stante”, come mi piace definirlo!

Il terzo gemello!

In una vecchia barzelletta che, come tutte le barzellette, rende di più ascoltandola che non leggendola, un tale, particolarmente dotato da Madre Natura e, per questo, non meno spocchioso, si rivolge a un’altra persona e gli dice: «Ham’ ‘a ffari ca jù e ttia, ‘nzemi, avjèmu cincu cugghiùna?», «Dobbiamo fare (dobbiamo scommettere) che io e te, insieme, abbiamo cinque coglioni?».
L’altro, imperturbabile, in quanto eccezionalmente ancora più dotato, replica: «Picchì, nn’hai unu sulu?», «Perché, ne hai uno solo?» …!

Nel mezzo del cammin di nostra vita, … in realtà, ad andarmi di lusso, credo di essere ad almeno i due terzi del cammino, ma temo anche oltre …
Ad ogni modo, … ai due terzi circa del cammin di nostra vita … mi imbattei in una specie di bestialità che, lui pensa, mi dovrebbe togliere il sonno!
Annualmente, soprattutto in quanto ex grande fumatore e scottato da pesanti precedenti familiari, mi affido a un bravissimo medico internista di Misterbianco, soprattutto eccezionale ecografista, per una sorta di controllo generale (NOOO …, non dirò mai quell’orrendo termine inglese!) agli organi interni e alle carotidi.
Finora, era andato tutto bene. Ma quest’anno …

Seguendo il suo consiglio, è iniziata la trafila per sottopormi a un interventino in endoscopia, per resecare e valutare. Mi dà giusto un po’ di fastidio l’idea di questo tubicino che penetra dalla punta del pisello e arriva fino alla vescica. Schifìu!
Nel corso degli esami prericovero eseguiti ieri a Catania, la dottoressa che mi ha prelevato il sangue a un certo punto esclama più o meno queste parole: «Miiihhh, ma com’è denso questo sangue! Ma lei, che fa, beve molto?» … Che vergogna!
Come mi suggeriva la cara Tiziana, avrei forse potuto rispondere: «Ma cu, juù?»!
Alla fine, ci siamo messi a parlare di rum …

Tornando all’amico bestia, non è affatto detto che sia qualcosa di brutto. Anzi, personalmente sono certo che, più che di una bestia, si tratti di una bestialità.
Potrebbe essere un papilloma, un polipetto, … che la cara Maria aveva erroneamente letto come “polpette” (!), … ma, a mio parere, vi è un’altra possibilità: un terzo gemello che, a modo suo, vorrebbe supplire all’inconsistenza degli altri due, ma che è stato capace solamente di crescere e di svilupparsi nel posto sbagliato.
Un imbecille, … praticamente … un coglione!

L’incredibile storia della distilleria Caroni

La storia che segue non riguarda affatto le vicende della Sicilia e sarebbe comunemente definita fuori tema, off topic come si preferisce dire oggi.
Ma siccome un piccolo sito amatoriale, personale e assolutamente libero e indipendente può permettersi di pubblicare ciò che vuole, ecco a voi l’incredibile storia della distilleria Caroni!

Lo zuccherificio Caroni nasce oltre cent’anni fa a Trinidad, la più meridionale delle isole caraibiche e la più grande delle due isole che formano la Repubblica di Trinidad e Tobago, a pochi chilometri dalle coste venezuelane.
Giusto per avere un’idea, Trinidad e Tobago, insieme, sono grandi circa un quinto della Sicilia e anche il rapporto tra le rispettive popolazioni si attesta più o meno sullo stesso valore. A livello religioso, poi, Trinidad e Tobago rappresentano un caso particolare nell’intera area. Con una predominanza di cristiani e induisti, come avviane anche in altre isole caraibiche, l’esigua minoranza musulmana ha assunto un ruolo primario nella vita sociale e politica del paese, riuscendo a esprimere un presidente islamico e facendolo diventare il più grande bacino di reclutamento di foreign fighter dell’Isis, con uno dei più elevati tassi al mondo.
A fine Novecento, lo zuccherificio Caroni, con annessa distilleria per la produzione di rum, arrivò a detenere oltre il novanta per cento della produzione di zucchero dell’intero stato, finché nel 2003, su decisione improvvisa del governo, venne chiusa.

L’anno successivo, accompagnando il grande Fredi Marcarini, di recente scomparso, in una serie di riprese fotografiche su rum e Caraibi, vi fece tappa Luca Gargano, genovese, Ruruki come lo ribattezzò un capo villaggio polinesiano, il titolare di Velier, la più grande società italiana indipendente per l’importazione di alcolici.
Un’autorità nel suo campo, scopritore dei Clairin haitiani, il rum dei poveri, distillato artigianale di succo di canna da zucchero, o dei whisky giapponesi, nonché massimo esperto di rum, la sua passione, di cui ha definito la più moderna e completa classificazione, basata sul metodo di distillazione. Nel 2014, l’International Rum Conference lo elesse “Mejor experto del ron” e, nel 2016 a Londra, la giuria del Golden Rum Barrel Awards lo nominò “Best Rum Influencer of the Year”.

Nel 2004, dunque, Luca Gargano sbarca a Trinidad e si reca in visita alla dismessa distilleria, un vecchio capannone con pareti in pannelli di lamiera, in stato di abbandono. Avendo notato, però, che era in corso un artigianale imbottigliamento manuale, chiese se vi fossero ancora, per caso, barili in invecchiamento.
Venne così accompagnato in un capannone vicino tra le erbacce, il magazzino, anch’esso in stato di abbandono. Lì dentro, con grande stupore, trovò centinaia di barili di rum, i più vecchi dei quali risalenti addirittura al 1974.
Spediti alcuni campioni in Italia per essere analizzati e verificatane l’eccezionale qualità, Luca Gargano decise di acquistare l’intero lotto di barili.
L’imbottigliamento delle diverse annate iniziò ad aprile del 2005, utilizzando per le etichette le foto scattate da Fredi Marcarini durante quel viaggio. Nel 2012 fu la volta dell’ultima annata di rum di pura melassa di Trinidad, il 2000, per la quale vennero riprese, a mo’ di tributo, vecchie etichette Caroni degli anni quaranta, con l’indicazione di un invecchiamento di 12 anni.
L’eccezionalità del rum e l’incredibile storia di un prodotto praticamente perduto e casualmente recuperato solo dopo la chiusura e l’abbandono della distilleria, hanno fatto sì che le bottiglie Caroni siano diventate una sorta di cult tra gli appassionati, con prezzi unitari che, in alcuni casi, si aggirano o addirittura superano i 500 euro.

Pare che, esaurite le scorte nei vecchi barili, il marchio Caroni continuerà a vivere con rum prodotto in Inghilterra da melassa importata, cercando comunque di mantenere una qualità simile a quella del distillato originario.
Ma questa sarà un’altra storia!